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Lo stadio del Brescia è, con ragionevole certezza, uno degli stadi più brutti d’Italia. Un groviglio di blocchi di cemento e acciaio che degradano disarmonici verso il campo, senza coperture, con una gradinata posticcia che poggia sopra una complicata struttura di tubi e metallo, più simile a un’impalcatura che a un piccolo tempio del calcio. Probabilmente, nel 1986, era uno stadio migliore e l’obsolescenza non lo avvolgeva come il muschio: la gradinata posticcia non esisteva, i mondiali dovevano ancora arrivare, e reggeva il confronto con gli altri stadi italiani, residui architettonici dei decenni passati. In quegli anni, andare tutte le domeniche alla partita era un atto di fede assoluto.

Avevo undici anni, giocavo a calcio, e come molti nella mia città vivevo quel disturbo bipolare per cui si tifava una squadra di serie A, ma anche il Brescia, che in quegli anni navigava tra la B e la C.

La squadra della città per molti era un amore minore. Come se si potessero amare contemporaneamente, e con la stessa voluttuosa intensità, la carne e il tofu.

La verità è che nessuno se la sentiva, in un’età in cui erano in gioco l’autoaffermazione e la propria accettabilità sociale, di tifare per una squadra che navigava tra la serie C e la serie B, esclusa dal giro del calcio che contava davvero, quello delle squadre con i nomi che non c’entravano niente con la città di provenienza, delle coppe europee il mercoledì sera alle otto e mezza, delle figurine che valevano qualcosa.

Così, la maggior parte dei miei coetanei viveva la mia stessa condizione lacerante di tifoso di una squadra di serie A durante la settimana, e tifoso del Brescia quando si andava allo stadio.

Andare alla partita, allora, significava Campobasso, Lanerossi Vicenza, Catanzaro, Carrarese, Jesina, Rondinella Marzocco, Spal.

La prima serie A della mia vita arrivò come una rivoluzione, e come tutte le rivoluzioni portò con sé il suo carico di contraddizioni. L’entusiasmo di poter finalmente rivendicare la propria identità calcistica anche al mare, con gli amici torinesi, milanesi e strafottenti, lo studio accurato dei tabellini del calciomercato quando la Gazzetta era un giornale serio, si scontrava duramente con lo strazio dello scontro diretto.

Se segna la Juve che faccio? E se segna il Brescia? Fingo di esultare?

C’erano poi quelli che non avevano mai messo piede allo stadio, e che non andavano per il Brescia, ma per vedere com’era fatta davvero  una squadra di seria A.

La Juventus, l’Inter, il Milan, ma anche la Lazio, il Verona (nemico giurato), la Cremonese.

L’epoca era quella dei calciatori sudamericani dai nomi lunghissimi e che imparavi a memoria per poter esercitare con gli amici una forma di supponenza acerba, che con gli anni sarebbe maturata recitando i nomi di cantanti come Dylan, Morrissey, Robert Smith.

Erano nomi che lasciavi scivolare sulle labbra, indugiando su quelle rotondità portoghesi o sulle asprezze germaniche, come se dovessero rendere da soli il talento di un calciatore.

Rumenigge non era Karl, ma Karl Heinz, così come Müller non era solo Hansi, ma Hans Peter. Dirceu Josè Guimarães meglio noto solo come Dirceu, e Jorge dos Santos Filho conosciuto come Juary. Poi c’erano i fenomeni sudamericani, Paulo Roberto Falcao, Leovegildo Lins da Gama Júnior, Artur Antunes Coimbra detto Zico.

Nel 1986 avevo undici anni, giocavo a calcio, e fino a quel giorno consideravo la mia esperienza calcistica più intensa un eroico scambio di una doppia di Rumenigge con una fotografia autografa di Spillo Altobelli. Ma quell’anno la mia vità cambiò.

Lui si chiamava Diego Armando Maradona.

Il primo ricordo è lo strillo di una Gazzetta estiva del 1984: “Iuliano chiama Ferlaino: «Corri a Barcellona, Maradona è nostro»”.

Ora, io non sapevo chi fosse Iuliano, non sapevo chi fosse Ferlaino, ma sapevo che il punto esclamativo era una cosa importante. C’era ancora un certo pudore nell’uso di quella forma violenta di interpunzione, e se la Gazzetta lo usava in quel modo, con quel titolo in prima pagina, allora quel Maradona doveva essere veramente forte.

