natale con i ramones

per fare un grande uomo, ci vuole una grande anima. quella del sir, che anche quest’anno ha fatto una cosa che si chiama “post sotto l’albero. così mi sono infiltrato.

NATALE CON I RAMONES

Enzo quella sera ne aveva combinate di tutti i colori, e anche di più. I suoi genitori si erano arrabbiati moltissimo, e l’avevano spedito in camera sua. Enzo ci era andato senza dire una parola, e si era messo sul letto con la sua chitarra sdentata.

Voleva fare il musicista ma la sua chitarra aveva solo quattro corde, e con sole quattro corde c’era poco da suonare: aveva imparato gli accordi, ma erano tutti monchi e non riusciva mai a finire una canzone che fosse una.

Enzo era triste. Aveva chiesto a Babbo Natale che gli portasse le due corde mancanti, ma Babbo Natale gli aveva rifilato un meccano. “Io non voglio costruire le cose, io voglio fare il musicista rock, io le cose le voglio distruggere!” aveva gridato, poi si era ammattito e aveva cominciato a rompere il servizio buono di porcellana.

Mentre era in camera sua pensò che scappare di casa la sera di Natale non fosse un gran regalo per i suoi genitori, ma ormai era deciso. Prese la sua chitarra a quattro corde e la mise nella custodia; si mise la berretta, la sciarpa, i guanti, sistemò i bottoni del cappotto e se ne uscì di nascosto.

Il freddo faceva quasi spavento da quanto era freddo. Enzo pensava: “Camminerò e mi riscalderò”. Camminò fino a quando gli prese un freddo, ma un freddo, che pensò quasi fosse il caso di tornarsene indietro.

“Eh no!” disse tra sé, “un vero musicista rock non tornerebbe a casa, un vero musicista rock il freddo lo sfiderebbe.” Così si tuffò nella neve alta, di faccia, e allargando le braccia gridò: “Yeeeeumpf!”

Nei tre secondi di quel volo Enzo fu anche abbastanza felice, ma non appena si ritrovò con la faccia per terra, e la neve cominciò a sciogliersi e impregnare i vestiti, le scarpe, le calze e le mutande, anche la felicità si dissolse, per trasformarsi in freddo cane.

Fu assalito prima dalla rabbia, e poi dalla malinconia. Era freddo e sentiva la mancanza di casa e dei suoi genitori, ma non poteva fermarsi di fronte al grande richiamo: “Un vero musicista rock non si ferma, sfrutta il sentimento lacerante, soffre per scrivere il rock.” Così si mise a camminare lungo il marciapiede, cantando tutte le melodie che gli venivano in mente. Una canzone triste e una arrabbiata, pensò. Solo che con quattro corde, cosa vuoi scrivere con quattro corde?

Lo sconforto lo inzuppava fino ai calzini, insieme alla neve; e fu così che, per reagire, iniziò a canticchiare: “Na na na, nah nah nah nah my brain is hanging upside down, nah nah nah nah I need something to slow me down”.

Improvvisamente un bagliore lo investì. Riaprì gli occhi e si ritrovò immerso da un fumo denso, da cui vide sbucare un’ombra barcollante con un cespuglio in testa, un giubbotto di pelle nera, e degli occhiali scuri. Un’ombra che per poco non gli cadeva addosso.

“Ehi, stia attento signore, non vede che sono un musicista!”

L’uomo si fermò dandogli le spalle, senza dire una parola. Enzo era spaventato, ma quando si voltò, si rese conto di avere davanti qualcosa che assomigliava vagamente a dio.

“Ragazzino, il concetto che devi apprendere è che fare il musicista rock è una ficata”, disse Joey Ramone tentando di restare in equilibrio. “Non si direbbe vero? Tutto quel gridare, muoversi, sudare. Anch’io pensavo fosse un cazzo di lavoro faticoso e invece no. Lo sai ragazzino? E’ una cazzo di ficata totale”.

Enzo rimase a bocca aperta.

“Non c’è bisogno che ti dica altro ragazzino, siamo un cazzo di fantasma dei tuoi natali futuri se lo vuoi e tu, questa sera, sarai il nostro re.” Dee Dee Ramone si era chinato per scendere alla sua altezza e lo fissava serio negli occhi. Enzo era paonazzo, infagottato nel cappotto, la sciarpa lo strozzava, i guanti bagnati gli pungevano le mani.

“Ma io non sono il vostro re! Siete degli ubriachi? La mamma mi dice che non devo parlare con quelli come voi.”

I due Ramones gli fecero cenno di seguirli. Enzo si mise a camminare dietro di loro. Arrivarono in un garage poco distante, una stanza enorme con un palco gigantesco, amplificatori, chitarre, basso, batteria e tanta, tantissima gente che beveva e fumava.

“Hey ragazzi, vi siete portati un nano? Forte!” disse Johnny Ramone mentre si scolava una bottiglia di Wild Turkey.

“Non è un nano Jo, è un amico, anzi, è il nostro cazzo di re, e ha sei anni. Non è vero Enzo?”

Enzo, che non poteva credere ai suoi occhi, rispose di sì.

“Allora benvenuto ragazzino, ti va di suonare qualcosa?”

Era ancora tappato dentro il suo cappotto e stava soffocando dal caldo.

“Vorrei suonare ma non posso, la mia chitarra ha solo quattro corde.”

“Solo quattro? E perché?” gli domandò Joey sorpreso.

“Perché è rotta, e Babbo Natale non mi ha portato le due corde che gli avevo chiesto, mi ha portato il meccano e adesso non potrò mai diventare un musicista rock”.

I tre Ramones si guardarono sconsolati.

“Ragazzino, segnati questa, una volta e per sempre: Babbo Natale è solo il primo, enorme, merdoso figlio di puttana che ti trovi di fronte nell’arco di una vita”, disse Dee Dee.

Joey gli si avvicinò e prese la chitarra.

“Ragazzino, lascia che le chitarre a sei corde le usino quelli che vogliono essere ballati nelle discoteche, come quelle checche dei Clash. Noi siamo veri musicisti punk, noi suoniamo con le cazzo di quattro corde e ci facciamo quello che vogliamo.”

Il piccolo Enzo senti come un’esplosione, un rumore fortissimo. Una musica che non aveva mai sentito prima.

I Ramones si erano messi a suonare, ma quella era anche la sua musica, quella che voleva Enzo.

Suonarono per tutta la notte. Solo quando il sole iniziò a farsi largo, tra le lattine di birra le bottiglie rotte, i Ramones gli restituirono la chitarra.

“Hai sentito ragazzino? Ora vai, diffondi il nostro verbo. Sarai il nostro re!”

Enzo rimise la sua chitarra nella custodia. Legò la sciarpa, si mise la berretta, i guanti, sistemò il cappotto, e ritornò sulla strada di casa.

Gli sembrò di camminare per dieci anni, la casa era più lontana di quanto gli fosse sembrato, e non riusciva più a riconoscerla. Camminò e camminò fino a quando, finalmente, in lontananza, scorse quella che sembrava la sua, ma faticava a riconoscerla. La casa era vecchia, le finestre sbarrate con delle assi di legno. Sembrava disabitata da almeno dieci anni.

Le luci erano spente e c’era silenzio, quando si avvicinò si accorse di un cartello sulla porta: “in vendita”.

La casa era ormai vuota. I suoi genitori chissà dove. Nessuno lo aspettava. La sua chitarra aveva ancora quattro corde. Enzo voleva fare il punk.

 

 

 

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