l’economia mondiale come metafora della vita

lavori una vita per assicurarti una vecchiaia dignitosa, risparmi, ce la metti tutta, ti sbatti, ti sacrifichi, accetti compromessi per non finire solo, povero e fallito come quel tuo amico che ha mollato tutto per aprire un bar su un’isoletta dell’egeo. ti sembra quasi di avercela fatta, riesci a vedere la fine del tunnel, poi arriva uno, ricco e ubriaco, che ti investe con un hummer mentre esce da una festa. ti guarda per un po’ rantolare sull’asfalto e poi se ne va, lasciandoti una lattina di birra con dentro i suoi mozziconi di sigaretta, nel caso ti venisse sete.

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ronzii

nell’arco di ventiquattro ore, quelle trascorse dal momento in cui si è scoperto che le stragi di oslo non erano opera di una cellula lappone di al qaeda, e quindi si dovevano trovare nuove spiegazioni che non fossero il fatto che è colpa loro se sono musulmani, è iniziata la ferma condanna delle perversioni scandinave che hanno causato questa violenza assurda. trattandosi di un paese lontano e misterioso come la norvegia – una volta scoperto che l’ikea è svedese – non si è fatto altro che cercare su wikipedia alla voce “norvegia – usi e costumi”.

così si è potuto sostenere che la follia omicida è stata scatenata, nell’ordine, da devianze come il culto del dio odino, gesù, i fiordi, il sole a mezzanotte, i romanzi di larsson, kafka, la musica rock metal, le alci, i videogames bellici. i soffitti troppo bassi, invece, hanno vinto contro la frustrazione sessuale e sono passati al turno successivo.

qui abbiamo avuto fortunatamente una variazione sul tema e vittorio feltri, in un mirabile editoriale, ha spiegato in sostanza che la colpa di quanto accaduto è la deboscia, la debolezza morale di quei ragazzi che, cinquecento contro uno, non sono riusciti nemmeno a disarmarlo (che in fondo è un po’ come dire che se tutti quelli che occupavano le torri l’undici settembre si fossero buttati di sotto, sarebbero morti lo stesso, ma almeno gli avremmo tolto tutta la soddisfazione).

il mio interesse per questo nazista, per il suo “perché”, le ragioni che lo hanno condotto dentro quella fattoria a costruire autobombe con del fertilizzante, è durato molto poco, dissolto nell’orrore provato per quella caccia allucinante sull’isola di utoya. è durato fino al momento in cui ho realizzato che ogni riga che leggevo di quel delirio, ogni volta che imparavo una sillaba del suo nome e lo scrivevo su un social network o nel campo di ricerca di google, lo stavo aiutando a raggiungere il suo scopo: il suo nome come primo risultato nei motori di ricerca, il parto scomposto del suo cervello, un delirio di millecinquecento pagine, discusso, analizzato e fatto rimbalzare su tutta la rete.

ognuno di noi dovrebbe leggerlo e poi buttarlo nel cesso, senza condividere una sola sillaba del suo contenuto.i morti, la strage, erano il mezzo attraverso cui raggiungere il proprio scopo, il “male necessario” perché il mondo si accorgesse delle ragioni del suo odio. l’oblio, l’indifferenza per il suo nome, per le sue parole, quello sarebbe come ucciderlo.

il male di uno psicopatico isolato come questo non è il male assoluto, è un male privo di qualunque fascino – niente organizzazione complessa, niente comunicazione – è il male di un pazzo che cerca di dare un significato a quel ronzio insopportabile che gli fa scoppiare la testa, un ronzio che potrà cessare solo con i colpi di una pistola, rivolti dalla parte sbagliata. ma è un male pericoloso e impalpabile, come spore tossiche trascinate dal vento, in attesa del prossimo che, seduto davanti al computer, si dirà che quel ronzio lo sta facendo impazzire, e che deve trovare il modo di spegnerlo. ad ogni costo.

