Nota a margine del “90% di denunce false”

Nel nostro sistema processuale perché una denuncia possa essere considerata “falsa” è necessario che il contenuto di quella denuncia venga valutato da un magistrato.
Nel caso in cui la denuncia risulti evidentemente falsa – falsità che però presuppone una valutazione del contenuto della denuncia, dell’attendibilità della presunta vittima, quindi un minimo di attività di indagine – il Pubblico Ministero potrà chiedere l’archiviazione del procedimento che dovrà essere disposta da un Giudice.
In caso contrario, la falsità di una denuncia può essere accertata solo attraverso l’intervento di un altro Giudice – con la celebrazione di un’udienza preliminare o, addirittura, di un processo vero e proprio in cui questa “falsità” possa emergere.
Insomma, l’affermazione da parte di una misteriosa fonte del dato secondo cui  “a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso” finito su alcuni giornali – e spiegato molto bene qui – oltre ad apparire lunare a chi frequenta con una certa assiduità Tribunali e Procure della Repubblica – ma Firenze potrebbe essere un mondo a parte – appare un dato molto complesso da ricavare, perché sarebbe necessario seguire l’iter processuale di ogni singola denuncia per violenza sessuale presentata ogni anno a Firenze, e vedere quale ne è stato l’esito. Per stabilire con certezza la falsità o meno del contenuto di una denuncia per un reato così grave serve comunque un certo lasso di tempo: immaginando che non tutte le denunce palesemente “false” seguano la stessa strada, si dovrebbe distinguere tra quelle che sono state quasi immediatamente archiviate e quelle per cui, invece, si è dovuta celebrare un’udienza preliminare o si è andati a processo (nel pezzo si parla di “assoluzioni”).
Non va poi dimenticato che, se la denuncia risulta evidentemente falsa, chi ha denunciato può rispondere di calunnia (quanti procedimenti per calunnia in seguito a false denunce di violenza sessuale sono attualmente aperti alla Procura di Firenze?). La Questura di Firenze ha già precisato che “nel 2016 in provincia di Firenze ci sono state 51 denunce per violenza sessuale. Non possiamo al momento fare una casistica delle vittime, italiane, straniere, americane. Per noi sono tutte violenze in ugual modo”, come si può leggere in questo pezzo.
Insomma, la statistica appare sorprendente, e potrà essere confermata dalla Procura della Repubblica di Firenze e dal Tribunale, ma un giornalista minimamente dotato di senso critico, che si senta riferire da una fonte informativa ritenuta attendibile che “(…) su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso (…)”, e che conosca il funzionamento del processo penale italiano, di fronte a un’affermazione simile dovrebbe quantomeno chiedere alla propria fonte “In che senso?”.

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4 agosto 1974, Italicus, oggi

Una delle principali acquisizioni nell’ultimo processo per la strage di Piazza della Loggia è la produzione informativa della “fonte Tritone”, l’ordinovista padovano Maurizio Tramonte – condannato in via definitiva per la strage – che nella primavera e nell’estate del 1974 riferiva in tempo reale al Centro Controspionaggio di Padova le informazioni raccolte grazie alla sua militanza nel gruppo di Ordine Nuovo guidato da Carlo Maria Maggi, oggi riconosciuto come responsabile della strage di Piazza della Loggia. Sono documenti che furono nascosti all’autorità giudiziaria per precisa volontà di alcuni esponenti dei servizi segreti – la cosa straordinaria è che questa volontà, per la prima volta, è addirittura provata da appunti manoscritti – e che avrebbero rappresentato un elemento fondamentale per disarticolare quel gruppo terroristico.

In uno di questi appunti, datato 8 luglio 1974 – che si possono leggere per esteso nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano del 22 luglio 2015 – la fonte riferiva di una riunione in cui si affermava che “Brescia non deve rimanere un fatto isolato”, perché “il sistema va abbattuto mediante attacchi continui che ne accentuino la crisi” e l’intenzione di stilare un comunicato da far pervenire alla stampa che avrebbe dovuto “annunciare azioni terroristiche di grande portata da compiere a breve scadenza. Con questa iniziativa” – si legge nell’appunto “si proponevano di accentuare lo sgomento diffuso nel paese dopo l’attentato di Brescia.” attraverso una serie di annunci di attentati “a cui non sarebbero seguite azioni concrete”.

Quando l’opinione pubblica si fosse assuefatta all’idea che si trattava di iniziative allarmistiche, sarebbe scattata l’azione terroristica.

Le informazioni raccolte in quell’estate del 1974 rimbalzarono tra Padova e Roma, in un continuo rimpallo di interrogativi sull’opportunità di comunicare il contenuto di quei rapporti ai giudici padovani, e poi scomparvero nel nulla, per riaffiorare solo alla metà degli anni ottanta.

