Archivi del mese: maggio 2011

tappi che saltano

adesso che ha vinto possiamo finalmente dirlo: pisapia ha fatto una campagna elettorale perfetta, mentre gli altri ne sbagliavano una dietro l’altra. possiamo dire che prendere a calci nel culo l’arcivescovo di milano, attraverso le pagine di un quotidiano di riferimento, non è il modo migliore per riguadagnare i voti persi; che quando si vince, non si capisce perché, si vince ancora di più e meglio, come se la fortuna avesse scelto da che parte stare – l’arcobaleno in piazza duomo durante il concerto, nemmeno frank capra – e si capiva che questi non sapevano più nemmeno loro come rimettere in piedi la baracca, e si aveva come l’impressione che quello che un anno fa avrebbe riempito le piazze di bandiere e striscioni gli si ritorcesse contro, li avvolgesse come un sudario, senza che questi sapessero cosa fare.

e adesso finalmente arrivano i comunisti, l’internazionale, il manifesto, i comunisti quelli veri, quelli che hanno militato in democrazia proletaria: il nome della città diventerà milangrado e ci saranno moschee, campi rom dappertutto, milano come un gigantesco set di kusturica, le proprietà verranno espropriate e l’expo verrà trasformato nel festival mondiale della pizzica; alla settimana della moda saranno obbligatorie le birkenstock, mentre al salone del mobile verranno vietate le linee curve e il calimocho sarà distribuito alla cittadinanza al posto del servizio di bike sharing.

pisapia è stato semplicemente perfetto, ma lega e pdl sono riusciti in un’impresa che nessuno, mai, in questo paese era riuscito a compiere: consegnare une dellecittà più conservatrici e borghesi d’italia a un sindaco comunista, convincendo i cittadini milanesi che non c’è niente di cui preoccuparsi, ma solo da festeggiare.

estinzioni*

qual è la ragione per cui si percepisce nell’aria un’ansia incontrollabile? si osservano riti e atteggiamenti tipici di un’attesa spasmodica che ci sta consumando per un risultato che, in fondo, ricordiamocelo, è solo quello di un’elezione amministrativa. milano sceglie un sindaco, nient’altro. allora viene da chiedersi, perché? perché tutto questo interesse per delle semplici elezioni amministrative? è una questione sportiva? come quando ti capita un’annata (una? due, cinque, dieci…) infausta e non ti ricordi nemmeno come si faccia a vincere, e così ti ritrovi a dover festeggiare per la coppa italia? non lo so. sono semplici elezioni amministrative, un sindaco è un sindaco, abbiamo vissuto per anni con un sindaco di roma di sinistra e il pdc è rimasto quello che era, un sindaco è un sindaco è un sindaco, non penseremo davvero che sia il segnale di qualcosa? quello che so è che con questa calma e con questo sangue freddo, dovesse andare male, ci estingueremo. per le stesse ragioni ci estingueremo anche dovesse andare bene.

*questo post è offerto dal comitato italiano per l’autoconvinzione

orbison

ieri era il compleanno di bob dylan, e nel guardare compulsivamente i suoi vecchi video sono capitato su questa canzone dei traveling wilburys, handle with care. la canzone non è bellissima, ha un incedere abbastanza ordinario, ma alla lunga ti rimane in testa, anche solo per il fatto che in tre minuti trovi condensate cose come bob dylan, george harrison, tom petty, jeff lynn e roy orbison. ma al quarantesimo secondo, quando attacca roy orbison, con la sua voce stanca ma ancora avvolgente, la canzone dà i brividi. “I’m so tired of being lonely, I still have some love to give, Won’t you show me that you really care” canta orbison, e non puoi non pensare che dentro quella voce, in quella piccola esitazione iniziale, c’è tutta la sua vita atroce, la morte della moglie in un incidente motociclistico, la morte di due dei tre figli nell’incendio della sua casa di nashville. se esistesse un dio della malinconia, quel dio sarebbe la voce di roy orbison, calda e morbida, come solo sanno esserlo le voci rifinite dal country e conciate da una destino tremendo.

