(roba vecchia) racconto di natale

[come altri hanno fatto, ho delle cose sul vecchio blog che mi dispiace perdere e quindi ho deciso di ripostarle qui, magari non tutte, ma quelle a cui sono piu’ affezionato. E questa e’ una]

Racconto di Natale

il vecchio b. se ne stava lungo e disteso sul letto, erano ormai le due passate.
se n’erano andati tutti, amici, collaboratori, figli, ed era rimasto da solo, in silenzio e con i suoi pensieri quando, ad un tratto, vide un bagliore provenire dal corridoio del secondo piano dell’ospedale. si alzò faticosamente, svuotò il pappagallo, e lentamente si avvicinò alla porta quando avvertì una vampata di calore improvviso che lo travolgeva, la luce si fece insopportabile e qualcosa lo urtò. cadde a terra e cercò di rialzarsi immediatamente. sentì freddo e si rese conto di non essere più in ospedale, ma in un prato dai contorni indistinti, circondato dalle luci deboli di una città immersa nel sonno.
“ciao silvio”


una voce proruppe dall’oscurità e una figura imponente e luminosa gli si parò davanti.
il vecchio b. lo riconobbe subito, e il freddo penetrò nel petto fino a ghiacciargli il cuore. tese le labbra e aprì leggermente la bocca in una smorfia ridicola, preparandosi a pronunciare parole che mai avrebbe creduto di dover ancora pronunciare. trasse un respiro profondo e emise un refolo d’aria, sufficiente a far vibrare le corde vocali quel tanto che bastava per emettere il suono, ormai desueto, di due parole:
“ciao bettino”
“che cazzo di faccia fai, si può sapere?”
“mah, tu sei..”
“sì, sono morto, imbecille, ma la situazione sta diventando ingovernabile e come al solito devo pensare a tutto io. speravo di averti insegnato qualcosa, invece niente, del resto sei sempre stato duro di comprendonio. comunque, sono il fantasma dei tuoi natali passati, ricordi la storiella? quella in cui c’è un vecchio, arido e spregevole, che sta trattando male il povero nipote e che deve essere riportato sulla retta via? ecco, il nipote è il popolo italiano, il vecchio spregevole, adesso che io sono morto, sei tu”
“ma come puoi dire una cosa simile? io non sono spregevole, io sono pieno di amore. e poi non sono vecchio!”
“amore? si’, forse per qualche mignotta, ma non per il tuo popolo. tra l’altro mi sembrava di averti insegnato come si fa, in quarant’anni nessuno mi ha mai fotografato con una delle tue ragazze, nemmeno con moana o con tinì cansino, solo tu sei riuscito a farti beccare, ma è mai possibile?”
un vento freddo mosse i lembi dell’accappatoio bianco del vecchio b., che iniziò a tremare.
“hai capito dove siamo?” gli domandò bettino, b. fece lentamente un giro su sé stesso e rispose”no, dove siamo?”
“qui hai costruito la tua prima palazzina, da qui è partito tutto, ricordi? ricordi quell’assessore a cui piaceva quella valletta di bis? qui è cominciato il tuo sogno di rendere l’italia un paese migliore grazie alle colate di cemento e ai soldi che avremmo guadagnato. qui devi tornare, se non vuoi perdere tutto!”
“oddio, sai che non me lo ricordavo nemmeno, fa freddo, però”
“hai capito, idiota, cerca di non mandare tutto a puttane, torna alle origini, torna al sogno…”
fu così che il vecchio b. si risvegliò madido di sudore nel proprio letto, esattamente dove ricordava di trovarsi quando si era addormentato. la stanza era immersa nel silenzio, si sentiva solo qualcuno russare pesantemente, mentre fuori dalla porta era tornato l’agente dei servizi che aveva l’ordine di non perderlo mai di vista.
fece per prendere il bicchiere d’acqua, ancora sconvolto da quell’apparizione, quando vide sul comodino una foto autografata di moana pozzi con un cinghiale, “che sia un segno?” si domando’. doveva fare quello che bettino gli aveva insegnato.
riuscì quindi a riprendere sonno, non senza pensare che l’indomani avrebbe perdonato quel tartaglia così pieno d’odio nei suoi confronti, e poi sarebbe tornato alle origini, al cemento. e fu così che sognò opere straordinarie, quartieri, circonvallazioni, centrali nucleari e poi sognò il ponte di messina, ma non un ponte che collegasse messina a reggio calabria, sognò qualcosa di straordinariamente enorme, qualcosa che lo avrebbe rigenerato e gli avrebbe ridato la purezza perduta, un ponte che collegasse messina e genova.
“no, cazzo” borbotto’ “questo è troppo anche per me”.
stava rapidamente precipitando nel sonno quando un rumore sordo lo ridestò. sentì il letto muoversi come se avesse le ruote, e con un movimento brusco si avvicinò alla porta, poi un altro scatto e il letto si mise a percorrere il corridoio a tutta velocità; fu allora che vide il muro avvicinarsi sempre più velocemente e, quando l’impatto sembrò inevitabile, chiuse gli occhi preparandosi a morire.

