zeri

esiste questo desiderio, per me incomprensibile, di avvicinare le persone all’arte, con i metodi della divulgazione. la divulgazione applicata all’arte ha spesso un
effetto distorto, quello di infondere la presunzione di avere una sensibilità artistica, là dove non basterebbe levare sette volte la pelle per trovarne un embrione. sarà perché l’arte ha sempre esercitato su di me lo stesso effetto del mare, meraviglia e stupore attraversati da un sottile terrore, provocato dalla
complessità nascosta di quello che ti ritrovi davanti agli occhi. distese azzurre e lineari e apparentemente uniformi che nascondo forza e complessità inaudite. così è l’arte. c’è stato in televisione, per un certo periodo, il tentativo di trasformare una moltitudine di uomini e donne saldamente ancorati a un divano in tanti federico zeri, ma non perché gli si volessero offrire gli strumenti per diventarlo davvero (cosa per cui, ovviamente, non basterebbero dodici vite), ma trasmettendo quest’idea malsana che l’arte sia a portata di tutti. il dilettantismo camuffato da nobile lotta democratica per cui tutti abbiamo il diritto di essere
ritenuti competenti in qualunque campo dello scibile umano.

del mio rapporto con l’arte ricordo la sensazione che provai da ragazzino alla national gallery quando, ormai nauseato dall’ebbrezza di un succedersi di stanze opprimenti, in cui ogni centimentro quadrato era stato ricoperto di tele, cornici, modanature e velluti, mi ritrovai davanti all’allegoria di venere del bronzino. ricordo nitidamente la sensazione di vuoto attorno a me, la capacità di quel quadro di riempire la stanza di una sensualità disturbata, asimmetrica e incombente, quella carne pallida che si rifletteva sulla mia figura, disorientandomi e facendomi sentire come fossi nudo, nudo davanti a una donna che mi disprezzava.

quel giorno ho capito che la forza di un’opera (e dell’arte, quando funziona) è quella di travolgerti e di avere il potere di farti sentire con le mani legate e la patta dei pantaloni aperta in una stanza affollata, perché l’arte deve saperti mortificare.

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