qui una volta era tutto mandela

sudafrica nella mia testa vuol dire solo una cosa, nelson mandela. e se penso a nelson mandela penso ai simple minds, e al “free nelson mandela concert”, passato alla storia come il Mandela Day.

era l’11 giugno del 1988, avevo tredici anni e avevo un respiro, un grande respiro.

il c.d. mondo libero si riuniva sul palco di wembley per condannare l’apartheid e chiedere la liberazione di un uomo (it was 25 years they take that man away), il simbolo della segregazione razziale in sudafrica (held behind four walls all through night and day), e per dieci ore il mondo tenne gli occhi puntati su quel palco, e da quel palco partì un messaggio potentissimo. almeno per me, un adolescente non molto inquieto che viveva ai confini del mondo.

c’erano i simple minds, che avevano scritto una canzone appositamente per quel palco, mandela day (jim kerr poi racconterà che per un equivoco avevano capito che ogni artista avrebbe dovuto scrivere un pezzo originale per il concerto, ma non avevano capito un cazzo, e così i simple minds furono gli unici a portare materiale originale dedicato a mandela).

mandela day poi uscì nel 1989, contenuta in uno di quegli album che, se sei un adolescente mediamente interessato a quello che ti sta intorno, ti aprono un mondo (and I know what’s going on right through your land). street fightin’years.

il titolo lo prendeva dalla prima canzone, dedicata a victor jara, un musicista cileno ucciso dal regime di pinochet. una sola canzone, e già quattro cose da capire: regime – pinochet-victor jara-ucciso. e quel disco era tutto così, ogni canzone parlava di qualcosa che non conoscevo, o che conoscevo molto poco, e che cominciai a cercare di capire; c’erano l’ira, il muro di berlino, l’apartheid, l’africa devastata. quel disco era il mondo che si presentava, grande, complicato, e con un sacco di cose da fare, da conoscere, da leggere. credere che lo si potesse in qualche modo rendere migliore, o comunque interessarsi in qualche modo al fatto che qualcuno, da qualche parte, potesse un giorno renderlo migliore, era un bel modo di sopperire alle tempeste ormonali e di attraversare l’adolescenza.

nonostante fossi un ragazzo con pochi problemi di acne, e nessun pensiero lacerante, di quelli che ti impediscono di interessarti a gente che sta a millemila miglia di distanza (o forse proprio per quello), avevo compreso che c’era un mondo là fuori, e che quel mondo bisognava capirlo, quel mondo alimentava delle speranze, c’erano dei simboli, c’era qualcosa che adesso non riesco a definire, anche perché a tredici anni non lo definisci; sono scariche elettriche automaticamente generate dall’attività cerebrale, meccanismi bio-chimici e neurologici che il cervello decide autonomamente di attivare, dai neuropeptidi ai recettori. poi la chiamerai passione, emozione, impegno, ma a tredici anni la vivi e basta. e sono i soliti discorsi, sei giovane, sogni un mondo migliore, e forse è un bel modo di crescere, pensavo.era vero.

mandela oggi è libero (and now the world come down say Nelson Mandela’s free), l’ira non uccide più, il muro di berlino è crollato, e in sudafrica ci fanno i mondiali di calcio.

mentre io sono qui, a rodermi il fegato e a preoccuparmi di un ridicolo settantacinquenne borioso e megalomaniaco soffocato dal cerone.

e non so, ma ho il fiato corto, cristo. ho.il.fiato.corto.

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