Poche settimane dopo, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 una bomba esplode sul treno Italicus mentre transita a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, provocando dodici morti e quarantotto feriti. Non ci sono prove che colleghino il gruppo veneto di Ordine Nuovo alla strage dell’Italicus, per la quale non ci sono responsabilità accertate, ma resta il fatto che quelle informazioni avrebbero certamente innescato qualche attività investigativa, perquisizioni, indagini, e invece scomparvero.

Restano solo dei documenti nascosti e una sequenza temporale, e a poco più di due mesi da Piazza della Loggia, un’altra bomba sconquassò il paese.

suburra capitale

Le reazioni alla sentenza per Mafia Capitale sono due forze uguali e contrarie che rivelano la superficialità delle rispettive posizioni. Da una parte chi riduce i fatti accertati a una criminalità minima – dimenticandosi pene pesantissime per reati corruttivi – dall’altra chi sostiene che comunque è mafia, i giudici sono cecati come Carminati, la giustizia non ha capito quello che il giornalismo d’inchiesta ha rivelato. Le indagini e il processo per “Mafia Capitale” si sono mosse su due piani intrecciati. Sul piano processuale si voleva dimostrare una tesi secondo le articolate regole del processo: le norme sulle associazioni mafiose possono essere applicate anche a un’associazione a delinquere comune, quando si presentano certe caratteristiche di intimidazione, violenza, pervasività istituzionale. La conseguenza di questa tesi era l’estensione dello stato di eccezione della normativa antimafia anche a reati comuni, per i quali quello stato di eccezione non è previsto. Questo significa meno garanzie per gli indagati, poteri rafforzati agli investigatori e l’applicazione del cosiddetto “doppio binario” processuale e delle sue legislazioni speciali.
Su un piano diverso, c’era la questione del brand “Mafia Capitale”, e di tutto quello che ha rappresentato dal punto di vista politico e del racconto giornalistico e romanzato di Roma.
I due piani si sono intessuti sino a diventare spesso inestricabili, al punto da non riuscire a distinguere Suburra dai resoconti delle udienze, trasformando la tesi della Procura di Roma nell’unica rappresentazione possibile, processuale e sociologica, e preparando il terreno alle reazioni di questi giorni.
L’effetto della torsione del processo in un romanzo criminale è stata devastante: durante il processo, per i “mafiosi”, quindi non meritevoli del minimo riconosciuto di diritti, garanzie e presunzioni di innocenza, e adesso, dopo la pronuncia di una sentenza che ha fatto crollare quella tesi.
La sentenza non ha riconosciuto l’associazione a delinquere di stampo mafioso riqualificando i fatti come associazione a delinquere comune. Tra “non è successo niente” – come se l’associazione a delinquere non fosse un reato gravissimo, che infatti prevede pene pesantissime -e “la sentenza è sbagliata, la mafia a Roma esiste” esiste il mondo di mezzo rappresentato dalla sentenza, che non afferma l’inesistenza della mafia a Roma.
Perché il punto non è che a Roma non ci sia la mafia, ma che la mafia a Roma non è questa, almeno secondo questo Tribunale

Boneschi, Giorgiana Masi e l’insostenibile abisso di Luigi di Maio

Giovedì 13 maggio 1982, seduta della Camera dei Deputati. Dopo avere discusso di proposte di legge sul riordino delle pensioni di guerra, sull’abolizione delle indennità di contingenza e di una delega per la ricostruzione in Irpinia, viene data lettura della lettera con cui il deputato radicale Luca Boneschi non intese prendere possesso della sua carica, che gli spettava come primo dei non eletti. Dopo avere riaffermato la sua fiducia nel Parlamento, “certamente il luogo più alto di espressione del dibattito politico, di confronto , di ricerca, di contributo recato da ciascun rappresentante eletto direttamente dal popolo” e nel Partito Radicale, Boneschi spiega così le ragioni della sua non accettazione, con parole che sono la dimostrazione che certi vitalizi sono soldi meglio spesi di certi stipendi.

«Esisterebbero dunque tutte le premesse perché questa lettera non venga scritta. Senonché, signora Presidente, da molti anni io assisto, insieme all’avvocato e deputato Franco De Cataldo, la famiglia di Giorgiana Masi, la ragazza uccisa durante e una carica della polizia sul ponte Garibaldi di Roma il 12 maggio 1977: una famiglia che ha creduto di potersi rivolgere alla magistratura per avere giustizia almeno morale di fronte alla morte atroce e assurda di una figlia e di una sorella amatissima. Ho messo le mie capacità professionali a loro disposizione . Ben quattro anni è durata l’indagine: troppe cose più urgenti assillavano il giudice. E, al termine dell’istruzione, il giudice ha archiviato: tecnicamente, ha dichiarato non doversi procedere per essere ignoti gli autori del fatto . Una decisione a mio giudizio altrettanto assurda dell’assassinio di Giorgiana, poiché le modalità della carica, della sparatoria e della morte sono purtroppo assai semplici: ma il giudice ha decretato che gli assassini sono senza volto, senza nome e anche senza appartenenza; sono «sciacalli ignoti» .

