black sabba

se la cocaina è il modo che dio usa per avvertirti che stai facendo troppi soldi, una piattaforma petrolifera che esplode in mezzo all’oceano liberando centinaia di milioni di galloni di petrolio, in una zona ad altissima produttività ittica, distruggendo qualsiasi forma di vita animale o commerciale per i prossimi vent’anni, forse è il modo che dio ha scelto per farti capire che è ora di darci un taglio. o forse è il modo che dio ha per avvertirti che si è dimenticato un rubinetto del gas aperto.

ma mentre negli stati uniti si ricomincia a discutere della necessità di abbandonare finalmente il petrolio e passare alle energie rinnovabili, mentre in louisiana i coltivatori di gamberi hanno già avviato azioni legali, invocato tutte le divinità voodoo, e sono già agli spilloni sui pupazzetti raffiguranti il board di british petroleum, in italia siamo abbastanza sereni.

stiamo applicando la regola nazionale di rilevanza di una notizia (RNR):

  1. quanto lontano?
  2. quanti italiani?
  3. quanti morti?

nel nostro caso le risposte sono 1) molto, 2) nessuno, 3) nessuno.

il livello di interesse della notizia per l’uomo della strada, quello che ci condurrà verosimilmente a un futuro di macerie e sofferenze, è praticamente zero.

l’uomo della strada è infatti dispiaciuto e contrito in senso lato per la tragedia naturale, ma “tragedia naturale” è quanto di più impalpabile e indefinibile possa esistere nella sua mente; l’unico disastro naturale  per lui concepibile è il progressivo rinsecchimento della siepe di oleandro che potrebbe creare qualche problema di convivenza con i vicini quest’estate.

il petrolio che sgorga a gallonate nelle profondità del mare, soffocando qualsiasi forma di vita, è qualcosa che è in grado di provocare nell’uomo della strada lo stesso livello di angoscioso interesse dell’apprendere di sanguinosi combattimenti tra capodogli e calamari giganti nelle profondità oceaniche. figo, ma inutile.

la macchia nera diventerà presto un elemento dello sfondo, un rumore costante a cui ci stiamo abituando e che, nel giro di poche settimane, dimenticheremo. resterà solo un certo fastidio verso chi ancora sarà fermo alla macchia di petrolio, mentre il mondo è andato avanti.

poi il petrolio arriverà finalmente sulla costa, e allora potremo esprimere tutto il nostro disgusto, la nostra preoccupazione, la dolente angoscia per la tragedia che sta devastando il nostro pianeta. aprite gli archivi, tirate fuori i dischi di vangelis. musiche struggenti per potersi finalmente commuovere guardando il povero cormorano inzaccherato, e ammirare i volontari che tentano di ripulire la costa dal petrolio pensando, ah se fosse successo a piombino andrei anch’io a dare una mano.

sperare in un’invasione aliena era l’unica possibilità che concedevo a questo pianeta per l’eliminazione totale del cancro che lo affligge, oggi non è più così. lo stiamo rendendo talmente inospitale che qualsiasi creatura con un organo assimilabile a un cervello preferirebbe andare a farsi sciogliere dalle nebbie di acido solforico nell’atmosfera di venere, piuttosto che mettere piedi su questo cesso.

ma arriverà quel giorno. arriverà il giorno in cui ci troveremo a respirare acido cloridrico al posto dell’ossigeno e scopriremo che il problema di gran parte del pianeta industrializzato sarà quel fastidioso deposito di polvere giallastra sul parabrezza della macchina. che non vedo niente, metti che tampono.

arriverà quel giorno e capiremo che estinguerci è il minore dei mali.

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