reductio ad pizzicam

Il termine folclorefolklore (dal sassone  folk = “popolo”, e lore = “sapere”), si riferisce all’insieme delle tradizioni arcaiche provenienti dal popolo, tramandate oralmente, e riguardanti usi, costumi, leggende e proverbi, musica, dal canto alla danza, riferiti ad una determinata area geografica o ad una determinata popolazione (si veda Wikipedia alla voce ‘folklore’).

Tradizioni arcaiche, popolo, tramandate oralmente, usi, costumi, leggende. Un contadino si mette a coltivare una zucca e la raccoglie in una notte di plenilunio per donarla al grande re degli elfi. Il vecchio mulino è infestato dai nani. Se l’ultimo giorno d’estate l’ombra del campanile non arriva a toccare la porta del municipio, significa che sarà un inverno rigidissimo. La prima domenica di primavera si balla tutti la pizzica per favorire infiorescenze di gravidanze tra le donne del paese. Tradizioni, leggende, che possiamo tecnicamente definire folclore.

Sindaci, assessori, presidenti di regione, ministri, vice-presidenti del consiglio, invece, non possono essere definiti ‘folclore’, ma ‘governo del paese’. Siamo tutti d’accordo che buona parte di quello che dicono potrebbe essere liquidato con una gamma di definizioni variabile da ‘battuta idiota’ a ‘gigantesca cazzata’ (con quel problema di un sottotesto quasi sempre razzista, mascherato da controllo e protezione del territorio e delle tradizioni). Potrebbe, se non fosse che esce dalla bocca di sindaci, assessori, presidenti di regione, ministri, vice-presidenti del consiglio, e non da quella di rubicondi individui fondatori dell’associazione dilettantistica di rievocazioni storiche. Posso capire che da Bologna in giù sia difficile comprendere cosa succede su al nord, il grado di penetrazione della Lega nel tessuto sociale, la diffusione capillare di fazzoletti verdi e nodi di cravatta allentati, dai piccoli comuni alle grandi città, dalle province ai consigli regionali, fino al Parlamento e al governo. Ma sarebbe il caso di prendere coscienza che non sono arrivati a Roma a chiedere simboli, organizzare rievocazioni e feste longobarde. Sono a Roma per governare, con il sedere padano ben piantato sulla sedia.

Adro vale Roma. Le reazioni scandalizzate per quello che ha fatto il sindaco di Adro hanno un limite: buona parte degli scandalizzati non sospettava minimamente dell’esistenza di Adro sul pianeta terra, e adesso che l’ha scoperto, non ha un’idea precisa di dove si trovi. E’ un paese, su al nord, dove c’è un sindaco leghista che fa cose strane. Televisioni e giornali lo trattano come i migliori casi di cronaca nera della provincia sperduta: riflettori sul paesello che è piccolo, attenzione morbosa verso i suoi abitanti – cosa ne pensa? lei è d’accordo? e pensare che era così un bravo ragazzo-  mentre il sindaco è il leghista spaccone che si inventa l’ennesima baracconata. In questo modo, però, si rischia di isolare Adro dal contesto, di ridurre tutto alla macchietta dell’ometto tozzo e rubizzo che esercita in modo bizzarro il potere che si ritrova, e riempie una scuola di simboli di partito per perpetuare quell’idea balzana della razza padana.

La reductio ad pizzicam sarà la nostra rovina, come se i rubicondi rievocatori di battaglie medievali non fossero già tra noi, governando Adro come Napoli, Reggio Calabria, Bologna e Firenze.

La penetrazione di un’idea non è inversamente proporzionale alla sua imbecillità, ma direttamente proporzionale ai posti di potere che occupa chi la diffonde. Quindi non mi stupirei se, avanti di questo passo, i nostri figli dovessero trovarsi a bere acqua del Po inneggiando a qualche divinità, davanti alla salma di Bossi imbalsamato. E si divertissero pure.

guardatevi questa cosa di daniela ranieri su mtv.

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