entrino le ragasse

ho sempre avuto una forma di attrazione ipnotica per i programmi delle televisioni locali, quelli in cui il conduttore e la valletta (di solito la figlia/nipote/amante di quello del salumificio che sponsorizza il programma) si muovono davanti a uno sfondo di cartone colorato dai figli di quello che ha concesso il bar come studio televisivo (di solito una rappresentazione di fiumi, alberi e casette colorate che dovrebbe indurre lo spettatore a rilassarsi e a godersi lo spettacolo, se non fosse per lo spettacolo).

il conduttore e la valletta mostrano l’uno un invidiabile incarnato grigiastro su gigantesche cravatte colorate, l’altra un colorito paonazzo-fosforescente sotto una criniera bionda bordata di nero.

il conduttore grigiastro può alternativamente: a) leggere notizie, b) raccontare aneddoti divertenti che implichino necessariamente la citazione di uno o più sponsor, c) discutere amabilmente e raccontarsi aneddoti personali con n+1 telespettatori, che di solito vengono chiamati per nome, trattandosi di spettatori affezionati della tramissione che intervengono telefonicamente tutti i santi giorni con la regolarità di un passista (il che solleva qualche dubbio sulla reale entità del pubblico che guarda quel tipo di trasmissioni: sono sempre gli stessi che chiamano o sono sempre gli stessi che guardano?).

gli aneddoti vertono essenzialmente sulle condizioni di salute di  figli/marito/cane e sulla risoluzione delle controversie condominiali. gli spettatori affezionati poi, nient’affatto intimiditi dal doversi esprimere in una trasmissione televisiva, ricambiano la gentilezza del grigiastro lattiginoso informandosi sulle condizioni di figli/mogli/amanti/cani e sulla risoluzione di quella sua controversia con la guardia di finanza.

esaurita la fase dei convenevoli di solito parte la richiesta musicale.

in un angolo dello studio c’è sempre una piccola star del ballo liscio (ermes e i suoi diavoli, lara moccia, i flipper, giangastone devoti e le strepitose, ecc.) pronta a esaudire ogni richiesta del nutrito pubblico in ascolto.

vorrei sentire “candide labbra”, “doppi sensi”, “bye bye (chachacha)”, “la sorella di figo (fox)”.

la camera fissa allora si sposta di una trentina di gradi e il gruppo (che può essere piazzato indistintamente davanti al frigorifero con le bibite o nella parte finale dello sfondo di cartone, quella in cui lo stacco viene coperto con una pesante tenda rossa, come quelle dei cinema – probabilmente rubata in un cinema) comincia la sua esibizione standard: batteria, chitarra, tastiera, due fisarmoniche, tre coriste con seni prosperosi e gonne glitterate, e un playback fuori sincrono. se c’è abbastanza spazio ci sta anche il bassista, che altrimenti viene tenuto in disparte vista la sua sostanziale inutilità scenica.

il programma può andare avanti così per ore, e esercita sul sottoscritto una forza ipnotica assolutamente incontrollabile.

il raggiungimento di questa grandezza sublime è però qualcosa di ascientifico e di irriproducibile: la sostituzione e/o il mutamento di determinate variabili conduce a risultati incomparabili. il denaro, più di ogni altra, è la variabile killer: sono sufficienti duecento euro di budget in più a disposizione del produttore (sempre che in trasmissioni del genere si possa ragionevolmente parlare di produzione) per snaturare completamente la perfetta perversione di certe esibizioni.

la prova di quanto sopra la trovate in manifestazioni come miss padania, che in un mondo normale uno dovrebbe trovare casualmente, girando su qualche televisione locale per scoprire se esistono ancora italia7 e odeon tv:  ragazze visibilmente accaldate, infilate a forza in costumi di un paio di misure in meno, che sfilano tra i tavoli di una sagra, tra i vapori della polenta e delle salamine sul fuoco.

invece miss padania ormai è roba da prima serata su retequattro, con un dispiegamento di mezzi produttivi non indifferente: soldi, conduttori, numeri musicali, ospiti e spettatori di prestigio, sindaci, ministri; e non la fanno in un bar, in un salone di bellezza, nella sala grande di un oratorio, nella “boutique da gemma – grandi firme”, no. la fanno al teatro degli arcimboldi. una cosa che quando uno la vede resta sospeso tra l’incredulo – perplesso – sbalordito, per sprofondare infine in un’amarezza insostenibile. un po’ come quando mi dissero che zucchero aveva suonato alla royal albert hall.

questi sono i segni meno evidenti, ma più indicativi, di come stiamo cambiando, della mutazione genetica che dal nord si sta diffondendo in un tutta la penisola.

ci stanno togliendo tutto, anche l’odore caldo e dolciastro dello squallore locale.

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