la punta della lingua

In tutta questa cosa davvero penosa degli insulti a Federico Aldrovandi e a sua madre, comparsi in una pagina facebook che si dichiara(va) a difesa di non meglio identificate “forze dell’ordine” (che immagino saranno entusiaste di queste operazioni-simpatia), i paladini della giustizia da bacheca di social network,  quelli che trovi in giro per la rete e che sono  tutti onore e gloria, patria e famiglia, e che si indignano in maiuscolo, non hanno trovato di meglio che insultare la vittima di un omicidio colposo e sua madre, dopo una sentenza passata in giudicato. Hanno espresso così tutto il loro ardimento, dimenticandosi completamente di un piccolo particolare – chissà perché – ovvero che quei poliziotti non sono stati perseguiti e condannati dalla madre di Federico Aldrovandi – anche se è suo il merito di avere ottenuto la riapertura delle indagini e un processo – ma sono stati perseguiti e condannati da una cosa chiamata Stato, quella cosa che gli agenti condannati avevano giurato di proteggere e difendere e servire.  Ma “Stato” è una parola buona da sventolare quando si accusano gli altri di scarsa affezione alla retorica nazionalista della bandiera o delle missioni all’estero, un po’ meno quando esercita il suo potere di giudicare e condannare in nome del popolo italiano. Una parola che a volte sfugge,  e proprio non ti viene, anche se magari ce l’hai lì, sulla punta del manganello della lingua.

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