1 – Linda Partridge

ci sono film che da soli possono valere un’intera carriera di attrice, a volte anche una singola scena. julianne moore è qualcosa di diverso, ha accumulato una serie infinita di film e scene che, raccolti da qualche collega più svantaggiata, basterebbero a farne dieci di carriere.

ma se c’è un suo personaggio che meriterebbe di stare in un museo di arte contemporanea, per quello che racconta, per come lo racconta, per come rappresenta l’essere umano contemporaneo (e tutta quella fuffa con cui si ammanta l’ammantabile in un museo di arte contemporanea), quel personaggio è linda partridge in ‘magnolia’.

linda partridge è una madonna dolente, una donna che si ritrova a dover assistere il vecchio marito martirizzato dal cancro, che la trascina con sé, avvolgendola con la sua sofferenza.

magnolia è stato il primo film che mi ha stretto lo stomaco, facendomi pensare alla materializzazione della morte a pochi passi da me attraverso il cancro, un’ esperienza probabilisticamente quasi certa nella vita di un individuo. arriverà la morte e la potrai (dovrai) toccare, accarezzare. una morte che ti respirerà addosso, che ti costringerà a guardarla dritta dentro gli occhi.

linda partridge alla fine piangerà il vecchio marito, non mi è dato sapere se lo faccia perché ha scoperto, nascosta da qualche parte, una forma di amore, o se perché vedere la morte nel tuo letto ti unisce indissolubilmente con l’essere umano che la porta con sé, forse risvegliando una forma di amore universale. non lo so.

quello che so è che il personaggio disegnato da paul thomas anderson, e incarnato da julianne moore, è una delle cose più intense che abbia mai visto al cinema.

oltre alla scena, memorabile, della farmacia, in cui sfoga tutta la sua rabbia e la sua disperazione, linda partridge pronuncia parole che sono un sigillo sull’esistenza di ogni essere umano vagamente consapevole di quali siano i principali effetti dell’essere venuto al mondo, e lo fa cantando le parole di aimee mann, nella scena in cui tutti i personaggi, martoriati dalle proprie esistenze, si fermano a pensare, e capiscono in coro che non ce la fanno davvero più.

“prepare a list for what you need / before you sign away the deed / cause it’s not going to stop”

“magnolia – wise up”

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studenti

la valtrompia è una valle che percorre la provincia di brescia. ha un andamento essenzialmente da nord a sud, dal massiccio delle tre valli allo sbocco nella pianura padana e a brescia. in questa valle si trova lumezzane, che negli anni ottanta significava un tasso di ricchezza pro-capite elevatissimo e una densità industriale di livello mondiale; sempre in questa valle c’è un paese chiamato gardone val trompia, anche questo un paese ricchissimo e con la caratteristica di avere concentrato sul suo territorio il cosiddetto “distretto armiero bresciano”, fabbriche di armi come se piovessero e, tra queste, la beretta.

siamo nel profondo nord industriale e operoso, rinchiuso dentro le valli, territorio privilegiato della lega. gente che ha sostenuto lo sviluppo di questo paese negli ultimi quarant’anni, ma non propriamente la culla del rinascimento.

proprio a gardone mi sono ritrovato prigioniero di una scuola in autogestione, un istituto tecnico industriale; una scuola in balìa di pericolosi agitatori che invece di indire scioperi, manifestazioni, uscire dalla scuola e protestare per le strade, ha scelto comunque di esprimere solidarietà agli studenti in piazza, ma con metodi diversi: autogestione per tre giorni, durante i quali hanno organizzato attività, incontri, concerti. tutto è stato sottoposto agli insegnanti, che hanno collaborato con gli studenti, appoggiando di fatto la loro protesta. “piuttosto che farli andare per strada, con il rischio che tre quarti si fermino nei bar, meglio tenerli a scuola e consentirgli di protestare qui, attraverso questa forma costruttiva”, mi spiega un professore.

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natale con i ramones

per fare un grande uomo, ci vuole una grande anima. quella del sir, che anche quest’anno ha fatto una cosa che si chiama “post sotto l’albero. così mi sono infiltrato.