“ciao silvio”
“e tu chi sei?”
“come chi sono? non mi riconosci? sono il fantasma del natale presente e devi venire con me”
il vecchio b. si materializzò fuori da un piccolo ed elegante condominio del centro, il fantasma lo invitò a guardare oltre il vetro della finestra. b. vide allora una famiglia di cinque persone, padre, madre, due figli e un nonno, raccolta attorno a un tavolo imbandito a declamare a voce alta l’editoriale della domenica di eugenio scalfari.
“li senti cosa stanno dicendo? stanno parlando male di te, quelli schiumano odio, e tu saresti un presidente del consiglio amato dalla gente?”
“perché lo fanno?” domandò il vecchio b. con il cuore spezzato, “non lo sanno che li amo? che tutto quello che faccio io lo faccio per rendere le loro insignificanti vite migliori? sono parassiti e invece di schiacciarli concedo loro di continuare a vivere, non gli basta?”
“no, non gli basta, non riescono a capirlo”
il vecchio b. cominciò a singhiozzare “basta, me ne devo andare, non posso continuare a vivere così, che senso ha governare questa gente con tutto il mio amore se non sono ricambiato? domani mi dimetto”.
appena pronunciata questa frase gli sembrò di udire grida di gioia scomposta provenire da dietro una porta.
“silenzio!” gridò il fantasma, e il brusio si interruppe.
“e tu, idiota, non dire cazzate, devi convincerli ad amarti. con le buone o con le cattive, e se non riesci neppure con le cattive, compra la loro infelicità, sbattigli in faccia quanto sarebbero felici se tu li amassi davvero e fagli capire che per essere amati bisogna amare. incondizionatamente”.
“ci proverò” disse il vecchio b., poi si avvicinò all’entità misteriosa e disse:
“non ho ancora capito, chi sei?”
“sono ancora bettino, stronzo”
“bettino? ma come?! non eri il fantasma dei natali passati?”
“sì, ma volevo essere sicuro che avessi capito l’antifona, visto che non sei uno dei più svegli. e poi il fantasma dei natali presenti avrebbe dovuto essere uno dei tuoi scagnozzi che avrebbe passato la notte a darti ragione e così avresti combinato qualche altra idiozia”
“cazzo, bettino, quanto mi manchi”
“tu non proprio, credimi. adesso sono qui con i vecchi amici, palmiro, sandro, nilde, achille…..”
“guarda che occhetto non è mica morto…”
“zitto idiota, dicevo, e finalmente possiamo parlare veramente di politica, senza distrazioni, senza che la brama di potere possa sviare il nostro cammino verso la grazia, senza questuanti da ricevere. e adesso preparati, questa notte riceverai la visita di un altro spirito, sarà la tua ultima occasione per redimerti”.
fu così che il vecchio b. si risvegliò nel proprio letto, sempre madido di sudore, esattamente dove ricordava di essersi addormentato. la stanza era immersa nel silenzio, si sentiva solo qualcuno russare pesantemente, mentre fuori dalla porta l’agente dei servizi si era dato il cambio con il collega del turno successivo,
anche se a b. sembravano tutti uguali, come tutta la gente del resto. se c’era una cosa che proprio non gli riusciva era dare un volto a quell’indistinta massa di individui chiamata ‘gente’, ci parlava, li salutava, stringeva le loro mani, sentiva quella fastidiosa sensazione umida nel palmo della mano, ma immediatamente quei volti perdevano qualsiasi nitore, deformandosi in una massa carnosa e senza contorni.
b. fece per prendere il bicchiere d’acqua, ancora sconvolto dal sogno, quando vide sul comodino una foto autografata di cicciolina. curiosamente anche lei era impegnata con un cinghiale.
riuscì a riprendere sonno, non senza pensare che l’indomani avrebbe perdonato i fomentatori d’odio della sinistra, i lettori di repubblica e tutti quelli che chiedevano il rispetto della costituzione. avrebbe solo chiesto loro di amarlo, senza condizioni. avrebbe cercato di convincerli usando tutti i mezzi a sua disposizione, gli italiani avrebbero dovuto amarlo e lui li avrebbe resi un popolo felice. altrimenti peggio per loro.
