italiano immaginario [2]

“il traghetto è alle dieci e ci vogliono un paio d’ore per arrivare a livorno”

“a che ora partiamo?”

“verso le due”

la sicurezza di arrivare in tempo all’imbarco è il battito del cuore di ogni italiano che parte per le vacanze. il ritmo sincopato con cui sincronizzarsi, diciamo, almeno tre giorni prima della partenza, per essere certi di riuscire a preparare almeno due valigie inutili, risolvere il rompicapo del bagagliaio, chiudere casa, lasciare il gas aperto, salire in macchina, non sbagliare strada, fermarsi a pisciare al primo autogrill, comprare “gente”, ripartire, fare i centottanta in autostrada pensando che così, se più avanti dovessimo trovare traffico, almeno avremo guadagnato minuti sul percorso previsto dal navigatore satellitare, trovare la strada per il porto, e riuscire così a fare in tutta serenità quattro ore e mezza di attesa all’imbarco, respirando a pieni polmoni i fumi sprigionati dall’asfalto bollente.

quattro ore che, se si fosse dotati di un minimo di raziocinio, si dovrebbero passare chiedendosi cosa spinge, noi e altre mille persone, ad ammassarci in quel modo, a fare quattro ore di coda per rinchiudersi in una trappola di morte perfetta. tante piccole celle metalliche senza finestre, con un sistema di uscite di sicurezza insostenibile per la gestione del panico da parte dell’italiano medio. piccole trappole per topi galleggianti che hanno, al massimo, una tondeggiante, illusoria, via di fuga verso la libertà che è pronta a ricordarci, in caso d’incendio, che è vero che in questo universo siamo piccolissimi, ma che dovremmo comunque assumere meno carboidrati. un paio di chili di troppo sufficienti per restare intrappolati proprio nel momento in cui il mare o il fuoco hanno deciso, per un istante in una notte di estate, di ristabilire, la loro naturale supremazia.

sinceramente non so cosa ci spinga, ma posso capire che per godere di quindici giorni di vacanza uno si prenda anche il rischio di finire annegato in dieci metri quadrati, così come ci si prende quello di precipitare quando si sale su un aereo. ma quello che non riesco davvero a capire è come si possa cercare di rendere la cosa piacevole. l’aereo è concepito per renderti confortevole il periodo di tempo che dovrai trascorrere tormentato dalla consapevolezza che sei appeso all’aria per un amen, ma non c’è nessun desiderio di sviarti dalle giuste riflessioni sulla caducità della vita terrena. niente a che vedere con la sfrontatezza del traghetto, che pretende invece di farti dimenticare, con bar, sale giochi, piscina, che da un momento all’altro, cibo per i pesci eri e cibo per i pesci diventerai.

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