la punta della lingua

In tutta questa cosa davvero penosa degli insulti a Federico Aldrovandi e a sua madre, comparsi in una pagina facebook che si dichiara(va) a difesa di non meglio identificate “forze dell’ordine” (che immagino saranno entusiaste di queste operazioni-simpatia), i paladini della giustizia da bacheca di social network,  quelli che trovi in giro per la rete e che sono  tutti onore e gloria, patria e famiglia, e che si indignano in maiuscolo, non hanno trovato di meglio che insultare la vittima di un omicidio colposo e sua madre, dopo una sentenza passata in giudicato. Hanno espresso così tutto il loro ardimento, dimenticandosi completamente di un piccolo particolare – chissà perché – ovvero che quei poliziotti non sono stati perseguiti e condannati dalla madre di Federico Aldrovandi – anche se è suo il merito di avere ottenuto la riapertura delle indagini e un processo – ma sono stati perseguiti e condannati da una cosa chiamata Stato, quella cosa che gli agenti condannati avevano giurato di proteggere e difendere e servire.  Ma “Stato” è una parola buona da sventolare quando si accusano gli altri di scarsa affezione alla retorica nazionalista della bandiera o delle missioni all’estero, un po’ meno quando esercita il suo potere di giudicare e condannare in nome del popolo italiano. Una parola che a volte sfugge,  e proprio non ti viene, anche se magari ce l’hai lì, sulla punta del manganello della lingua.

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se son fioroni

Antonio Cassano è un calciatore, e già questo dovrebbe posizionarlo, in un’ideale classifica di opinion leader su una questione come l’omosessualità, tra il telefono analogico che sta sulla mia scrivania e Flavia Vento. Ma è un personaggio pubblico, è un esempio, un modello, quindi deve dire ciò che è giusto per educare una pletora di giovani discepoli che non aspettano altro che Cassano spieghi loro come diventare dei cittadini più consapevoli.
Quando ero bambino anch’io giocavo a calcio, ero un tifoso, e anch’io tenevo appesi i poster dei calciatori in camera da letto, ma la mia formazione, come adolescente prima, e come essere umano poi, non si è fondata sui prolegomeni di Lars Preben Elkjiaer o sulla storia della filosofia moderna di Artur Antunes Coimbra detto Zico. La mia concezione del mondo non è stata condizionata da Boniek o da Vignola. Li guardavo giocare a calcio, e perdio volevo maledettissimamente essere come loro. Volevo essere un calciatore, volevo giocare in uno stadio, volevo i tifosi sugli spalti, volevo tutto dei calciatori. Tutto fuorché il loro cervello. Non mi interessava cosa pensassero. C’erano quelli dotati di una certa intelligenza, con una certa proprietà di linguaggio come Platini, che riuscivano a essere brillanti e a tenere testa a Gianni Agnelli, e magari facevano qualche battuta divertente, ma erano delle eccezioni. Ma voi ve lo ricordate Sergio Brio?
I calciatori sono personaggi pubblici, ma siamo noi che elemosiniamo la loro accondiscendenza e pretendiamo un’autorevolezza che non hanno, non sono loro a imporcela. Certo, parlano, non fanno altro che parlare, li facciamo parlare di qualunque cosa, dappertutto. Ma è più idiota Antonio Cassano di Bari Vecchia che dice quello che dice – uno che è stato cacciato dalla Sampdoria perché ha detto al presidente “vecchio di merda” e “figh’ de bocchin’”– o il giornalista sportivo che, nel corso di una conferenza stampa di un campionato europeo di calcio, pensa di chiedere a Antonio Cassano di Bari Vecchia – “vecchio di merda” e “figh’ de bocchin’”–  cosa ne pensa dell’omosessualità nel calcio? Certo che l’omofobia è un problema, ma è una questione culturale. Eh, ma i calciatori ormai fanno parte del patrimonio culturale di questo paese. No, mi auguro proprio di no. I calciatori devono giocare a calcio, battere le punizioni, i calci di rigore, devono sudare dietro quella palla, vincere, perdere, e finirla lì. Il calcio è una parte del patrimonio culturale, forse, i calciatori no.
Giuseppe Fioroni invece è un politico italiano. Dice Wikipedia che è laureato in medicina e chirurgia all’Università Cattolica, è ricercatore universitario in Medicina Interna al Gemelli di Roma, consigliere di amministrazione dell’Istituto Superiori di Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro. E’ stato ministro della Repubblica, ed è uno degli esponenti più importanti dell’ala cattolica del Partito Democratico. Insomma, una persona che dovrebbe avere strumenti intellettuali più raffinati rispetto a Cassano, e che ha scelto di contribuire alla vita politica di questo paese, almeno più di quanto faccia un tacco di Cassano. Anche lui ha preso una posizione sulla questione omosessuale, e lo ha fatto in un modo sublime, con una presa di posizione che suona tanto come un «datemi un elicottero altrimenti taglio un orecchio all’ostaggio». Fioroni ha minacciato la propria candidatura alle primarie nel caso il Pd dovesse insistere con questa cosa delle unioni civili tra omosessuali. Come se dovessimo interrogarci su quale sia il male minore. Oddio, meglio Fioroni alle primarie o le unioni civili tra gay? Unioni civili, nemmeno il matrimonio.
Ma così sia. Si candidi, faccia valere all’interno del partito la sua posizione, si candidi alle primarie e scopra finalmente quanto vale in termini percentuali la sua posizione – e quella dei cattolici – sulle unioni civili tra omosessuali.
La proposta quindi è quella di distogliere tutta questa ondata di indignazione nei confronti di Antonio Cassano di Bari Vecchia, calciatore, e indirizzarla tutta verso Giuseppe Fioroni. Per evitare di passare la prossima settimana a indignarci della posizione di Cassano sugli omosessuali, lasciano ancora una volta che una posizione primitiva come quella di Fioroni sia tollerata in quanto cattolico.
Lasciamo che i calciatori tornino liberi di correre, scopare, fare le rovesciate e sparare cazzate. Rimettiamoli al loro posto. Tra un pallonetto micidiale e quattro congiuntivi sbagliati. Uno dietro l’altro.