Oggi pende da molti mesi una istanza di riapertura di quel processo, sempre davanti ai giudici romani che hanno sempre troppe altre cose da fare . Ma, fuori dagli strumenti professionali veri e propri, io mi sono ribellato a quella decisione, e ho criticato pubblicamente il giudice e le altre autorità implicate nella vicenda . Il giudice si è offeso e mi ha querelato . Così, finalmente, nella vicenda giudiziari a per l’assassinio di Giorgiana Masi c’è almeno un imputato noto: l’avvocato della famiglia.

Questo processo è già iniziato, ma non concluso anche se la sentenza è vicina : e io non voglio in nessun modo ritardare a un giudice, e a me stesso, il diritto ad avere giustizia . Sapendo, per esperienza professionale, che i meccanismi delle autorizzazioni a procedere non sono né certi né rapidi, scelgo di non metterli neppure in moto.

Con una speranza: che questa mia non semplice né facile rinuncia serva a ricordare, ai radicali e ai non radicali, che per Giorgiana Masi giustizia non è stata fatta; che in qualche cassetto del Parlamento giace da tempo una proposta di legge per una Commissione d’inchiesta sui fatti del 12 maggio 1977 che sarebbe — a mio modestissimo parere — gravissimo se non venisse approvata e presto; che, di fronte alla bancarotta della giustizia e all’oblìo della politica, a me resta questo modo per dire — con amore per la giustizia e la politica — la mia solidarietà a Vittoria, Aurora e Angelo Masi. I miei più distinti saluti» .

Firmato: BONESCHI.

Qui il resoconto stenografico di quella seduta.

sacrifici umani

Il rinvio della legge sullo ius soli è giustificato con il clima ostile che si respirerebbe nel paese. Lo ius soli, si legge, è una legge divisiva. Casa Pound rivendica con orgoglio di averlo creato, questo clima ostile. Nelle prossime settimane vedremo una rincorsa ad approvare a ogni costo una legge sui vitalizi dei parlamentari, perché quella invece è il segno di un nuovo spirito unitario, e il clima nel Paese verso la legge sarà certamente favorevole, ma la legge sullo ius soli invece no, quella dovrà aspettare. La nuova ondata populista imperversa, e nessuno la ferma.
La politica è diventata l’esecutore testamentario della società, e quindi di se stessa, immobile e terrorizzata da ogni sussulto dell’opinione pubblica: non prova nemmeno più ad assumere un ruolo di guida per superare resistenze e divisioni, cerca solo di addomesticare rabbia e frustrazione sacrificandosi alle divinità correnti – la casta, lo spreco, la paura.
Ogni giorno un sacrificio umano, sperando che il dio del Popolo torni a essere pietoso e la risparmi, almeno per oggi.

Quindici secondi di emotività

Ieri sera, quindici secondi dopo le prime notizie da Londra, era tutto un “rabbia”, “sgomento”, “frustrazione”, “preghiamo” che rimbalzavano dappertutto. È stato così per Manchester, e ormai è così per ogni evento cruento che si sospetta legato al terrorismo. Ma per cosa, di preciso? Per cosa questa rabbia, questa frustrazione, questo sgomento, quando ancora si avevano brandelli di notizie non confermate? Un furgone, un ponte. I fatti confermati erano questi. L’urgenza di comunicare al mondo il proprio stato d’animo non ha solo scavalcato l’analisi, ma anche il tempo necessario per capire cosa stia succedendo: non c’è tempo, e ci si getta di pancia con la tavola da surf sull’onda dell’emotività. La dittatura dell’attimo – di cui ha scritto Mattia Feltri, immagino ispirato dal libro che tutti dovrebbero leggere, e obbligare gli amici a leggere –  si manifesta anche nella reazione emotiva a un atto di terrorismo, rilanciando notizie non confermate, bufale, testimonianze dirette, e un fastidioso rumore di fondo di un’umanità già sgomenta, frustrata e in ginocchio, senza avere ancora capito per cosa. Ma che sente l’insopprimibile bisogno di mostrarsi perfettamente al centro dell’evento, anche solo dopo quindici secondi, con le fonti migliori, i sentimenti migliori e con addosso i segni del pericolo scampato, perché anche loro, una volta, erano stati lì. Come se non farlo immediatamente possa sancire la nostra esclusione dall’umanità, come se questo darsi di gomito di fronte a un attacco terroristico in corso sia l’unica prova della nostra esistenza in vita.

