scusa amico, ce l’hai una presa?

Se c’è una cosa di cui Steve Jobs è responsabile è quella di averci reso dipendenti, oltre ogni nostra consapevolezza, dagli strumenti che produce. Questa intossicazione personale, per quanto mi riguarda, si è manifestata in tutta la sua potenza l’ultima volta pochi giorni fa, durante una trasferta a Roma.

Si sa, quando noi provinciali andiamo nella capitale veniamo sopraffatti da questo atavico timore reverenziale, un sottile senso di inadeguatezza che ci pervade e vibra all’altezza dello sterno ogni volta che dobbiamo organizzare tre appuntamenti nello stesso giorno, calcolare i tempi, le distanze, e che ci spieghiamo col fatto di vivere in città che, da sole, non fanno l’Eur.
Ma negli ultimi anni questa frustrazione geografica sembrava essersi dissolta, grazie alla connessione a internet sui telefonini cellulari. Tutto poteva essere organizzato con in mano un telefono. Le grandi città europee erano nelle nostre mani, non c’era capitale che potesse metterci paura. Mappe, treni, taxi, metropolitane, e-mail, social network. Siamo diventati una macchina organizzativa praticamente infallibile.

Ma quando affidi buona parte della tua esistenza e della tua capacità di movimento a uno strumento che funziona a batteria, diluendo giorno dopo giorno le tue capacità basiche di sopravvivenza – come poter chiamare un taxi, sapere quale linea della metro devi prendere, essere in grado di orientare una cartina, avere un’agenda con nomi e cognomi, indirizzi, numeri di telefono, un pezzo di carta e una penna – l’impatto con l’isolamento dal mondo civilizzato provocato da una batteria scarica può essere devastante.

Trovarsi in un qualunque punto A. Raggiungere persone di cui non si ricorda a memoria il numero di telefono in un qualunque punto B che si dissolve sulla tua corteccia cerebrale come una macchia indistinta sulla carta di una città. Coefficiente di difficoltà otto virgola cinque.

Non moriremo tutti, non diventeremo zombie, ma le città saranno invase da branchi di persone fastidiose, che continueranno ossessivamente a chiedere informazioni a ogni angolo di strada. Ma in città come Roma ci ritroveremo a chiedere informazioni a persone come noi, perse, e disperate a vagare senza speranza di accesso a GMaps, senza poter dare un segno tangibile della prorpia esistenza e della propria posizione nel mondo facendo check-in su Foursquare.

Un mondo invaso da tossici, perché l’eroina del duemila saranno le prese di corrente. Incubi nucleari scalzati da metropoli brulicanti di uomini e donne in crisi di astinenza, con un caricabatterie in mano, che troveremo riverse nei cessi delle stazioni con il filo dell’iPad che gli scende dall’angolo della bocca, solo per poter inviare un messaggio su Facebook.

Se avessi lo spirito di uno spacciatore non avrei dubbi, e penserei a come vendere elettricità a questi morti viventi, immaginerei essenziali colonnine piazzate sui marciapiedi, distributori automatici con sigarette, profilattici e prese di corrente. Sfruttare economicamente e su larga scala la sofferenza provocata dall’incapacità di muoversi autonomamente in assenza di corrente elettrica. E farlo subito, prima che arrivi il giorno del Grande Blackout, quando il mondo diventerà un luogo inospitale, e le teorie di Darwin dimostreranno ancora una volta con metodo scientifico la loro efficienza, lasciando il pianeta nella mani di quello che hai davanti a te in questo momento, e che ti ha appena chiesto di indicargli sulla cartina il nome di un ristorante dove si mangi bene e si spenda poco.

Una risposta a “scusa amico, ce l’hai una presa?

  1. Nonostante svolgo il lavoro di programmatore in tante cose sono rimasto old style,vintage. Cartina,metropolitana..non ho nemmeno il navigatore. Al massimo google maps..Mi segno i nomi e cognomi,prendo appunti. E cerco di ricordarmi le strade e di orientarmi….

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