amici di penna

Affidare le proprie speranze di felicità a una lettera, in fondo, è quello che abbiamo fatto tutti noi per una certa parte della nostra vita, ed è anche profondamente rispettoso delle nostre tradizioni culturali e religiose

Santa Lucia, Babbo Natale, Gesù Bambino, la Befana, sono stati entità immaginarie che nella nostra infanzia hanno rappresentato la speranza di una (accresciuta) felicità, e a cui ci hanno indotti/costretti a credere. Entità a cui aspettavamo di poter scrivere per soddisfare qualunque nostra richiesta. Cavalli, aerei, viaggi nello spazio, camion dei pompieri, macchine della polizia, tigri, elefanti, maghi, spade e draghi, nei casi più struggenti guarigioni da malattie, nelle psicolpatologie precoci malattie gravi per maestre, zie un po’ stronze, amici egoisti.

La regola del gioco, sottilmente crudele, era che la realtà ci fosse ostentatamente nascosta, che qualunque contraddizione logica fosse negata. Non avevamo internet, non conoscevamo il waterboarding, avevamo pochi strumenti per pretendere la verità. Nessuno ha mai avuto il coraggio di spiegarci che no, un cavallo non sarebbe mai arrivato la notte di natale, e quando l’ha fatto non ci ha messi davanti alla realtà oggettiva (e cioè che – salvo alcune eccezioni – un cavallo dovesse essere considerato fuori budget), ma lo ha fatto dicendo che no, un cavallo non può vivere in un appartamento in centro, e poi i cavalli hanno bisogno di essere liberi, di poter correre, davvero volevamo rinchiuderli in quattro mura? Insomma, una serie di aggiramenti della realtà, voli pindarici (edit: balle) sistematicamente create per farci credere davvero che una di quelle entità inesistenti, se solo avesse potuto, avrebbe accontentato qualunque nostro desiderio.

La cosa davvero agghiacciante è averci comunque creduto. Nonostante lo sviluppo mentale fosse più o meno progredito, nonostante la logica elementare che possedevamo dovesse rifiutare una serie di impossibilità, improbabilità, contraddizioni. Nonostante tutto il limitato universo che avevamo imparato a conoscere giocasse contro l’esistenza di Santa Lucia e dei suoi associati, noi ci abbiamo comunque creduto (o abbiamo voluto farlo).

Una bella corsa verso le fauci del trauma di una disillusione feroce, che un giorno prenderà le forme minute di Giulio Pedretti, un biondino senza un incisivo, piccolo e secco come un fantino, il compagno di scuola che si assume la responsabilità di riportarti tra gli esseri umani senzienti spiegandoti che, insomma, questa cosa che scende dal camino non si può proprio credere, suvvia.

Poi siamo cresciuti e la lettera è diventata quella di Totò e Peppino, e poi quella di Troisi e Benigni a Savonarola.

La lettera che stiamo (stanno) scrivendo al Consiglio Europeo vorrebbe essere una lettera a Babbo Natale, invece nella sostanza sarà più una preghiera con la faccia sotto i loro piedi, in cui scopriremo che abbiamo chiesto una scuderia e l’ippodromo, e ci diranno che no, anche se abbiamo una sala molto grande, l’ippodromo e i cavalli in casa non ci stanno. E ci sveglieremo scoprendo che Bruxelles non è più solo quella città piovosa e malinconica da cui si governano i destini europei, e quindi anche il nostro, ma è ancora una volta lui.

Bruxelles è Giulio Pedretti.

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