Intercettazione permanente

Roma. Interno notte. Un giovane impiegato della compagnia telefonica ha il compito di assicurarsi che le conversazioni sull’interurbana per Genova non siano disturbate, e così si inserisce in una telefonata in corso. Da un lato dell’apparecchio, a Genova, una donna; dall’altro lato, un uomo. Non è un uomo comune, è un ministro, il relatore di un decreto che sarebbe stato approvato il giorno seguente.

– Sei tu, cara?
– Sì (segue una conversazione di carattere familiare)
– Guarda che domani sarà approvato un provvedimento catenaccio di carattere finanziario che avrà enorme ripercussione in Borsa. Questi titoli (li enumera) perderanno tanti punti, e altri ne guadagneranno altrettanti, compresi i titoli di stato. Hai capito?
– Perfettamente.
– Tu domani mattina dovresti vendere i titoli del primo gruppo e comprare il maggior numero possibile degli altri. Avverti tuo padre, i miei familiari, tutti i parenti in modo che facciano la stessa operazione!
– Che bella cosa! Come sono contenta!

Il giovane telefonista, insospettito, trascrive la telefonata, ne annota numeri, provenienza e orari. La mattina seguente porta la trascrizione a Palazzo Braschi, sede del ministero dell’Interno, da dove finisce sul tavolo di Giolitti. Al giovane viene imposto il silenzio; nel pomeriggio Giolitti si reca personalmente alla Camera per smascherare l’incauto ministro, invitandolo a un comportamento più onesto e trasparente, e rinviando l’approvazione del provvedimento ad altra data. Fu così che il liberale Giolitti intuì l’enorme potenziale di quel genere di controllo – forse ancora scottato dallo scandalo della Banca Romana – e istituì un servizio di intercettazione telefonica presso il ministero dell’Industria. Era il 1903, e nasceva così il primo Servizio di Intercettazione telefonica in Italia. (1)

Nel nostro paese si fa un uso selvaggio delle intercettazioni sui media, si pubblica qualsiasi cosa senza alcuna selezione e non esiste una distinzione tra ciò che è penalmente rilevante e ciò che non lo è, mentre il segreto istruttorio ha smesso di esistere in una corsa dissennata al principio di precauzione applicato alla vita politica e al diritto di cronaca. La pubblicazione delle intercettazioni telefoniche si è trasformata in uno strumento di osservazione della morale pubblica e privata che confonde il pubblico interesse con l’interesse del pubblico.

Le intercettazioni sono il genere narrativo più venduto – ho un ricordo di spiagge invase da un allegato dell’Espresso “Tutte le intercettazioni di Calciopoli” – e l’intromissione nelle vite altrui è vissuta come un diritto assoluto a cui ogni politico deve sottostare. La violazione della legge, il reato che si commette ogni volta che si pubblicano atti di indagine coperti dal segreto sono ormai irrilevanti, vincono il diritto di cronaca e alla messinscena quando la pretesa di riservatezza – e di segretezza – è considerata ingiustificata: male non fare, paura non avere (cit.). Forse perché le cose più compromettenti delle nostre esistenze – quelle che non vorremmo mai vedere pubblicate sui giornali – oggi si trovano sugli hard disk, nelle chat di Whatsapp e Telegram, e non nelle telefonate che facciamo. E così ci opponiamo all’accesso indiscriminato ai nostri file per esigenze di sicurezza, ricordandoci che esiste un diritto costituzionale alla riservatezza, ma leggiamo volentieri tomi di intercettazioni altrui. Ma la pubblicazione delle intercettazioni ha anche un altro effetto.

Il processo penale ha sempre avuto l’ambizione di sottrarre i sospettati alla disumana mancanza di giudizio della piazza, affidandone la sorte a regole certe e individui che si distinguessero per intelligenza, saggezza, equilibrio. Il meccanismo, troppo spesso, non ha funzionato, e le pulsioni vendicative sono esplose nei supplizi e nello splendore degli squartamenti in pubblico. Le cronache degli ultimi anni sembrano riportarci a quel modello aspirazionale, anche se non serve più legare braccia e gambe del condannato a quattro cavalli e osservare l’effetto che fanno, bastano quattro battute in una telefonata. La piazza condanna. Si pubblicano atti in violazione del codice penale, ma una volta che sei stato smembrato, e le tue gambe viaggiano leggere a sud, mentre il torso è trascinato in direzione opposta, una condanna per violazione del segreto istruttorio non sarà una grande consolazione.

1Il fatto e la trascrizione letterale della telefonata sono tratti da un oscuro libro di Ugo Guspini, L’orecchio del regime (Mursia, 1973), che racconta l’uso delle intercettazioni telefoniche durante il ventennio, e fa risalire a Giolitti, e a questo episodio, la nascita di un sistema di intercettazioni in Italia.

[Una cosa scritta su Leftwing due anni fa, leggermente riveduta]