Archivi del mese: aprile 2011

nani

leo messi è un piccolo nanetto disegnato da dio a sua immagine e somiglianza, un mini-dio. leo messi ieri sera ha fatto un gol strepitoso, uno di quei gol che ti fanno levare un sopracciglio e ti fanno dire che, forte così, nessuno.

gli storici del calcio che affollano le strade e le nostre case dopo ogni gol vagamente simile a quello famosissimo di maradona, reagiranno con disappunto al tuo entusiasmo ingiustificato, e ti spiegheranno pazienti che il calcio attuale è diverso da quello in cui si muoveva diego, che tutto è diventato più veloce e i giocatori adesso sono fisicamente diversi, hanno un’imponenza che pierino fanna se la sognava, però sono scomparsi i giocatori tecnicamente puri, quindi non possiamo paragonare il gol che ha cambiato il mondo con quello che si è appena impresso sul tuo cristallino. allora tu gli rispondi descrivendo quello che hai appena visto, messi che è partito in mezzo alla difesa del real madrid, un luogo popolato da ceffi alti un metro e novanta e con idee piuttosto selvagge su come si fermi un attaccante, e ha cominciato a correre, fortissimo, controllando la palla come se ce l’avesse stretta tra le mani piuttosto che libera e in movimento in mezzo ai piedi. messi correva, usando i corpi degli avversari per passarci in mezzo, centimetro dopo centimetro, e per non cadere mai, e nell’esatto momento in cui lo stavano chiudendo verso il fondo del campo, e lo spazio per il tiro stava svanendo insieme all’equilibrio, il nanetto infilava il piede in quella frazione di secondo che è esattamente il momento in cui il portiere scivolerà inesorabilmente con il sedere per terra, senza poter fare nulla per fermare il pallone.

«certo, ma maradona s’è bevuto tutta la squadra partendo dal centrocampo!» ti diranno gli storici, «ma messi ha ventitre anni, ne ha come minimo altri dieci davanti e il talento è già immenso adesso» risponderai. e sai che potresti andare avanti così per ore, confrontando, paragonando, accostando, commisurando, raffrontando, e non arriverai mai a una risposta convincente, alla soluzione definitiva del dilemma, perché è questo che succede quando ti ritrovi a discutere di maradona e di messi.

si chiama ineffabilità di dio.

il lavoro del pittore

guernica, 26 aprile 1937

precari

sono diventati flessibili pure gli aerei da bombardamento. siamo davvero senza speranza.

perifrasi

quando il governo del fare, delle provocazioni, delle barzellette, dell’ostentata confidenza che persegue metodicamente l’eliminazione di qualsiasi diaframma tra il popolo e  il messaggio politico del leader, usa una perifrasi estenuante come:

«maggiore flessibilità operativa dei propri velivoli con azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico, nell’intento di contribuire a proteggere la popolazione civile libica. con ciò, nel partecipare su un piano di parità alle operazioni alleate, l’italia si mantiene sempre nei limiti previsti dal mandato dell’operazione e dalle risoluzioni del consiglio di sicurezza delle nazioni unite»,

per spiegare ai cittadini che, d’ora in avanti, i nostri aerei potranno anche sganciare delle bombe e, sì, potrebbe capitare che qualcuno si faccia male, ma lo facciamo a fin di bene e comunque nei limiti delle risoluzioni dell’onu, mica siamo assassini indiscriminati, allora significa una cosa sola: forse vogliono bombardare l’ikea.

ahi caramba

Capisco che ipotizzare uno stato di emergenza governato da polizia e carabinieri, per venire a capo del banana, possa lasciare perplessi. Diciamo che è brutto, diciamo che è cattivo, che certe cose non si dovrebbero nemmeno pensare. Leggendo bene quel pezzo, però, si capisce come quella conclusione non sia che la provocazione di un vecchio intellettuale, dopo una serie di premesse che sono invece una rappresentazione lucidissima della realtà attuale e dei rischi di questa perenne discesa verso il minimo storico di decenza. Abbiamo un governo che dovrebbe essere denunciato per abuso di credulità popolare, se non fosse che il popolo si abusa benissimo da solo.

Evocare uno “stato di emergenza” può sembrare delirante, e forse lo è davvero, ma io vorrei capire perché loro possono desiderare di sparare sui clandestini senza che nessuno li prenda a cazzotti (anche solo figurati), mentre gli studenti in piazza sono terroristi e incitano alla violenza; perché loro possono dire di voler estinguere un potere dello stato, mentre augurarsi la fine di b. è antidemocratico e contrario alla costituzione e alla volontà popolare; insomma, perché loro possono avere stracquadanio e noi no?

lontani

c’è qualcosa di rassicurante nel fatto che tutti sbarchino a lampedusa: è molto, molto lontana. se chiedi a bruciapelo al primo che passa l’esatta posizione geografica di lampedusa, probabilmente indicherà un punto indistinto tra la sicilia e l’africa, alzando gli occhi al cielo e “sì, insomma, giù in fondo”. lampedusa è lontana, e come tutti i posti lontani li conosci per sentito dire. lampedusa è come il laos, il vietnam, il wisconsin. qualunque cosa accada in questo momento nel wisconsin può forse riguardarmi dal punto di vista filosofico, ma non sposta di una virgola la macchina che sto guidando, l’autobus che sto aspettando o la fine di questa giornata. non c’è caos che tenga.

