Archivi del mese: febbraio 2011

carrube

essere padre non è mai stato per me un motivo d’ansia.

ognuno ha i genitori che si ritrova, non se li può scegliere e, tutto sommato, credo davvero che sia sufficiente non tenerli rinchiusi in catene in un fienile, lasciando che si nutrano di carrube fradicie, per consentire loro di sperare in un futuro dignitoso, a dispetto dei genitori che il caso e la genetica gli hanno affibbiato.

arriva però un momento in cui ti rendi conto che quello che fai con loro, da una certa età in poi, facciamo cinque anni, probabilmente sta già diventanto un ricordo; magari uno di quelli nitidi, che si porteranno appresso per tutta la vita e raccconteranno agli amici quando ti verrà un ictus, o non sarai più in grado di pronunciare ‘sussunzione’ senza farti scivolare via la dentiera dalla bocca.

da una parte penso “poverini”, dall’altra una sensazione che, sì, potremmo anche chiamare con il suo nome: ansia di essere ricordato come un cretino

sabati

nel caso dovesse prendere definitivamente piede questa deriva antimoralistica, quella per cui se facevi del nudismo trent’anni fa non hai alcun diritto di criticare un settantaquattrenne che fa lo sporcaccione con una minorenne, se pagavi un affitto agevolato non ti devi permettere di mettere in dubbio che a roma esista qualcuno che ha come hobby quello di pagare case all’insaputa di chi le acquista, o se hai fatto sesso nel millenovecentottantadue con un giornalista comunista non hai la caratura morale per investigare sulla vita privata di alcuno, per prepararmi adeguatamente passo il mio sabato facendo screenshot di pagine facebook, come se non ci fosse un domani.

gramsci antonio

non sarà la rivoluzione, no.

sanremo è sempre un baraccone, benigni ormai è immenso qualunque cosa declami, mentre gli altri devono ancora guadagnarsi quella specie di impunità artistica nascosta da qualche parte tra il talento e l’autorevolezza.

ma l’idea che oggi, un numero indeterminato di persone (i Giovani, comunque quelli che guardano le iene e ascoltano i modà, e che l’avranno guardato quel pezzo, visto che luca e paolo li hanno messi lì per loro), ragazzi che forse hanno sempre associato quel nome a una vecchia targa di marmo all’angolo di una strada o alla scuola che frequentano, se ne vada su google a riempire la finestrella della ricerca con le parole:

“antonio gramsci odio gli indifferenti”

vedendosi restituiti 5,780 risultati in o.17 secondi per scoprire chi fosse antonio gramsci, cos’abbia fatto nella vita, come sia finito, chi l’abbia incarcerato, quando, come, perché, magari non sarà proprio una rivoluzione epocale.

ma porca puttana, sì!

 

brutto

così come per ogni cattivo che si rispetti conoscere il Male, affondarci dentro fino al midollo, è un percorso necessario per potersi  redimere e infine abbracciare il Bene, così conoscere il Brutto è un presupposto necessario per capire il Bello. non per apprezzarlo – in quello entrano in gioco l’estetica, il gusto personale che possono anche prescindere da una frequentazione abituale del Brutto –  ma per capirlo davvero, per razionalizzarlo, per scomporlo in un reticolo immaginario e comprenderne i meccanismi oscuri.

niente come vedere un brutto film d’azione ti fa poi apprezzare il ritmo, le scelte del montaggio, la rapidità di esecuzione, le raffinatezze che rendono un prodotto superiore rispetto ad un altro, e un inseguimento in macchina migliore di un altro.

siamo liberi di non frequentare il Brutto, ma quando diventa popolare, e si diffonde, è necessario conoscerlo, prenderne le misure, perché potremmo ritrovarci a doverlo giustificare davanti ai nostri figli, con le nuove generazioni, così come noi abbiamo chiesto il conto per l’estetica anni ottanta da pantaloncino da ciclista, fascetta tra i capelli giallo fosforescente e fantasie tropicali.

come avete potuto lasciare che tutto questo accadesse? la risposta più avvilente sarebbe sibilare, con lo sguardo contrito e fisso sul pavimento, “non ce n’eravamo accorti, non pensavamo che fosse così brutto.”

