ah, la rivoluzione…

“ah, la rivoluzione”, disse sospirando.
se pigliassi numeri al superenalotto come piglio quelli che negli ultimi giorni guardano alla tunisia, all’egitto, immaginando quanto sarebbe bello che succedesse anche in italia, adesso sarei milionario.
a guardarla da fuori, la rivoluzione sembra una cosa bellissima. a guardarla con gli occhi edulcorati della televisione, dei giornali, fare la rivoluzione è scendere in piazza, sventolare bandiere, salire sui cofani delle macchine, dare fuoco ai cassonetti, e pretendere qualcosa. qualcosa che ti spetta, e che ti sarà dato. la rivoluzione idealizzata come impeto romantico è la peggiore rivoluzione possibile. la rivoluzione è fredda, logica, ha un disegno. qualcuno la progetta, e individua il metodo per piegare la rabbia della gente alla causa comune.

a guardarla da fuori la rivoluzione manca della sua caratteristica fondamentale: non ha il nostro sangue, solo quello degli altri. perché una rivoluzione sia vera, perché sia devastante e possa spazzare tutto quello che si trova davanti, provocando un cambiamento storico, perché un popolo riesca a detronizzare un regime, ha bisogno di benzina, di un carburante che non ti danno l’indignazione, lo sconforto, la noia. perché una rivoluzione sia vera ha bisogno di sacrifici umani, di sangue, e della consapevolezza che quel sangue potrebbe essere il tuo. scendere in piazza sapendo che non vai a protestare contro un governo di ladri corrotti, pelati, sovrappeso e di pessimo gusto, ma stai per andare a schiantarti contro un muro terrificante di repressione violenta e servizi di sicurezza. carri armati, fucili, pistole, sangue; stai per provare sulla tua pelle cosa significa mettere la propria vita al servizio di un’idea, che magari in quel momento tu non hai. scendi in piazza perché non puoi più sopportare di non avere un lavoro, per la fame, la mancanza di libertà, per la limitazione del tuo movimento. ma lo fai mettendo in conto che possa finire male.

guardare la rivoluzione come fosse un film, immedesimandosi nei protagonisti, e sognando un giorno di poter essere quello che sventola il bandierone sul balcone di palazzo chigi gridando: “libertà!”, è invece una perdita di tempo e di energie.
noi non abbiamo nemmeno un decimo della rabbia e della fame che hanno in nord africa. siamo un paese relativamente ricco, opportunista, pasciuto e sedentario, e non lo siamo per colpa di berlusconi, ma perché lo siamo sempre stati.

dover ammettere che in italia un regime non c’è, e che quindi una rivoluzione sarebbe una risposta sproporzionata rispetto alla situazione in cui ci troviamo, significa ammettere tutte le nostre responsabilità davanti a quello che siamo diventati. una confessione che ci costringerebbe a guardarci allo specchio e scoprire che ci sarebbero mille modi per cominciare a cambiare, ma che implicherebbero necessariamente di cominciare da noi stessi come individui, come cittadini, dai nostri atteggiamenti mentali, dalle nostre scale di valori. centinaia di modi meno eclatanti di centinaia macchine che non esploderanno mai, e di palazzi che nessuno mai conquisterà.

allora, meglio sperare in una rivoluzione impossibile, o che qualcuno si prenda la briga di farla al posto nostro.

“Per fare una rivoluzione ci vogliono due cose: qualcuno o qualcosa contro cui rivoltarsi e qualcuno che si presenti e faccia la rivoluzione.” (Woody Allen)

 

rotaie

“Signori, prego, non distratevi. Vi fa impressione? Certo, la prima volta. Ma ora a noi non più. Anzi a vederlo pensiamo a quel carro, a quello stesso carro che torna, tra qualche ora, col nostro pane. E’ più forte di noi, perdonateci. E’ il carro dei morti, dei russi colpiti dall’epidemia. Escono da quelle baracche, quelle laggiù con la bandierina gialla e poi…via…al cimitero…Ne muoiono tanti! Ma il carro dei morti per noi è il carro del pane. Che volete, quando si è ridotti a pensare soltanto al problema dell’esistenza….”

