miti fondativi e popoli di allenatori

qualche anno fa italia uno spese uomini e mezzi per realizzare un sogno: un reality show sul calcio. una giovane società di eccellenza, il cervia, sarebbe stata comprata, finanziata, costruita e iscritta al campionato di eccellenza per poter raccontare in televisione una stagione calcistica. le telecamere avrebbero seguito la squadra e i suoi giocatori ventiquattro ore su ventiquattro, in ritiro, sul campo di allenamento e prima della partita. ma l’idea geniale, la forza del format, sarebbe stata la partecipazione del pubblico. finalmente – diciamocelo – si scriveva un vero e proprio manifesto democratico universale, si concedeva al popolo ciò che era del popolo, in una spinta propulsiva che veniva dal basso, che aggregava la base e la coinvolgeva attivamente nelle decisioni e nelle uniche scelte che nel calcio contano davvero: gli undici titolari che scendono in campo.

una nazione di commissari tecnici, allenatori, direttori sportivi poteva finalmente mettere in pratica il proprio inesauribile bagaglio di competenze.

ma gli autori di campioni, pur consapevoli della forza dirompente che avrebbe avuto questa idea, capirono immediatamente che dovevano darsi un limite. il programma avrebbe avuto successo a una condizione: il cervia doveva vincere. un reality sul calcio, con una squadra che continua a perdere, non lo avrebbe seguito nessuno e, sconfitta dopo sconfitta, il pubblico si sarebbe annoiato, avrebbe smesso di mandare sms per scegliere la formazione, di seguire gli allenamenti, di fare l’unica cosa che si chiede a un pubblico televisivo: accendere la televisione. l’entusiasmo iniziale sarebbe lentamente scivolato in un coma vigile, per poi divenire disinteresse assoluto, come quando al fantacalcio hai fatto una squadra che fa schifo, sei ultimo dalla terza giornata, e alla fine smetti di mandare la formazione.

il cervia doveva essere una squadra vincente, e allora si doveva trovare un rimedio a questa apertura democratica perché era chiaro a tutti che, lasciando scegliere gli undici titolari esclusivamente al pubblico, seguendo antipatie e simpatie, squilibri ormonali, gruppi d’ascolto, il cervia ne avrebbe presi quattro a partita, nonostante una campagna acquisti da squadra professionistica.

così si decise di porre un limite per trovare un giusto equilibrio tra l’ambizione dei telespettatori di governare il processo democratico calcistico, e la necessità di lasciare le scelte tecniche a un allenatore, uno che con i giocatori ci parlava, che li conosceva, che aveva un’idea di calcio in testa e che avrebbe dovuto scegliere ogni domenica i migliori: il pubblico da casa avrebbe indicato tre giocatori, uno per ruolo, gli altri otto li avrebbe decisi l’unica persona teoricamente competente, l’allenatore (che nel caso era ciccio graziani, quindi vabbè).

il primo anno il cervia venne promosso in serie d e nel secondo anno centrò i playoff al primo colpo. il gioco funzionò per un paio di stagioni, poi il programma venne chiuso, perché il popolo di allenatori si sentì probabilmente sminuito dal non poter scegliere tutti e undici i titolari, e così smise di guardare campioni.

ma se c’è arrivato ciccio graziani a capire che il mito fondativo della partecipazione democratica deve comunque essere regolato per poter diventare funzionale all’unico risultato utile – vincere – perché “il popolo delle primarie senza se e senza ma” questa cosa non riesce a capirla?

2 risposte a “miti fondativi e popoli di allenatori

  1. Non riesce a capirla perché il PD è meno organizzato – e ha meno consapevolezza dei propri iscritti e votanti – degli autori di Campioni

  2. perchè aprire gli occhi non è facile e i politici sono un pò ciccio graziani😀

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