nostalgie

Il mio professore di educazione fisica era un’iradiddio. Un uomo basso e tarchiato, ma imponente, con i capelli già bianchi e una voce profonda. L’essere umano più simile a una montagna incazzata che io abbia mai conosciuto. Una montagna che, sopra la tuta da ginnastica dell’Associazione Nazionale Campeggiatori Italiani – che ho sempre pensato fosse una specie di organizzazione paramilitare per reduci e nostalgici del ventennio – indossava un impermeabile in pelle nera, che era sembrava appena uscito dall’armadio di un ufficiale della Gestapo. Gestapo con cui condivideva i metodi gentili e la prorompente affabilità.
La parola che pronunciava più spesso – rigorosamente in dialetto – era «bastoni di ferro». I bastoni di ferro non erano altro che quello: bastoni di ferro. Barre di metallo pesantissimo che andavano appoggiate sulle spalle praticamente in ogni esercizio, e servivano soprattutto per rendere più efficaci i cinquanta salti lungo il perimetro della palestra cui si veniva condannati per avere alzato il sopracciglio troppo rumorosamente, per avere lanciato il disco dalla parte sbagliata, o per il semplice fatto di essere troppo brutti. La montagna amava le iperboli e le antifrasi, così il compagno esteticamente svantaggiato era “il bello”, i sovrappeso erano indistintamente chiamati “magher”.
Il mio professore di educazione fisica, ogni volta che qualcuno dava prova di una certa perspicacia – come quello che chiese se il disco andava lanciato come un frisbee – ripeteva sempre una frase: «se ciaparès alla Sisal come ciape i stipit, adès sares miliardario».
Pace all’anima sua. È morto prima di poter aprire un account su twitter.