Il secondo ricordo è uno stadio vero, il sole riflesso sulle mani alzate di ottantamila persone senza controllo, e un ometto riccio che si mette a palleggiare. Il delirio.

Il primo anno di Maradona in Italia non fu niente di speciale: il Napoli arrancò, mentre il Brescia si giocava un infernale campionato di serie C in cui conquistò la promozione.

E così Asti, Sanremese, Legnano, diventarono Spal, Cremonese, Monza.

L’anno seguente il Napoli arrivò terzo in serie A e il Brescia, incredibilmente, conquistò la sua seconda promozione consecutiva.

Ma dovevano arrivare i mondiali del 1986, e Maradona doveva diventare Maradona. Doveva segnare due gol all’Inghilterra, quello di mano e lo slalom impossibile, doveva segnare altri due gol al Belgio e vincere il mondiale battendo la Germania.

Adesso lo sapevo anch’io, Maradona era un mostro.

Una tiepida domenica di settembre mio padre mi prese e mi disse: «Oggi andiamo a vedere Maradona».

Avevo già capito la portata di quell’evento, come se mi avesse detto che si andava a vedere Garibaldi resuscitato.

La provincia, la nebbia, il freddo, la neve, la scuola. Maradona in quel momento era l’embrione della fuga da fermo, del baretto sulla spiaggia, dell’università a Londra. Era uno schiaffo alla vita di provincia. Il fenomeno che si degnava di lambire i confini freddi e nebbiosi dell’impero. Una rivalsa molto più concreta, e meno velleitaria, per un ragazzino di undici anni.

Brescia allora era una provincia molto ricca che esprimeva una squadra dignitosa, sobria e clericale, come le si addiceva. Era una squadra-elastico, una di quelle che faceva qualche campionato in B, poi finalmente saliva in serie A, giocava fino a metà campionato per salvarsi e poi, con regolarità agostiniana, tornava in serie B.

Il ricordo di quella giornata è archiviato nella mia memoria alla voce “grandi personaggi storici in visita”, insieme al Papa, a Sandro Pertini e a quella volta che allo stadio portarono King Kong.

La cronaca sportiva ricorda: “Era la prima giornata del campionato 1986-’87 e il Napoli di Ottavio Bianchi espugna il Rigamonti di Brescia grazie ad uno straordinario goal di Diego Armando Maradona.”

Maradona segnò un gol bellissimo, lo ricordo ancora oggi, e fu uno di quei casi in cui torni a casa sapendo che ne è valsa la pena. L’ho pagato con gli interessi quel gol, negli anni seguenti, a colpi di zero a zero sotto la pioggia con la Cavese, la Sambenedettese, e a furia di sconfitte invisibili dietro un muro lattiginoso di nebbia padana, pochi anni prima che qualcuno potesse concepire di dare a quell’aggettivo un’accezione positiva.

Si può dire che, da quel giorno, la mia vita è cambiata.

Il mondo si divideva tra chi aveva visto giocare Maradona, e chi no, e io avevo fatto il mio ingresso tra quelli che potevano parlare di calcio con competenza e autorevolezza, anche solo per chiudere una discussione con  la reductio ad Diego, per cui Diego Armando Maradona è stato, e sarà sempre, il più grande calciatore di tutti i tempi.

«E lasciatevelo dire da uno che l’ha visto giocare.»

Poi Maradona è diventato altro da sé, è trasfigurato in epica, in una di quelle rielaborazioni postume necessarie quando, per ragioni che ti sfuggono, ma spesso legate allo sviluppo ormonale, ti sei perso qualcosa che accadeva in concomitanza con te; e così la mano di Dio, poi il Maradona drogato, il camorrista, la morte sportiva e la resurrezione.

Poi un grido terrificante, e ancora con il culo per terra. Poi è diventato grasso, poi è diventato comunista e cubano, stava per morire di cuore, ma ha fatto un’operazione e si è salvato. Poi è dimagrito, così ha fatto l’allenatore, l’ha fatto male, l’hanno licenziato e ora di preciso non so cosa faccia. 

Ma non si è consumato, e invece di sgretolarsi, a causa di fatti puramente umani come un’evasione fiscale o figli disconosciuti e abbandonati, Maradona – inteso come divinità – è diventato sempre più grande. Il suo calcio è diventato un atto di eroismo, in cui un fallo di mano non è una scorrettezza ma una rappresaglia militare.

Il dio Maradona è cresciuto insieme a me, il suo culto si è diffuso, e da giocatore straordinario è diventato qualcosa di altro, una canzone di Manu Chao, un film di Kusturica.