lampedusa è lontana, quelli che ci sbarcano vengono da lontano, si avvicinano ma restano comunque lontani. se non succede adesso, e non succede qui, il fatto è irrilevante. possiamo dedicare un po’ di pietà, magari per i bambini, e guardarli tutti come un mondo che non ci appartiene, e che non vogliamo che ci appartenga. la solidarietà è come il nucleare. tutti d’accordo sull’applicazione teorica, ma le centrali nessuno le vuole. i profughi come scorie radioattive. la solidarietà è sacrosanta, ma ci è inibito di esprimerla entro un raggio di cinquanta chilometri.

abbiamo finito le rivolte in nordafrica, abbiamo finito l’emergenza nucleare, adesso tocca ai profughi a lampedusa fare da rumore di fondo. in val brembana lampedusa è tokyo, il tempo per arrivarci è lo stesso.

ma i profughi, i migranti, sono come un virus che si diffonde, una macchia di vino che si espande sulla tovaglia, e non restano fermi a lampedusa, a manduria. no, quelli si muovono, scappano, pretendono una vita, e si avvicinano, vogliono entrare anche nel nostro mondo.

la lontananza così scompare quando un tunisino “arrivato pochi giorni fa a lampedusa” viene arrestato per una rapina. il pericolo incombe, si muove di notte, silenzioso, e basta niente che te lo ritrovi sotto casa a prenderti tutte le tue donne. capisco la rilevanza della notizia: è indecente che dopo quarantotto ore non avesse ancora trovato un lavoro onesto, una moglie, due figli, e un bilocale arredato. si vede che hanno proprio una propensione naturale alla delinquenza, non come noi che ci spacchiamo la schiena. anche solo calcolando gli arrivi dell’ultimo mese (circa cinquemila uomini, donne, bambini) la percentuale di criminalità è spaventosa. uno su cinquemila. zero virgola zero due percento.

nonostante le rassicurazioni continuo ad avere paura, e non dello zero virgola zero due percento di rapinatori, ma dell’otto virgola tre percento (in crescita) della lega.

e firmai, col mio nome firmai, e il mio nome era….

agosto 1996 – luogo imprecisato sul ciglio del deserto di tabernas – spagna – tramonto

quello è stato il momento, esattamente.

un momento che è diventato la cifra del cinema italiano contemporaneo: gente che grida senza una ragione allargando le braccia, la cui funzione narrativa dovrebbe essere di solito quella di sfogare la rabbia, esprimere la propria sofferenza cosmica nei confronti dell’universo ostile, oppure lasciar esplodere una gioia e una serenità incontenibili. solo che quando la vedi riprodotta al cinema, quella scena, pensi: “dio che imbecilli”.

lo pensi perché quella scena è il classico tentativo di rappresentare ciò che non è rappresentabile, perché è lontana dalla realtà di ognuno di noi. nessuno si mette a gridare a braccia a aperte, magari alzandosi in piedi sul sedile di una macchina cabrio che corre a tutta velocità sulla strada provinciale. nessuno sano di mente lo farebbe, a meno che non sia solo per fare il verso a un film, trasformando quel gesto nella confessione autografa della propria idiozia.

la rappresentazione di quel momento è impossibile perché ognuno di noi ne ha probabilmente vissuto uno così, un momento in cui anni interi della tua vita confluiscono a generare un singolo istante, che può manifestarsi in mille modi diversi. e così, invece di gridare come un cretino, ognuno di noi trasferisce quell’emozione in un gesto più naturale, forse più stupido, più controllato, ma certamente più spontaneo.

cinque anni di liceo che se ne andavano, la maturità, la scelta dell’università come se fosse la cosa più importante della tua vita, il futuro, tutto l’armamentario da romanzo di formazione, un viaggio bellissimo di centinaia di chilometri tra spagna e portogallo – deciso in un pomeriggio noioso, dopo aver visto un film di wenders – con una golf a gpl e una fiat uno, i tuoi cinque migliori amici che, ti domandavi, chissà per quanto tempo lo sarebbero stati.

eravamo ingenui, ma non idioti, quindi non ci è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di allargare le braccia. ma gridare abbiamo gridato. al deserto che si apriva davanti a noi abbiamo gridato fortissimo per cinque, dieci volte, le parole di una canzone.

“e mi ricordo infatti un pomeriggio triste,
io, col mio amico culo di gomma, famoso meccanico,
sul ciglio di una strada a contemplare l’america,
diminuzione dei cavalli, aumento dell’ottimismo.
mi presentarono i miei cinquant’anni
e un contratto col circo pacebbene
a girare l’europa”

e se abbiamo alzato le braccia al cielo, cosa che a questo punto non posso davvero escludere, lo abbiamo fatto gridando:

“e firmai, col mio nome firmai,
e il mio nome era bufalo bill”

auguri france’