proiezioni

ho sentito cicchitto gridare. alla radio. potevo vederlo, in piedi, rivolto all’assemblea, schiumare rabbia e indignazione, paonazzo in volto, con gli occhiali sulla punta del naso e la giugulare sul punto di esplodere. ho sentito gridare parole come “libertà civili”, “violenza inaccettabile”, “garanzie dell’imputato”, “presunzione d’innocenza”. ho sorriso. mi sono incazzato. ho fermato la macchina. un po’ ho bestemmiato. mi sono chiesto dove fosse cicchitto quando il governo sostenuto dal suo partito (per usare un eufemismo e non dire posseduto) ha approvato la serie inarrestabile di provvedimenti che hanno contribuito a trasformare le carceri italiane in una discarica sociale, le leggi che vietano la concessione degli arresti domiciliari per certi reati (quelli che destano particolare allarme sociale, per parlare come un sottosegretario democristiano degli anni settanta), le leggi che hanno reso praticamente impossibile ai recidivi ottenere misure alternative alla detenzione. mi sono chiesto dove fosse cicchitto quando la lega chiedeva il carcere indiscriminato per la categoria tutta dei clandestini. qualcuno lo avverta, perché a sentire il suo discorso di ieri, la veemenza con cui si è scagliato contro il giustizialismo indiscriminato, è chiaro che s’è sbagliato. perché a sentirli così, tutta quella foga, quell’accorata partecipazione, tutta quella rabbia e quell’indignazione hanno molto poco a che fare con il garantismo, e molto con la proiezione.

c’è qualcosa

c’è qualcosa nel fatto che adesso, in questo preciso momento, uno degli uomini più potenti della terra se ne debba stare seduto dietro a un anonimo banco di legno, in un’anonima stanza del parlamento inglese, a rispondere alle domande, incalzanti, pertinenti, e incisive, di rappresentanti eletti dal popolo. c’è sicuramente qualcosa di sottilmente crudele, il compiacimento nello scorgere la preoccupazione e la tensione su volti abituati a irradiare sicurezza e potere, ma è una minima parte. c’è qualcosa nel fatto che tutto questo stia accadendo adesso, e possa essere visto da chiunque, in qualunque parte del mondo. qualcosa che, forse, riguarda parole come democrazia, trasparenza, etica, responsabilità, o che, senza voler scomodare concetti troppo impegnativi, non è altro che la rappresentazione plastica di come possano funzionare bene le democrazie; oppure, ma sarebbe già tanto, è solo la copia sputata di qualche film o di qualche puntata di una serie televisiva. democrazia, trasparenza, etica, responsabilità, parole che, un secondo dopo la fine di questo spettacolo (che in italia avrebbero già marchiato come una gogna mediatica), torneranno a stare al loro posto tra i concetti troppo ambiziosi, lasciando spazio a strategie di comunicazione, sondaggi, percentuali di vendita, quote di mercato. e allora fatemi godere di questi momenti in cui puoi illuderti che, se ben congegnato, un sistema democratico di pesi e contrappesi, possa davvero funzionare; fatemi godere di quello che abbiamo ormai dimenticato: esiste la remota possibilità, un giorno, di dover rendere conto a qualcuno, che non sia necessariamente un nostro dipendente, delle cazzate che abbiamo fatto; e una cazzata è una cazzata è una cazzata, e tutti hanno strumenti adeguati per capire quanto lo sia. e se la dici al momento sbagliato può costarti davvero una carriera, una vita intera, o anche solo un piccolo pezzo del tuo impero. poi svegliatemi, ché devo tornare a lavorare.

vecchietti

siamo ridotti così male che ci tocca ridimensionare anche l’arte in cui questo paese, da sempre, eccelle; quella che, insieme al voler discutere sempre e comunque di cose che non ci competono e di cui non capiamo assolutamente niente, è un po’ il mandolino del ventunesimo secolo: la dietrologia.

un tempo questo era un grande paese di dietrologi, e potevi passare notti intere a discutere del rapimento di moro, della seduta spiritica di romano prodi, a litigare sui servizi segreti, su chi ci fosse dietro le stragi, le bierre, su chi avesse nascosto i piani radar di ustica, l’italicus, portella della ginestra; sul ruolo della cia nel referendum monarchia/repubblica, sulla morte di papa luciani e sulla combine di italia-camerun dell’82. un paese cresciuto nel mito di un grande vecchio che tutto conosce e tutto governa.

oggi invece non riusciamo più nemmeno a esercitare una dietrologia di livello, e siamo costretti a passare pomeriggi infiniti a cercare di capire chi sia l’omino misterioso che si intromette nei rogiti notarili altrui per versare caparre, e che infila di nascosto emendamenti alla legge finanziaria sull’esecutività delle sentenze di appello.