Certo, avrebbe potuto ambire a qualcosa di meno smaccatamente terzomondista, ma è in linea con la sua storia di riscatto dalla povertà sudamericana e di affermazione nel primo mondo, grazie al calcio.

Maradona è l’uomo più furbo del mondo, perché è riuscito a piegare qualsiasi evento della sua vita alla celebrazione della sua grandezza, lasciandoci nudi davanti alla fallibilità assoluta degli occhi che guardano l’eroe.

Sono gli occhi che perdono qualsiasi interesse nel distinguere il bene dal male, quelli che ti fanno dubitare persino di quell’accessorio ingombrante chiamato morale perché, davanti a Maradona, quella ti sfugge e ti ritrovi silenzioso a fissare un bambino che palleggia con un’arancia.

l’aquila: lo stregone e le probabilità

La sentenza di condanna per omicidio colposo e lesioni personali inflitta ai membri della Commissione Grandi Rischi non è una sentenza che condanna quegli esperti per non avere previsto un terremoto, visto che i terremoti non si possono prevedere. Ovviamente, nonostante si siano scatenati i  critici del l’intero sistema giudiziario mondiale, e italiano in particolare, nessuno conosce ancora le motivazioni per cui si è arrivati a ritenere quegli imputati responsabili della morte e del ferimento  di alcune persone (non di tutte le vittime del terremoto).

Non avendo ancora le motivazioni della sentenza, si può tentare un’operazione probabilistica, fondata sull’ipotesi (abbastanza certa, vista la sentenza) che il giudice abbia sostanzialmente accolto la tesi del Pm, analizzando quindi per sommi capi la sua requisitoria.

Per capire se la stregoneria occuperà un posto di rilievo nel sistema giudiziario italiano dei prossimi anni (come sembra, leggendo le prime  pacate reazioni).

Innanzitutto i membri della Commissione Grandi Rischi non erano imputati per non avere previsto il terremoto, o per averlo previsto e non averlo comunicato alla popolazione, ma per qualcosa di più complicato, legato alle finalità per cui la Commissione Grandi Rischi è costituita: la violazione di regole di diligenza nell’adempimento delle proprie funzioni, e un presunto nesso di causalità con alcune delle morti e delle lesioni, provocate dal terremoto.

Secondo la requisitoria scritta del p.m. (la trascrizione della sua discussione nel processo, il documento in cui spiega in  modo articolato al giudice la tesi di cui chiede l’accoglimento, e le ragioni e le prove in forza delle quali avanza quella richiesta) il nucleo centrale dell’imputazione era questo:

Gli imputati (…), nella qualità rivestita, effettuavano, per colpa, una valutazione dei rischi connessi all’attività sismica in corso sul territorio aquilano approssimativa, generica ed inefficace in relazione agli scopi di prevenzione e previsione e in relazione alle finalità di tutela dell’integrità della vita dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità che determinino situazioni di grave rischio; e fornivano informazioni incomplete, imprecise, contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri prevedibili sviluppi dell’attività sismica in esame, venendo così meno ai doveri richiesti dalla legge.

Dunque pur essendosi attivati, quali componenti della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi, per fronteggiare una situazione di emergenza, tenevano una condotta negligente, imprudente, imperita, in violazione delle norme che regolano l’organizzazione, il funzionamento, i compiti e le finalità della detta Commissione.

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un inglese, un francese e un tedesco

un vigile è stato condannato a dieci anni per avere sparato e ucciso un cileno.
un romeno si è dato fuoco fuori dal quirinale.
quando le nazionalità non verranno più percepite come un modo per rassicurarci, per precisare che non era uno di noi, inducendo quell’inconfessabile riflesso pavloviano che porta qualcuno a pensare che anche la sofferenza sia una variante antropologica, avremo fatto un altro passo verso la piena integrazione del nostro cervello.

lagunari

Quando ho visto il filmato del bambino trascinato via con la forza dal padre e dalla polizia, non ho pensato a quanto è ingiusta la vita, la fine di un amore.

Non ho nemmeno pensato a come sia possibile per due persone adulte, dotate di un minimo sindacale di cervello, arrivare a quel punto della loro esistenza, magari rispondendomi che può capitare solo a chi è intossicato da quella cosa che gli hanno fatto credere fosse amore, e invece era un quadrilocale spazioso e luminoso con terrazzo pranzabile.

Non sono un Giudice.