zeri

esiste questo desiderio, per me incomprensibile, di avvicinare le persone all’arte, con i metodi della divulgazione. la divulgazione applicata all’arte ha spesso un
effetto distorto, quello di infondere la presunzione di avere una sensibilità artistica, là dove non basterebbe levare sette volte la pelle per trovarne un embrione. sarà perché l’arte ha sempre esercitato su di me lo stesso effetto del mare, meraviglia e stupore attraversati da un sottile terrore, provocato dalla
complessità nascosta di quello che ti ritrovi davanti agli occhi. distese azzurre e lineari e apparentemente uniformi che nascondo forza e complessità inaudite. così è l’arte. c’è stato in televisione, per un certo periodo, il tentativo di trasformare una moltitudine di uomini e donne saldamente ancorati a un divano in tanti federico zeri, ma non perché gli si volessero offrire gli strumenti per diventarlo davvero (cosa per cui, ovviamente, non basterebbero dodici vite), ma trasmettendo quest’idea malsana che l’arte sia a portata di tutti. il dilettantismo camuffato da nobile lotta democratica per cui tutti abbiamo il diritto di essere
ritenuti competenti in qualunque campo dello scibile umano.

del mio rapporto con l’arte ricordo la sensazione che provai da ragazzino alla national gallery quando, ormai nauseato dall’ebbrezza di un succedersi di stanze opprimenti, in cui ogni centimentro quadrato era stato ricoperto di tele, cornici, modanature e velluti, mi ritrovai davanti all’allegoria di venere del bronzino. ricordo nitidamente la sensazione di vuoto attorno a me, la capacità di quel quadro di riempire la stanza di una sensualità disturbata, asimmetrica e incombente, quella carne pallida che si rifletteva sulla mia figura, disorientandomi e facendomi sentire come fossi nudo, nudo davanti a una donna che mi disprezzava.

quel giorno ho capito che la forza di un’opera (e dell’arte, quando funziona) è quella di travolgerti e di avere il potere di farti sentire con le mani legate e la patta dei pantaloni aperta in una stanza affollata, perché l’arte deve saperti mortificare.

maramaldi

il 3 agosto 1530, in quella che sarà ricordata come la battaglia di gavinana, il soldato di ventura fabrizio maramaldo, schierato con l’esercito dei medici, uccise il capitano fiorentino francesco ferrucci dell’esercito della repubblica, dopo che questi si era arreso.

fabrizio maramaldo si fece condurre il prigioniero sulla piazza di gavinana, lo disarmò e, violando qualsiasi regola cavalleresca (anche per vendicarsi delle angherie a cui il ferrucci lo aveva sottoposto), lo colpì al petto per poi lasciare che i suoi soldati lo trucidassero.

dal suo nome, francesco maramaldo, è nato un sostantivo che ancora oggi indica una persona che infierisce sui più deboli e sugli inermi, o è pronta a sopraffare, a tradire qualcuno non appena ne scorga i punti deboli o l’impossibilità di difendersi.

prigionieri. feriti. deboli. inermi. impossibilità di difendersi.

vorrei tranquillizzarvi, non stiamo maramaldeggiando, stiamo solo godendo.


giochi a somma zero

gli elettori leghisti sono soddisfatti perché il partito ha saputo rivendicare la propria autonomia.
gli elettori del pdl sono soddisfatti perché lassini e la moratti hanno tirato fuori le unghie, hanno attaccato i giudici e messo in chiaro che i comunisti sono terroristi; gli elettori moderati (del pdl) invece sono soddisfatti perché il sindaco si è dissociato da quei volantini vergognosi e si vedeva che era dispiaciuto mentre diceva quelle cose a pisapia. andranno tutti a votare.
qualcuno voterà tappandosi il naso, qualcuno respirerà profondamente, le cose andranno come andranno, ma quando tutto sarà finito risvegliamoci da questa illusione intorpidita che ci porta a credere che, in una campagna elettorale fondamentale come quella di milano, le cose possano davvero accadere per caso.

argomenti ontologici

daniela santanchè potrebbe essere la prova inconfutabile dell’inesistenza di dio. o della sua esistenza, e della sua profonda e incommensurabile incazzatura.