poi c’è il solito discorso che se una cosa è popolare, evidentemente, qualcosa che funziona dovrà pur avercela. sarà il tragico fascino di un corpo macellato, o un singolo momento di rivalsa, magari prezioso per un’esistenza triste, ma qualcosa dovrà esserci, altrimenti non si spiegherebbe perché un numero consistente di tuoi simili ci schiaccia la faccia contro per poterlo vedere meglio.

solo che frequentare il Brutto è molto pericoloso, perché basta davvero poco per non accorgerti che ci stai scivolando dentro, pensando che, in fondo, proprio così Brutto non è.

walk like an egyptian

la piazza come luogo in cui esprimere le proprie opinioni sta bene su tutto. vista la performance delle centurie pdl davanti al palazzo di giustizia di milano, viene davvero  voglia che la minaccia di scendere in piazza la mettano in pratica sul serio anche i sostenitori di b: la piazza del pdl sembra sempre una rappresentazione da teatro dialettale di come dovrebbe essere una manifestazione di piazza, tipo “i legnanesi contro il governo”.

quindi, che le donne scendano in piazza. ma non illudiamoci di essere in tunisia, in egitto. non crediamo davvero che il sessismo di b. sia una buona ragione perché consegni le sue carabattole e abbandoni il potere. senza concentrarmi troppo, trovo almeno dieci ragioni insindacabili per le quali il pdc dovrebbe avere già trovato l’uscita. il suo modo di trattare le donne non è tra queste. sarà un essere riprovevole, ma non sta scritto da nessuna parte che un pdc non possa esserlo. il problema sono sempre le mignotte, ma non certamente il fatto che queste lo siano, e lui le tratti come tali. il problema è quanto questa sua passione per le mignotte interferisca con il suo ruolo, con la sua attività politica, con l’esercizio delle funzioni che dovrebbe svolgere.

scendiamo in piazza, protestiamo, rivendichiamo il diritto a una dignità diversa, ma non perdiamo il fuoco, non illudiamoci che questo sia davvero il problema con b. altrimenti non facciamo altro che ricadere nello stereotipo, politicamente irrilevante, dello stronzo irresistibile.

dopo di che, siamo d’accordo, in questo momento tutto fa brodo.

 

vent’anni

quanto tempo è passato eh, umberto? quanti anni? venti? venticinque? era il millenovecentonovanta quando hai organizzato il primo raduno di pontida, per accendere gli animi della tua gente riportando in vita il giuramento della lega lombarda dei comuni contro il barbarossa. resuscitare un pezzo di storia di quasi mille anni fa, fare di roma ladrona il nuovo barbarossa, e puntare tutto su una parola: secessione. hai seminato il terrore con quella cosa della padania, e tutti a domandarsi se pensavi veramente di spaccare l’italia in due, di dividere il nord dal sud. ma abbiamo scoperto che quella era una sparata. puntare al cuore per colpire le gambe. la gente si è così spaventata, pensando che volessi davvero dividere in due l’italia, che quando hai spiegato che ti interessava il federalismo ha annuito, fingendo di avere capito e tirando un bel sospiro. il pericolo è scampato. vent’anni di lotte, di gazebo, vent’anni di ampolle piene di acqua del po, di carri armati di cartone in piazza san marco, di coccoloni e parole biascicate. vent’anni di minacce, fucili nelle valli, rivolte. tre volte al governo, quasi sette anni con il sedere piantato sulle poltrone romane. avete fatto di tutto, ma il federalismo no. sono vent’anni che non parlate d’altro, vent’anni che riempite la bocca di mugugni e singulti; vent’anni che siete in parlamento e occupate posti di rilievo nel governo, nelle commissioni, vent’anni per dispiegare tutta la vostra potenza di fuoco e convincere tutti, cittadini, parlamentari, partiti, che il federalismo poteva diventare un percorso condiviso, un cambiamento che non conduce necessariamente alla disgregazione del paese. vent’anni, cristo. vent’anni per pareggiare. quindici a quindici. come all’oratorio. umberto, non sei stanco?

no, perché io mi sarei veramente fracassato le palle.