La sprezzante superiorità con cui si criticano quei genitori poco di buono, che non sono stati capaci di far funzionare un matrimonio, che hanno costretto un figlio a vivere quell’esperienza drammatica, è un esercizio consentito a chi forse ha bisogno della cronaca per sentirsi rassicurato da un costante senso di inadeguatezza verso le cose del mondo. Ma nell’universo come noi lo conosciamo la maggior parte delle coppie non si lasciano firmando armistizi, ma dichiarandosi una guerra termonucleare globale in cui i figli – disgrazia – sono obiettivi strategici, sono scudi umani, sono come gli ostaggi americani nell’ambasciata in Iran.

Mi sembrava che quel filmato dicesse una sola cosa: perché quegli agenti e funzionari della questura hanno ritenuto di fare il loro dovere trascinando via dalla scuola un bambinio di dieci anni, come fosse la moglie di Bin Laden a Abbotabad? Nient’altro. Perché entrare nel merito di una storia familiare e di un processo così complicati, senza conoscerne nemmeno una riga, è semplicemente molto, molto stupido.

Che senso ha intervistare una madre a cui un tribunale, in due gradi di giudizio, ha tolto l’affidamento del figlio? Cosa ci aspettiamo che dica?

«Il Tribunale mi ha dato torto, quindi prendo atto della sentenza – che rispetto – e ricorrerò in Cassazione»?

Non è stato un capriccio di tre parrucconi con la toga e un impiegato statale, e fino a prova contraria non c’è un accanimento nei confronti di una madre.

I giudici hanno spiegato perché si è arrivati a quell’ordine, hanno considerato le ragioni del padre e quelle della madre, e hanno esercitato quel potere che gli spetta, e a cui riconosciamo un minimo di valore solo quando non urta la nostra sensibilità di madonne piangenti. Ma l’unica cosa che non c’era scritta in quel provvedimento era: mandate i lagunari, mettete in sicurezza la scuola e tornate con il bambino.

“puro esercizio di violenza”

La sentenza della Corte di Cassazione, che mette la parola fine nel processo ai vertici della Polizia per i fatti della Diaz, è di una semplicità disarmante, e conferma in pieno il ragionamento della Corte d’Appello di Genova: la Polizia doveva riabilitare la propria immagine dopo le violenze dei giorni precedenti, quindi erano necessari degli arresti (ovviamente  se ce ne fossero stati i presupposti). L’operazione si svolgerà con il contributo di uomini e mezzi inviati da Roma, e dei massimi livelli nella catena di comando.

L’operazione (legittima, secondo la Corte) in grado di riabilitare l’immagine della polizia è l’irruzione alla scuola Diaz per perquisire e “mettere in sicurezza” la scuola, dove si sospetta la presenza di armi.

Ma le cose non vanno come previsto: l’operazione – scrive la Corte – è incoerente, mancano direttive precise e viene “militarizzata”; non si trovano armi, non ci sono provocazioni, non ci sono resistenze, e l’irruzione si trasforma nella “macelleria messicana”.

Scrive la Corte che “(…) L’assoluta gravità sta nel fatto che le violenze, generalizzate, in tutti gli ambienti della scuola, si sono scatenate contro persone all’evidenza inermi (…), in manifesta attesa di disposizioni, così da potersi dire che s’era trattato di violenza non giustificata e, come correttamente rilevato dal Procuratore Generale ricorrente, punitiva, vendicativa e diretta all’umiliazione e alla sofferenza fisica e mentale delle vittime (…)” (pag.118 della sentenza della Corte di Cassazione)

Per la Corte quei fatti potrebbero essere qualificati come “tortura”, secondo la definizione della Convenzione dell’O.N.U. del 1984, o in ogni caso come trattamenti inumani e degradanti come previsti e vietati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Ma nel nostro codice penale non esiste il reato di tortura, e non è possibile introdurre con una sentenza ciò che non esiste nel nostro sistema penale – il disegno di legge è stato recentemente rinviato in Commissione Giustizia – quindi agli imputati possono essere contestate le lesioni personali, nelle diverse forme di aggravamento previste dal codice, reati per la maggior parte caduti in prescrizione.

Una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano, che nelle sue motivazioni individua nettamente le violenze e le responsabilità, e lo fa in modo così evidente che viene da chiedersi perché, dal giorno della sua pubblicazione non si parli d’altro, e soprattutto perché, dal 2 ottobre, non si pretendano spiegazioni pubbliche da chi aveva la responsabilità politica e operativa di quelle azioni, e da chi ha passato gli ultimi dieci anni a negare un’evidenza così enorme.

