sorridi

la fotografia qui sopra, in cui barack obama e il “national security team” seguono, secondo per secondo, il blitz che ha portato all’uccisione di osama bin laden, è una rappresentazione perfetta di come vivano il rapporto tra istituzioni-cittadini-media negli stati uniti. abbiamo centinaia di fotografie che ritraggono presidenti, segretari di stato, consiglieri per la sicurezza nazionale, impegnati nell’atto più intimo per un individuo con responsabilità esecutive: l’esercizio del potere. guardi quelle fotografie di nixon, carter, kissinger, bush, in maniche di camicia, oppure kennedy abbandonato a testa bassa sulla scrivania dello studio ovale durante la crisi dei missili di cuba, e ti rendi conto che svolgono perfettamente la funzione per cui sono state scattate: trasmettono un’impressione di trasparenza che riesce quasi a convincerti che, nel momento in cui esercitano il potere, lo facciano avvertendo la responsabilità che i cittadini americani gli hanno conferito. forse è un’illusione, ma quelle fotografie funzionano ed è come se dicessero agli americani: «guardate, sto lavorando per il paese, non ci sono segreti».  la foto di obama che segue l’azione di intelligence più importante degli ultimi vent’anni, sicuramente la più difficile e delicata (per tutte le implicazioni che può avere l’eliminazione fisica di un nemico), si inserisce perfettamente in quella serie, ma questa volta c’è qualcosa di più. vediamo infatti quello che, fino ad oggi, è stato rappresentato solo in fiction come 24 e west wing: un presidente americano che segue in diretta l’eliminazione di un nemico del proprio paese. e non importa quali siano le ragioni per cui obama abbia deciso di mostrarsi al mondo in quel preciso momento, importa che nell’istante in cui il commando entra nel rifugio di abbottabad, ci troviamo davanti alla rappresentazione senza mediazioni dell’esercizio del potere nella sua forma più cruda: l’esecuzione di un nemico su ordine del presidente.

una cosa che mi ha sempre colpito, e che avrà sicuramente una spiegazione seria, è come non esista un’iconografia di presidenti del consiglio, ministri, sottosegretari, impegnati nei propri uffici mentre fanno il lavoro per cui sono stati eletti o nominati. sappiamo perfettamente com’è fatto l’oval office, mentre non abbiamo mai visto l’ufficio di palazzo chigi in cui governa il presidente del consiglio. certo, altra forza evocativa. cinema e televisione hanno rappresentato così tante volte la casa bianca che ormai ci sembra di conoscerla come casa nostra, mentre quanti film sono stati ambientati a palazzo chigi? e quanti film sono stati girati in italia sull’esercizio del potere? film in cui il protagonista sia un membro del governo, un presidente del consiglio? forse è la complessità del sistema parlamentare a rendere impossibile una rappresentazione avvincente che abbia come protagonista un ministro o il presidente del consiglio, forse è una questione antropologica : non è un caso che la rappresentazione cinematografica della politica italiana sia sempre stata legata ai suoi aspetti deteriori. resta il fatto che, guardando questa fotografia, penso a come sarebbe stata la stessa immagine ripresa in italia, a palazzo chigi, magari con lo staff governativo impegnato a seguire la cattura di un boss mafioso. e lì ti piglia lo sconforto. le probabilità di trovarsi davanti a un presidente bolso, mezzo addormentato, a un ministro dell’interno con quel mezzo sorriso smozzicato, a solerti collaboratori in piedi dietro il pdc, risucchiati dai rigidi completi blu, sono elevatisime. forse conta il fatto che non abbiano una rappresentazione cinematografica con cui competere, forse conta il fatto che l’istituzione sia priva di qualsiasi fascino, ma mi resta questa idea che la scelta di mantenere un diaframma insuperabile, un muro che impedisce di vedere cosa accade dentro quelle stanze, sia deliberata, e li faccia sentire tranquilli, consapevoli di poter agire indisturbati e di poter svaccare senza ritegno, sapendo che nessuno si lamenterà mai.

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