non rispettano più nemmeno i morti

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week end di socialità

questo fine settimana faceva molto freddo, quindi me ne sono rimasto a casa a studiare il meraviglioso mondo dell’internet che, appunto, si è rivelato meraviglioso: è stato il fine settimana in cui le cateratte di twitter si sono aperte, e quell’apparenza da social media fighettino/cool è stata travolta dal peso dei tweet di un comico, di un presentatore televisivo, di una cantante. poi c’è stato il caso di uno che si era fatto un account come @palazzochigi, e twittava con il volto di mario monti –  con intento satirico, che però non a tutti era sembrato così chiaro – e che è stato improvvisamente chiuso, scatenando le proteste di quelli dell’internet. la settimana era cominciata benissimo, con lo scazzo tra uno showman che dava della rosicona a una comica che lo trovava noioso. tutto tramite twitter.

fin qui niente di nuovo. il mezzo di comunicazione si diffonde e ognuno ne fa l’utilizzo che ritiene, così come ci sono quelli che al telefono non dicono nemmeno il proprio nome, e quelli che confesserebbero anche di sapere dov’è mike (già, dov’è mike?).

ma poi, ad un tratto, tutto è andato completamente in vacca quando gianni riotta  ha lanciato un tweet sugli scrittori sopravvalutati, ed è venuto l’inferno in terra.

dopo i primi timidi tentativi con moccia, fabio volo, tamaro, i freni inibitori sono saltati ed ecco precipitare davanti ai miei occhi una selva di calvino, gadda, bulgakov, sciascia, scott fitzgerald, joyce (o joice, come ha scritto qualcuno, a cui è stato fatto notare come forse non fosse necessario averli letti davvero, per considerarli sopravvaluati, ma almeno saperli scrivere, quello sì), e altre decine di scrittori, che davano l’impressione di una confusione notevole tra il concetto di “sopravvalutato” e  quello di “ne ho sentito parlare un sacco di volte!”.

insomma, se mai ce ne fosse stato bisogno, la prova ulteriore che c’è sempre una costante universale da cui guardarsi, in qualunque momento storico, in grado di spezzare qualunque impeto progressista ed evolutivo, di neutralizzare l’efficacia innovativa di qualunque mezzo di comunicazione, e con cui bisogna sempre fare i conti quando si esprimono giudizi, si elaborano teorie e scenari: il mondo è molto densamente popolato di cialtroni.

#occupazione

ho lasciato le ante aperte, così questa mattina la luce pallida di novembre mi ha svegliato prima di tutti. sono andato in cucina, ho aperto il frigorifero e ci ho infilato dentro le mani, pescando a caso tra i ripiani. ho preso del burro e della pancetta affumicata e li ho gettati in una pentola. ho acceso il gas, e mentre il grasso si scioglieva e sfrigolava ho preparato il caffè e strapazzato un paio di uova. ho mangiato lentamente, leggendo un libro sulla politica estera spagnola nel ventesimo secolo. mi sono vestito, sono uscito di casa e ho sbattuto contro  un freddo incivile. così sono fuggito dall’ombra gelida e autoritaria dei palazzi, per camminare lungo una piccola striscia di sole che costeggiava la strada. sono arrivato in un piccolo parco del centro, deserto. un paio di vialetti in cemento. un giardino di terra dura e spelacchiata come la gobba di un elefante. ho scelto una panchina, l’unica che- secondo i miei calcoli – dovrebbe restare al sole per tutta la mattina, mi ci sono seduto e mi sono detto «oggi questa panchina è mia, e nessuno ci si potrà sedere, fosse solo per il fatto che non mi sposterò prima di questo pomeriggio».

#occupypanchina

dopo dieci minuti morivo di freddo, così sono tornato a casa.

nemmeno i fondamentali

“Concludo, pertanto, che uno principe debbe tenere delle coniure poco conto, quando il popolo li sia benivolo; ma, quando li sia inimico e abbilo in odio, debbe temere d’ogni cosa e d’ognuno. E li stati bene ordinati e li principi savi hanno con ogni diligenzia pensato di non desperare e’ grandi, e di satisfare al populo e tenerlo contento, perché questa è una delle più importanti materie che abbia uno principe.”

(Niccolò Machiavelli – Il Principe – Cap. XIX – Evitare il disprezzo e l’odio)

io non so se sono ancora capace

Non so se sono capace di vivere senza B. Non mi ricordo come si fa. Diciassette anni passati a smadonnare, quasi ogni mattina di ogni santo giorno, per quei due centimetri di cerone e per quello che sarebbero riusciti a creare. Bestemmie, sbronze tristi. Anni di letture ossessive di retroscena a cui dare un ingiustificato fondamento, solo per potersi convincere che sarebbe successo qualcosa che non è mai successo. Anni di Travaglio, Mannoia, popoli viola, sopportati con l’angoscia con cui si sopporta l’uso di armi non convenzionali per proteggere la vita dei soldati. Saremo come vedove, tradite e vessate quando lui era in vita, ma inconsolabili dopo la morte?

Passeremo il resto dei nostri giorni prostrati da un malessere che ha ormai innervato i nostri gangli vitali o rinasceremo come cervi, possenti e pieni di energia?

Ci stiamo liberando del generatore di energia del nostro scontento. E se poi ci afflosciamo? Se ci ritroviamo soli davanti alla fotografia di Mario Monti senza poter pensare quanto sia cafone quel suo modo di vestire, quanto sia pericolosa la sua mancanza di senso dello Stato, il discredito internazionale che colleziona come terzini del Milan scarsi? E poi cosa diavolo gli dici quando abolisce l’articolo 18, o si mette a questionare sui licenziamenti? Che è un buzzurro ignorante circondato da incompetenti?

Come faremo, dopo?

Basteranno frigoriferi di champagne, migliaia di ballerine di samba che scenderanno per le strade, i caroselli nelle piazze per trasformare in qualcosa di costruttivo diciassette anni di voglia di strangolare qualcuno?

Dove andranno a finire le capigliature cofanate delle attempate sostenitrici di Forza Italia? Chissà se le rivedremo mai.

Non riesco a darmi pace. Sarà per la crisi finanziaria, o forse per la consapevolezza di non poter festeggiare degnamente quello che tutti avremmo voluto: una fine ingloriosa, uno schianto memorabile. E invece è una fine che non è un finale come si deve, ma un sibilo fastidioso, un rientro frettoloso dietro la quinta nel bel mezzo dello spettacolo, una ruota che si sgonfia.

Presto, datemi immediatamente una nemesi provvisoria, per ora va bene anche un Lamberto Dini qualunque.

aromaterapia

Se vi fermate un momento, e chiudete gli occhi, lo potete sentire. Inspirate profondamente e concentratevi. Lo sentite quell’odore dolciastro? E’ strano, vero? E’ un odore di morte e putrefazione, di cadaveri che si stanno consumando fino all’ultimo residuo organico. Sono i vapori della chimica della decomposizione. I processi irreversibili seguono sempre uno schema preciso, inesorabile. Una discesa libera lungo le pareti di un imbuto durante la quale può succedere di tutto, ma che prima o poi deve affrontare quel restringimento di superficie e, alla fine, infilarsi nel buco e scomparire. Decomposizione, marcescenza, disfacimento. La lingua italiana è piena di parole per indicare questo fenomeno. La povertà lessicale, dunque, non può essere un alibi per non riconoscere un cadavere che ci si sta putrefacendo addosso.

Figuriamoci se si tratta di un governo intero, completo di sottosegretari.