sorridi a papà

«una mentina?»

«sì, grazie»

«posso mostrarle una fotografia?»

«sì, certo»

«mi dica, è lei questo?»

«…»

«è lei?»

«non so, è passato tanto tempo ma…sì, direi di sì, sono io»

«capisco»

«e mi dica invece, questo è sempre lei?»

«sì, qualche anno dopo, credo fosse una festa di un compagno di classe delle elementari»

«bene. abbiamo quasi finito. questo è ancora lei?»

«sì, qui era una festa di carnevale, non ricordo dove fossi, ma avrò avuto otto, nove anni»

«l’ha fatto ancora in seguito?»

«che cosa? andare a una festa di carnevale?»

«andare a feste di carnevale vestito da grande orsetto rosa con un lecca lecca a forma di cuore»

«…»

«mi scusi ma ci interessa. l’ha fatto ancora?»

«sì, credo, non ne sono sicuro, forse due, tre volte»

«e sua madre? l’ha sempre accompagnato vestita da suora?»

«…»

«mi dica, sua madre si vestiva spesso da suora con calze autoreggenti?»

«ma io non…»

«la ringrazio, le faremo sapere»

«ma come? avete già finito?»

«può andare, grazie»

«ma no! e le mie competenze? e l’esperienza maturata? ho grandi aspirazioni, lavoro benissimo in team! sono pronto a morire per la mission dell’azienda!»

«la prego, non renda questa cosa più penosa di quanto lo sia già»

«ma cosa…? come potete avermi già valutato? sono venuto a un colloquio di lavoro, non a ricordare la mia infanzia!»

«mi dispiace, le ho detto che può andare, grazie»

«ma come potete valutare i candidati in questo modo? non è serio!»

“dice? abbiamo speso milioni di euro per alcune ricerche nel campo delle risorse umane»

«e questo cosa c’entra con la mia posizione?»

«un’altra mentina?»

«no, grazie»

«vede, abbiamo studiato attentamente il suo curriculum, e l’abbiamo trovato interessante. quindi abbiamo deciso di approfondire la sua posizione. abbiamo raccolto tutte le sue fotografie reperite in rete e le abbiamo sottoposte al nostro team di psicologi e alla divisione hr della nostra azienda. hanno preparato un profilo.»

«un profilo? e su che basi?»

«secondo le più recenti teorie di hommersbawn vestirsi da grande orsetto rosa è sintomatico di una personalità remissiva, poco incline ad assumersi responsabilità e con una forte propensione verso l’autocommiserazione che, sottoposta a stress, per reazione, può condurre a una perdita temporanea di freni inibitori con effetti devastanti sulle capacità cognitive e decisionali. per non parlare del ruolo distruttivo che può avere avuto la personalità di sua madre sulla sua autostima. una madre evidentemente apprensiva e insoddisfatta, tanto da cercare rifugio in discutibili momenti di trasgressione così infantiili. come può ben capire questo è un rischio che la nostra azienda non può correre»

«ma è una foto di vent’anni fa! ho studiato negli stati uniti! parlo quattro lingue!»

«mi dispiace, può andare»

«ma io non mi alzo da qui finché non parliamo delle mie competenze…»

«sicurezza? abbiamo un problema nella conference room…»

minority report affrontava l’ipotesi fantascientifica di un mondo in cui fosse possibile preconizzare la propensione criminale degli individui. oggi è possibile valutare una persona in base a quello che scrive sui social network e dalle fotografie che troviamo pubblicate su internet.

ma mentre noi abbiamo un controllo totale su quello che decidiamo autonomamente di pubblicare (salvo poi blaterare di presunte invasioni della privacy, senza renderci conto di quanto tutto dipenda da scelte consapevoli), ci sono individui che questo controllo, adesso, non possono averlo. nessuno può impedire che venga pubblicata su facebook la propria fotografia in cui sorride senza quattro denti, mentre in mutande tiene stretto in mano uno scopino del cesso. nessun bambino di quattro anni può farlo. la pubblicazione di quella fotografia è una scelta (ir)responsabile di uno dei suoi genitori.

nessuno potrà lamentarsi di quel filmato in cui lo si vede ballare, addobbato come un albero di natale, su ‘girls just wanna have fun’ di cindy lauper.

nessuno di questi individui ha il benché minimo controllo sulle scelte che gli adulti fanno al loro posto. almeno fino al giorno in cui uno di questi attuali bambini, o un suo compagno di classe, intorno ai tredici anni, non si imbatterà in questa roba in seguito a una ricerca su google o sui profili facebook del propri genitori/zii/cugini, facendo riaffiorare reperti di una vita remota in cui non aveva alcun controllo della propria presenza in rete. filmati, fotografie, in grado di renderti particolarmente popolare nella tua comunità proprio nell’età in cui si è più vulnerabili. fotografie pubblicate, senza alcun consenso, da chi in quel momento avrebbe dovuto tutelarti esercitando con cautela i tuoi diritti di minorenne. le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, ma quanti resteranno prigionieri dei profili facebook dei propri genitori idioti? e per quanti anni? internet non dà garanzie di un diritto all’oblio per la demenza altrui.

la soluzione allora sarà fare causa ai propri genitori per poter ottenere il rimborso degli anni di psicanalisi a cui si è stati costretti da quella fotografia trovata appesa in classe una mattina, in cui a otto anni sorridevamo seduti sul letto inondato dalla nostra enuresi; o per quella volta in cui ci è stato rifiutato un lavoro grazie al filmato pubblicato su youtube vent’anni prima – e rimasto sepolto fino al giorno del nostro colloquio – in cui venivamo ripresi gridare disperati “mamma ho tanta paura!” il nostro primo giorno di scuola.

rovinarli sarà il vostro modo di ringraziarli, e di fargli pagare tutta quella loro incontrollata voglia di mostrarvi al mondo come buffi trofei di cui potersi compiacere.

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