questo pensiero non aveva ancora finito di riscaldargli il cuore che udì un rumore di ferraglia provenire dal corridoio, se non si fosse trovato in una stanza di ospedale avrebbe pensato a una vecchia motocicletta. si riportò faticosamente sulla soglia, sgranò gli occhi e con sgomento si rese conto che quella che gli stava venendo addosso a tutta velocità era una motocicletta vecchia e sgangherata che lasciava una scia di fumo denso e nero. alla guida c’era un ometto piccolo e secco, infilato in un’uniforme militare con il volto coperto da un fazzoletto rosso. riuscì solo a intravedere che portava un paio di vecchi occhiali dalla montatura spessa quando sentì il cuore esplodere. un colpo secco tra la nuca e le spalle lo scaraventò a terra.
aprì gli occhi e rimase accecato dalla luce fredda del neon che ronzava sul soffitto. sentì la motocicletta spegnersi e i passi dell’uomo con il fazzoletto rosso che si avvicinava. sentì un suono che non riuscì immediatamente a distinguere, sembrava una litania, come se l’uomo stesse pregando con una foga e una cattiveria mai udite prima, ma la voce usciva strozzata dal fazzoletto che ricopriva la bocca.
“cazzo, pertini…”
quando vide l’uomo piegarsi verso di lui, il vecchio b. capì tutto, quelle non erano preghiere ma erano bestemmie e fu così che vide sandro pertini chinarsi su di lui e togliersi la pipa di bocca:
“brutto minchione hai paura eh?”
“presidente…”
“presidente un belino, dimmelo adesso!”
“cosa?”
“dimmelo, non fare il codardo che con me non attacca, dimmelo adesso cosa pensi di me, dimmelo che sono un socialista, comunista, di sinistra, partigiano e assassino, dimmelo perché mi fai felice, non ho paura io, e non sarà certo un ragazzino come te a farmelamvenire, hai capito?! e alzati in piedi se hai il coraggio, affrontami da uomo”
“presidente, la prego, sono malato, ha visto cosa mi hanno fatto?”
“codardo, per una bottarella tutto questo casino, sai che noi pigliavamo proiettili in culo e non ci lamentavamo mai?”
“presidente, hanno attentato alla mia vita, alla vita del presidente del consiglio”
“ma smettila, via, alzati in piedi, guardami negli occhi e prova a dirmelo se hai coraggio”
“presidente, io non volevo, sono stato frainteso”
“non volevi cosa? giorgio è troppo signore, gliel’ho sempre detto, ci fossi stato io al suo posto ti avrei dato uno scappellotto ogni volta che nominavi la costituzione invano, ti ci devi pulire la bocca con la costituzione, hai capito? comunque, per tua disgrazia sono il fantasma dei tuoi natali futuri”
fu così che il vecchio b. si risvegliò in un campo di grano appena raccolto, una piacevole sensazione di calore lo avvolse, chiuse gli occhi e pensò che forse era tutto finito, forse aveva trovato finalmente la pace. poi sentì un dolore lancinante nella zona lombo-sacrale, si girò e vide sandro pertini che lo guardava e sorrideva. anche il vecchio b. sorrise, in un istante pertini cambiò espressione, il sorriso si tramutò in un ghigno, alzò la mano sinistra e gli tirò una pipata sulla testa.
“ahia, cazzo”
“non si dice cazzo a pertini, hai capito? idiota”
“mi scusi, president..”
non riuscì a finire la parola che vide pertini prendere la rincorsa e assestargli un calcio nel culo di quelli che non si dimenticano. ancora dolorante il vecchio b. si girò, e vide dietro pertini una lunga fila di vecchietti che scaldavano il piede. non ne conosceva uno, ma sapeva chi erano.
erano i padri della patria, croce, einaudi, foa, giolitti, gronchi, togliatti, bearzot. tutti in fila pronti ad assestare un calcio ben piazzato nel sedere di uno degli uomini piu’ potenti del mondo.
fu così che il vecchio b. non si risvegliò mai più da quel sogno, che chiamarlo sogno poi gli diventò difficile perché assomigliava più a un incubo, e capì che avrebbe passato tutti i suoi natali futuri in un campo di grano, preso a calci nel sedere da tutti i padri costituenti che, uno per uno, avrebbero dato il loro contributo alla difesa delle istituzioni che avevano contribuito a fondare.
pertini si sedette su una roccia, accese la pipa, e osservando la scena sussurrò:
“e adesso sono cazzi tuoi, e’ vero”.

Una risposta a “(roba vecchia) racconto di natale

  1. Quanto vorei che fosse tutto vero…

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