NATALE CON I RAMONES

Enzo quella sera ne aveva combinate di tutti i colori, e anche di più. I suoi genitori si erano arrabbiati moltissimo, e l’avevano spedito in camera sua. Enzo ci era andato senza dire una parola, e si era messo sul letto con la sua chitarra sdentata.

Voleva fare il musicista ma la sua chitarra aveva solo quattro corde, e con sole quattro corde c’era poco da suonare: aveva imparato gli accordi, ma erano tutti monchi e non riusciva mai a finire una canzone che fosse una.

Enzo era triste. Aveva chiesto a Babbo Natale che gli portasse le due corde mancanti, ma Babbo Natale gli aveva rifilato un meccano. “Io non voglio costruire le cose, io voglio fare il musicista rock, io le cose le voglio distruggere!” aveva gridato, poi si era ammattito e aveva cominciato a rompere il servizio buono di porcellana.

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brontosauri

di cosa parliamo quando parliamo di noi?

trenta-quarantenni in quella fase della vita in cui dovresti cominciare a fare (o avere già fatto) le cose per cui sarai ricordato, consolidare i tuoi ricordi di una maturità conquistata eroicamente; un’età adulta in cui sei stato parte integrante di una società mutevole, hai visto questo paese cambiare e tu c’eri dentro. i genitori dei trenta-quarantenni di oggi hanno vissuto questo momento negli anni settanta in italia, con tutta la zavorra di sofferenza, noia, valligiulie che si sono portati dietro, e che ancora oggi costituisce una parte essenziale della cosmogonia del brav’uomo di sinistra, insieme a fiorella mannoia, la taranta a piedi nudi, i viaggi nello yemen, e l’indignazione. noi lo stiamo vivendo adesso. questo è il nostro momento di maturità, quello in cui con le nostre azioni dovremmo illuderci di migliorare (o anche solo partecipare) una società in cui poi godere dei frutti del lavoro altrui, andare in pensione e lamentarsi di come i giovani siano dei teppisti rumorosi.

il nostro momento di maturità, sfortunatamente, coincide con uno dei momenti più demenziali della storia di questo paese: come una puntata del benny hill show, ma con più scorregge. non so perché, ma avverto questa perenne sensazione di vivere un’epoca di transizione che non finisce mai. sono sedici anni, ormai, che desideriamo tutti la stessa cosa, e questa cosa non si avvera mai. tutti che l’aspettano per poter ripartire, ricominciare una nuova vita, ripensare un paese intero. ma il tempo passa, noi invecchiamo, e lui se ne sta ancora dove deve stare. cresce il sospetto che il sospiro di sollievo non arriverà nella nostra stagione migliore, nel momento della nostra esuberante maturità, ma nel momento dell’esuberante maturità di quelli dopo di noi, e che a noi spetti invece una lunga, estenuante, epoca di transizione, in cui non succede assolutamente niente, tutto è bloccato e se appena si muove peggiora; un’epoca che la storia non vede l’ora di chiudersi alle spalle, per poterla relegare in quei capitoletti dei libri di storia che vengono regolarmente saltati. superflui. inutili.

gli anni bui, le transizioni, la fine di un’epoca. siamo come brontosauri nati nell’anno della caduta del grande asteroide che provocherà la nostra estinzione. nemmeno il tempo di renderci conto di quanto siamo fottutamente grossi, che già il sole si è oscurato. saremmo potuti nascere in un qualunque momento tra il giurassico e il cretaceo, invece siamo venuti al mondo nell’esatto momento in cui, sulla linea temporale della preistoria, la nostra razza ha deciso di estinguersi. definitivamente.

solo che in quel momento, quando ci accorgiamo che una cosa tanto grande sta per cadere sulla terra, la nostra razza siamo solo noi. gli altri sono già belli che morti. padri, nonni, bisnonni, trisavoli, hanno vissuto la loro vita da dinosauro e sono morti da dinosauro, espandendo il proprio corredo cromosomico e perpetuando la specie. “i dinosauri si sono estinti”. no, i dinosauri non si sono estinti. tutti gli altri dinosauri sono già morti.  siamo noi, qui, oggi, quelli che si estinguono davvero.