Franco Quattrocchi, La Guida di Hammerstein – Roma, 1946

La Guida di Hammerstein è un album a fumetti, scritto e illustrato dentro a un lager, uno di quelli in cui finirono circa seicentomila militari italiani catturati dai tedeschi all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre. Scrivere era proibito (e possiamo immaginare quali potessero essere le conseguenze di una violazione del divieto). Franco Quattrocchi, l’autore, riuscirà a procurarsi una penna, della carta e un calamaio e a fare quello che gli era severamente proibito: disegnare vignette sul lager. Nel settembre ’44 riceverà un pacco alimentare con del latte condensato andato a male, e lo userà per legarle insieme,  in quella che diventerà la Guida. I testi e i disegni verranno infilati in una borraccia degli alpini, sfuggendo così a perquisizioni e controlli, e torneranno a casa con il loro autore, che li pubblicherà a Roma nel 1946.

Non so dove si possa trovare, so solo che me n’è capitata una copia tra le mani.

prigionieri

guido rossa era un operaio. guido rossa era un sindacalista. guido rossa viene ucciso dalle brigate rosse per avere denunciato un altro operaio che nascondeva volantini delle br in fabbrica, per avere testimoniato contro di lui al processo e averne provocato la condanna.

il 24 gennaio 1979 alle 6:35 della mattina, mentre andava al lavoro, guido rossa viene ammazzato da un commando di tre persone.

la storia di guido rossa è dedicata a tutti quelli che negli anni hanno cercato di sostenere che le br avessero comunque una visione, un’ideologia perseguita con metodi sbagliati. né con lo stato né con le br. la storia di guido rossa è la confessione dell’ipocrisia del terrorismo brigatista, della nullità di quei rivoluzionari per finta.

rivoluzionari che facevano la rivoluzione uccidendo operai dell’italsider.

signori della corte

quando crei un sistema in cui tutti sono tuoi complici, servitori, beneficiari, è matematico: fino a quando sarai in grado di garantire a tutti qualcosa, sopravviverai.

potendo b. contare su una potenza (economica, politica, informativa) illimitata  non cadrà nemmeno stavolta. gli anticorpi che produce stanno già funzionando. il meccanismo è raffinato e ha un unico obiettivo: il dubbio.

b. gioca le sue partite sul dubbio, perché il dubbio gli consente di resistere, di sostenere il contrario di quello che sembra evidente, colmando qualunque insensatezza con la sua capacità di raccogliere intorno a sé un consenso acritico.

“ruby è una mignotta psicopatica che si è inventata una vita parallela” è un fatto provato tanto quanto “ruby era minorenne, b. lo sapeva ma se la scopava lo stesso”.

ma il solo fatto di poterlo affermare permette a b. di ottenere l’unico risultato che gli interessa.

la gente ci pensa, il dubbio cresce, tutto si ridimensiona, e noi ci siamo giocati la giuria nei primi dieci minuti.

 

toccabili

se il nostro presidente del consiglio fosse una persona normale, un politico apparentemente serio e dedito al governo del paese, sarebbe considerato normale che la notizia di un’indagine nei suoi confronti, per avere avuto rapporti con una minorenne, sia l’apertura dei due principali quotidiani italiani. nonostante il referendum di mirafiori e la rivoluzione in tunisia.

ma sapendo da anni che genere di persona sia il nostro pdc, e avendo imparato come sia uno che governa nei ritagli di tempo che riesce a ricavarsi tra feste, ragazze, dittatori e una pennichella, le cose cambiano: questa non è una notizia che possa superare per rilevanza un referendum tra i lavoratori che cambierà la storia industriale del paese; non è una notizia che possa superare la rilevanza di una rivoluzione in nordafrica (se consideriamo, tra l’altro, che un quarto di quel nordafrica vive e lavora in italia).

la storia della minorenne la conosciamo, l’abbiamo sentita per mesi, i fatti sono gli stessi, nessuno può avere mai pensato seriamente che la ragazzina andasse ad arcore a fare eliza doolittle.

ma è la sindrome di al capone,  la speranza che anche per lui, prima o poi, per un qualunque fatto collaterale, arrivi il momento di schiumare “siete solo chiacchiere e distintivo”, mentre viene allontanato in manette dall’aula di un tribunale.