la rivoluzione, però piano

sì, fa tanta impressione. la morte, quando te la ritrovi davanti, sbattuta in faccia dal filmato di un telefonino, senza filtri ed edulcorazioni, è proprio brutta. quello che vent’anni fa era lasciato alla nostra immaginazione, nascosto, o consapevolmente rimosso, oggi dobbiamo affrontarlo aprendo il computer mentre facciamo colazione, ancora mezzi addormentati e con la tazza di caffè in mano.

la rivoluzione da lontano, invece, è una cosa fighissima. popoli che dopo trent’anni di assoggettamento a dittatori sanguinari trovano la forza di unirsi, organizzarsi e combattere per la libertà. la resistenza, la primavera araba, una rete di sostegno internazionale. ma le armi? ma no, manteniamo il focus sulla libertà, sulla rivoluzione popolare, sulla piazza. usiamo parole come “primavera”, “alba”, che sono tanto colorate, e immaginiamo che queste persone riescano ad abbattere regimi ed eserciti solo gridando più forte quanto sia vivo il loro desiderio di essere finalmente liberi.

immaginiamoli così.

leggiamo la rivoluzione, seguiamola su twitter, e fermiamoci ai volti di quei ragazzi in piazza. facciamo finta di non vedere dimentichiamoci di quelli che girano per le strade con le mitragliatrici, le pistole, gli esplosivi; dimentichiamoci di quello che stanno andando a fare; dimentichiamo i mercenari e le spedizioni punitive, le rappresaglie. dimentichiamoci che quella è una guerra civile.

così potremo pensare al dittatore che, braccato, fugge in un cunicolo e, una volta scoperto, esce con le mani in alto riconoscendo il valore dell’avversario, come fanno certi mafiosi quando vengono beccati tre metri sotto il pavimento di un appartamento in centro, «bravi, vi faccio i miei complimenti».

ovvietà. non è la morte del dittatore a essere cruenta, è la morte in sè a esserlo. vedersi un morto sparato sul monitor del computer non è un modo piacevole per essere riportati alla cruda realtà di un mutuo da pagare, ma non si può prendere solo il lato romantico delle rivoluzioni, e dimenticarsi di quel piccolo particolare: la gente muore. e se accettiamo con tristezza l’idea che un gruppo di persone sacrifichi la propria vita per concedere ad altri la possibilità di godere della libertà per cui si combatte, vogliamo accettare l’idea che un dittatore possa essere ammazzato dal popolo insorto?

prima gli diciamo «bravi, sollevatevi, fate la rivoluzione», poi gli facciamo la paternale perché «eh, ma non lo si doveva uccidere, è un atto barbaro, ecc.»

anch’io avrei preferito che fosse arrestato, processato e condannato. magari da un tribunale penale internazionale. ma ogni popolo sceglie come fare sua la rivoluzione. possiamo esultare per chi ha il coraggio di ribellarsi, e poi sgridarlo come si farebbe con un bambino immaturo per avere esagerato?

la prossima volta mandiamo qualcuno a spiegare a quei primitivi come funzionano le rivoluzioni liberali: una volta scovato il tiranno, e tirato fuori dal buco in cui si nascondeva, qualcuno si metta a correre, e corra più forte che può. attraversi il deserto infinito, i villaggi sperduti, le periferie in festa, e entri al palazzo presidenziale dal portone principale. salga le scale saltando due gradini alla volta, percorra il lungo corridoio con le statue dei padri della patria, e arrivi fino alla sala del trono, si sieda sulla poltrona del tiranno, e con l’ultimo, flebile, filo  di voce rimasto faccia risuonare un grandioso: «tana gheddafi».

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