e firmai, col mio nome firmai, e il mio nome era….

agosto 1996 – luogo imprecisato sul ciglio del deserto di tabernas – spagna – tramonto

quello è stato il momento, esattamente.

un momento che è diventato la cifra del cinema italiano contemporaneo: gente che grida senza una ragione allargando le braccia, la cui funzione narrativa dovrebbe essere di solito quella di sfogare la rabbia, esprimere la propria sofferenza cosmica nei confronti dell’universo ostile, oppure lasciar esplodere una gioia e una serenità incontenibili. solo che quando la vedi riprodotta al cinema, quella scena, pensi: “dio che imbecilli”.

lo pensi perché quella scena è il classico tentativo di rappresentare ciò che non è rappresentabile, perché è lontana dalla realtà di ognuno di noi. nessuno si mette a gridare a braccia a aperte, magari alzandosi in piedi sul sedile di una macchina cabrio che corre a tutta velocità sulla strada provinciale. nessuno sano di mente lo farebbe, a meno che non sia solo per fare il verso a un film, trasformando quel gesto nella confessione autografa della propria idiozia.

la rappresentazione di quel momento è impossibile perché ognuno di noi ne ha probabilmente vissuto uno così, un momento in cui anni interi della tua vita confluiscono a generare un singolo istante, che può manifestarsi in mille modi diversi. e così, invece di gridare come un cretino, ognuno di noi trasferisce quell’emozione in un gesto più naturale, forse più stupido, più controllato, ma certamente più spontaneo.

cinque anni di liceo che se ne andavano, la maturità, la scelta dell’università come se fosse la cosa più importante della tua vita, il futuro, tutto l’armamentario da romanzo di formazione, un viaggio bellissimo di centinaia di chilometri tra spagna e portogallo – deciso in un pomeriggio noioso, dopo aver visto un film di wenders – con una golf a gpl e una fiat uno, i tuoi cinque migliori amici che, ti domandavi, chissà per quanto tempo lo sarebbero stati.

eravamo ingenui, ma non idioti, quindi non ci è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di allargare le braccia. ma gridare abbiamo gridato. al deserto che si apriva davanti a noi abbiamo gridato fortissimo per cinque, dieci volte, le parole di una canzone.

“e mi ricordo infatti un pomeriggio triste,
io, col mio amico culo di gomma, famoso meccanico,
sul ciglio di una strada a contemplare l’america,
diminuzione dei cavalli, aumento dell’ottimismo.
mi presentarono i miei cinquant’anni
e un contratto col circo pacebbene
a girare l’europa”

e se abbiamo alzato le braccia al cielo, cosa che a questo punto non posso davvero escludere, lo abbiamo fatto gridando:

“e firmai, col mio nome firmai,
e il mio nome era bufalo bill”

auguri france’

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...