brontosauri

di cosa parliamo quando parliamo di noi?

trenta-quarantenni in quella fase della vita in cui dovresti cominciare a fare (o avere già fatto) le cose per cui sarai ricordato, consolidare i tuoi ricordi di una maturità conquistata eroicamente; un’età adulta in cui sei stato parte integrante di una società mutevole, hai visto questo paese cambiare e tu c’eri dentro. i genitori dei trenta-quarantenni di oggi hanno vissuto questo momento negli anni settanta in italia, con tutta la zavorra di sofferenza, noia, valligiulie che si sono portati dietro, e che ancora oggi costituisce una parte essenziale della cosmogonia del brav’uomo di sinistra, insieme a fiorella mannoia, la taranta a piedi nudi, i viaggi nello yemen, e l’indignazione. noi lo stiamo vivendo adesso. questo è il nostro momento di maturità, quello in cui con le nostre azioni dovremmo illuderci di migliorare (o anche solo partecipare) una società in cui poi godere dei frutti del lavoro altrui, andare in pensione e lamentarsi di come i giovani siano dei teppisti rumorosi.

il nostro momento di maturità, sfortunatamente, coincide con uno dei momenti più demenziali della storia di questo paese: come una puntata del benny hill show, ma con più scorregge. non so perché, ma avverto questa perenne sensazione di vivere un’epoca di transizione che non finisce mai. sono sedici anni, ormai, che desideriamo tutti la stessa cosa, e questa cosa non si avvera mai. tutti che l’aspettano per poter ripartire, ricominciare una nuova vita, ripensare un paese intero. ma il tempo passa, noi invecchiamo, e lui se ne sta ancora dove deve stare. cresce il sospetto che il sospiro di sollievo non arriverà nella nostra stagione migliore, nel momento della nostra esuberante maturità, ma nel momento dell’esuberante maturità di quelli dopo di noi, e che a noi spetti invece una lunga, estenuante, epoca di transizione, in cui non succede assolutamente niente, tutto è bloccato e se appena si muove peggiora; un’epoca che la storia non vede l’ora di chiudersi alle spalle, per poterla relegare in quei capitoletti dei libri di storia che vengono regolarmente saltati. superflui. inutili.

gli anni bui, le transizioni, la fine di un’epoca. siamo come brontosauri nati nell’anno della caduta del grande asteroide che provocherà la nostra estinzione. nemmeno il tempo di renderci conto di quanto siamo fottutamente grossi, che già il sole si è oscurato. saremmo potuti nascere in un qualunque momento tra il giurassico e il cretaceo, invece siamo venuti al mondo nell’esatto momento in cui, sulla linea temporale della preistoria, la nostra razza ha deciso di estinguersi. definitivamente.

solo che in quel momento, quando ci accorgiamo che una cosa tanto grande sta per cadere sulla terra, la nostra razza siamo solo noi. gli altri sono già belli che morti. padri, nonni, bisnonni, trisavoli, hanno vissuto la loro vita da dinosauro e sono morti da dinosauro, espandendo il proprio corredo cromosomico e perpetuando la specie. “i dinosauri si sono estinti”. no, i dinosauri non si sono estinti. tutti gli altri dinosauri sono già morti.  siamo noi, qui, oggi, quelli che si estinguono davvero.

 

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