studenti

la valtrompia è una valle che percorre la provincia di brescia. ha un andamento essenzialmente da nord a sud, dal massiccio delle tre valli allo sbocco nella pianura padana e a brescia. in questa valle si trova lumezzane, che negli anni ottanta significava un tasso di ricchezza pro-capite elevatissimo e una densità industriale di livello mondiale; sempre in questa valle c’è un paese chiamato gardone val trompia, anche questo un paese ricchissimo e con la caratteristica di avere concentrato sul suo territorio il cosiddetto “distretto armiero bresciano”, fabbriche di armi come se piovessero e, tra queste, la beretta.

siamo nel profondo nord industriale e operoso, rinchiuso dentro le valli, territorio privilegiato della lega. gente che ha sostenuto lo sviluppo di questo paese negli ultimi quarant’anni, ma non propriamente la culla del rinascimento.

proprio a gardone mi sono ritrovato prigioniero di una scuola in autogestione, un istituto tecnico industriale; una scuola in balìa di pericolosi agitatori che invece di indire scioperi, manifestazioni, uscire dalla scuola e protestare per le strade, ha scelto comunque di esprimere solidarietà agli studenti in piazza, ma con metodi diversi: autogestione per tre giorni, durante i quali hanno organizzato attività, incontri, concerti. tutto è stato sottoposto agli insegnanti, che hanno collaborato con gli studenti, appoggiando di fatto la loro protesta. “piuttosto che farli andare per strada, con il rischio che tre quarti si fermino nei bar, meglio tenerli a scuola e consentirgli di protestare qui, attraverso questa forma costruttiva”, mi spiega un professore.

l’organizzazione è militare, e una scuola con una percentuale di maschi vicina al cento per cento è governata da una ragazzina, piccola, con il volto gentile e i modi decisi. “jenny”, si presenta.

“tutto bene?  grazie per essere venuti”. quindi ci spiega come si sono organizzati per questi tre giorni di protesta studentesca. “ora vi mostriamo dove parlerete. gli avete offerto un caffé? dai ragazzi, veloci, andate”

un capo. un capo vero. un leader naturale, autorevole senza bisogno di pretendere di esserlo. lei comanda.

lei è a capo dell’organizzazione. lei dà indicazioni al servizio d’ordine sulle classi che devono essere condotte in un’aula piuttosto che in un’altra per fare certe attività, e quelli del servizio spuntano diligentemente nomi e cognomi per essere certi che non ci siano degli imboscati. vengono riconosciuti due ragazzi di un’altra scuola e immediatamente allontanati.

sono venuto per parlare di fatti che per ragazzi di questa età sono lontani, nella testa e nel tempo, come se si parlasse della prima guerra mondiale. spero nello spirito di sacrificio. metti piede in una scuola superiore (e una scuola come quella, poi), e a furia di sentirtelo ripetere, sei quasi convinto di trovarti di fronte a un gruppo di ragazzini smidollati per i quali potresti esserci o non esserci che nulla cambierebbe; venuti ad ascoltarti solo perché costretti.

invece no, non sono smidollati. perlomeno non lo sono più di quanto lo fossi alla loro età. fanno moderatamente gli scemi, ma quando c’è da ascoltare, ascoltano, e non vola una mosca. quelli degli anni successivi (terza e quarta) partecipano, fanno domande, esprimono opinioni. c’è lo spavaldo che si alza in piedi e arringa la folla, c’è il timido che viene preso a pugni dai compagni per convincerlo a fare una domanda, finalmente apre bocca, e tu rimani stupito dalla meravigliosa timidezza di certe intelligenze.

intanto jenny vigila, ammonisce, organizza, dà indicazioni a quattro suoi compagni, che sembrano più la sua guardia personale, il suo nucleo operativo. finisco. “bene, ci rivediamo tra venti minuti, anzi, facciamo dieci. guardate che veniamo a prendervi con il servizio d’ordine se manca qualcuno”.

sono molto più severi con se stessi di quanto consentirebbero se la severità provenisse da altri, dai professori, dall’autorità.

tre giorni di incontri su storia, politica, la riforma, il cinema, la musica. tutti sono coinvolti, molti partecipano. sulle pareti di una classe uno striscione mi colpisce: “il futuro è nostro, lavatevi le mani prima di toccarlo”.

jenny mi guarda, mi chiede se è andato tutto bene. sì, le rispondo. grazie di tutto. “in bocca al lupo”, le dico, ripensando alle mie autogestioni, alle notti passate al liceo, al gruppo di studio sull’enologia, ai pomeriggi a discutere di sessualità femminile, alle discussioni politiche che non finivano mai.

jenny mi sorride: “speriamo. se va avanti così qua restiamo anche senza lupo”

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2 pensieri riguardo “studenti

  1. Ecco, per fortuna non è sempre droga e perdizione. Per una che non è più a contatto con gli studenti, anche se per certi versi mi sento ancora tale (vedi precariato) è consolante fiutare capacità. Si spera sempre non vengano ammazzate sul nascere.

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