La sentenza è un susseguirsi di parole, che si ripetono per tutte le 186 pagine della motivazione. Violenze, gravità inusitata, violenze generalizzate, persone inermi, violenza non giustificata, umiliazione, sofferenza fisica, mentale, insulti, minacce, pestaggio, indiscriminato, gratuito, aggressione gratuita, condotta cinica e sadica, sconsiderata violenza, sistematico e ingiustificato uso della forza, falso, inveritieri, falsi.

Parole che sembrano tentativi per approssimazione di definire quello che è avvenuto alla Diaz, perché nel nostro codice penale non esiste ancora un’autonoma fattispecie di reato, ma che non lasciano più spazio a strumentalizzazioni o a interpretazioni diverse, a ricostruzioni alternative. Non c’erano armi, non c’erano black bloc, nessuno ha reagito.

“Puro esercizio di violenza, quindi”

un post dimenticato sulle olimpiadi

Ci sono due olimpiadi, una per gli sport che esistono ogni quattro anni (il tiro con l’arco, lo skeet, il judo) e una per gli sport popolari (atletica, nuoto, alcuni sport di squadra), che potremmo definire “gli sport veri”.
La prima olimpiade è un avvincente racconto di sacrifici, sofferenza, eroismo, di uno sport veramente dilettante, e senza troppi soldi. La seconda olimpiade è l’olimpiade dei campioni, di quelli che riescono a riempire gli stadi con l’atletica, o di quelli che all’olimpiade vanno solo per turismo, tanto vincono comunque.
La seconda è bellissima, ma quella che resta nel cuore della popolazione di adagiati sul divano è sempre la prima, l’olimpiade in cui puoi immaginarti al posto di uno degli arcieri che hanno vinto la medaglia d’oro, completi di cappellini e pancette, senza dover fare uno sforzo immaginativo estremo, e senza dover essere troppo indulgente con il senso della realtà. Devi solo fingere di non sapere che quegli atleti, per quanto ti possano sembrare stupidi e insignificanti gli sport che praticano, hanno dedicato almeno gli ultimi quattro anni della loro vita a una preparazione ossessiva e determinata, per raggiungere un unico obiettivo: la finale delle olimpiadi.
Il principio di immedesimazione degli sport inutili è semplice: guardateli, guardateli bene, sembrate voi, avreste potuto essere voi, ma non lo siete perché, a differenza vostra, questi si sono impegnati, hanno lavorato duramente, si sono fatti il mazzo per quattro anni pensando solo ed esclusivamente a diventare i migliori in quello che fanno. Certo, tanta passione per lo sport, ma un lavoro inesorabile di costruzione di se stessi, una disciplina rigorosa del sacrificio, un orizzonte che è un infinito, perché infinita dev’essere l’ambizione di perfezionamento. anche se si tratta solo di spostare in là di un millimetro una freccia.

Ma voi avete una famiglia, un lavoro, gli amici, cose più urgenti a cui pensare, non potete perdere il poco tempo libero con gli allenamenti dello skeet. Quelli saranno sicuramente dei disadattati asociali, senza una famiglia, senza amici, ossessionati da uno sport inutile.

In quella prima olimpiade è rassicurante pensare che quegli arcieri abbiano vinto l’oro allenandosi tra uno spiedo, una grigliata di pesce, e un briscolone con il morto al mercoledì sera. Sicuramente è meno mitomaniaco immaginarsi a vincere un argento sparando con una pistola da dieci metri, come fosse qualcosa di raggiungibile, piuttosto che sulla pista di atletica a fare 6,02 nel salto con l’asta, o a torcere il collo in avanti nello sforzo disumano di battere Usain Bolt.
L’olimpiade come metafora di una serie infinita di “potrei farlo anch’io, se solo avessi voglia e tempo di impegnarmi” sprigionati da un milione di divani.
In fondo è quello che abbiamo pensato tutti quando abbiamo visto per la prima volta il curling: che ci vuole? Chi non ha mai giocato a bocce?

Ma la prima olimpiade finisce presto, e allora arrivano gli sportivi veri, i robot, quelli con gli sponsor, i fenomeni, i mostri, quelli che ti rimettono in pace con te stesso, con i tuoi limiti di essere umano, con il divano, con il televisore hd davanti a te e il secchio di patatine dentro di te.