euroretorica

Ieri sera mi sono martirizzato per mezz’ora e sono finito su Quinta Colonna, il programma di Paolo Del Debbio su Rete4.
Lo schema è sempre lo stesso: si introduce un argomento e si ascolta una persona ragionevole, poi la linea passa alla piazza indignata e incazzata; a questo punto interviene un incredulo Matteo Salvini (“io sono incredulo”) che inizia a ribollire come una pentola di brasato. Ci stanno prendendo in giro, prima gli italiani, diamo trentacinque euro al giorno a questi signori; e poi un espediente narrativo, sempre agghiacciante, con cui tenta di attribuire ai “buonisti” la responsabilità delle migliaia di morti in mare.
La persona ragionevole prova a riportare un minimo di ragionevolezza, ma viene sopraffatta dall’indignazione. Questo è il momento in cui la scaletta prevede Mario Giordano che con stridore di denti urla “terroristi dell’Isis”.
Le parole sono libere, ognuno può dire quello che vuole perché numeri e percentuali sono noiosi, e alla fine quello che conta è che siamo un paese in rovina.
Nella puntata di ieri, Salvini ha scritto alla lavagna una serie di dati approssimativi sulla gestione dei rifugiati in Italia: alcuni erano sbagliati, altri erano una sua libera interpretazione della realtà. Quando la povera Alessia Morani – del Pd – è andata alla lavagna con la penna rossa e la supponenza dell’adesso ti faccio vedere io, per correggere alcuni dei dati, ha dovuto soccombere davanti al continuo gorgoglìo leghista che la interrompeva e la provocava.
Si chiama post-truth politics adesso, ma ha sempre funzionato così: se vai in televisione a parlare di migrazioni con Matteo Salvini, in una trasmissione come Quinta Colonna, devi adeguarti al contesto, cercare di smentire i dati palesemente falsi trovando però un argomento inoppugnabile che metta davvero in difficoltà il tuo interlocutore.
Per esempio quanto ci costa al giorno Matteo Salvini.

non solo Tortora

Tortora, ma non solo.
Il 15 settembre 1986 Enzo Tortora veniva assolto dalla Corte d’Appello di Napoli dall’accusa di essere un camorrista e un trafficante di droga. Passeranno altri dieci mesi prima della sentenza della Cassazione che cancellerà definitivamente quelle accuse, trasformando quell’indagine e il processo che ne è seguito nella massima rappresentazione dell’errore giudiziario in Italia, e mostrando per la prima volta in tutta la sua drammatica potenza l’intreccio tra pregiudizio giudiziario, processo, mezzi di informazione, Schadenfreude all’italiana e il piacere del retrogusto sanguinolento di ogni vicenda giudiziaria. 
Il caso Tortora è rimasto emblematico nel racconto dell’errore giudiziario, certamente il più famoso, ma sarebbe bene ricordarsi che non è rimasto l’unico: i numeri del ministero della Giustizia dicono che, dal 1992, lo Stato ha dovuto risarcire quasi 25.000 persone a cui è stato riconosciuto un indennizzo per ingiusta detenzione. A queste vanno aggiunte le migliaia di persone, assolte, a cui quell’indennizzo non è stato riconosciuto. Ma sono dati che evidentemente non restituiscono le conseguenze personali che ognuno di loro ha dovuto subire. Se la personalità di Tortora e l’assurdità della sua vicenda hanno reso possibile una mobilitazione politica e intellettuale contro gli abusi a cui era stato sottoposto, aprendo riflessioni sulla custodia cautelare, sulle regole del processo – senza peraltro evitargli una condanna in primo grado – oggi ricordiamoci delle migliaia di persone che non possono giovarsi di una mobilitazione simile e devono fare affidamento – bontà loro – solo sul funzionamento della giustizia, perché il destino dell’accusato innocente, si sa, dipende ben poco da lui stesso.

[recuperi: Le ceneri di Tortora]

per il naso

L’avviso di garanzia è disciplinato dall’art. 369 del codice di procedura penale: quando deve compiere un atto al quale il difensore ha diritto di assistere (i cosiddetti “atti garantiti”), il pubblico ministero invia alla persona sottoposta alle indagini una comunicazione scritta che deve contenere la sommaria indicazione dei fatti contestati (data, luogo del fatto, norme violate) e l’invito a nominare un difensore di fiducia.

L’istanza disciplinata dall’articolo 335 del codice di procedura (l’accesso al registro delle notizie di reato) è invece una richiesta che viene depositata negli uffici della Procura della Repubblica per conoscere i procedimenti penali in corso a proprio carico. La risposta è una certificazione che contiene il numero del procedimento penale, le norme di legge che si ritengono violate e il nome del Pubblico ministero a cui il procedimento è affidato.

In nessuno dei due casi è possibile “vedere le carte”.

castelli di sabbia

Secondo i dati del Ministero della Giustizia, al 31 luglio 2016 sono presenti negli istituti penitenziari italiani 53.850 detenuti, di cui 18.901 stranieri.

Insomma, nonostante tutto noi italiani continuiamo a essere maggioranza.

Se volete farvi un’idea generale della situazione delle carceri in Italia, qui trovate le statistiche aggiornate.

Ma c’è un unico dato che riporto integralmente, quello delle detenute madri con i figli al seguito che, tradotto dall’antilingua giuridico-burocratica, significa bambini che passeranno anche questa estate là dove un paese civile non dovrebbe consentire loro di restare nemmeno un giorno.

 

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il mio voto

Siete voi che non capite: il voto non è un voto, troppo facile. Il voto è pedagogia, istinto, diplomazia, politica, intuizione, colpo d’occhio. Non si vota per votare un sindaco, questo lasciamolo fare ai non attrezzati, agli ingenui, a quelli che non capiscono cosa c’è sotto, che non sanno la posta in gioco. Non si vota per scegliere un amministratore, il migliore o quello che riteniamo per approssimazione il meno peggio, no, si vota per esprimere davvero se stessi, la propria personalità: il voto è il simbolo della propria individualità e della fede nella libertà personale, come la giacca di serpente in Cuore Selvaggio. E poi si vota per dare lezioni, per inviare un messaggio, per dare un segnale politico, per disegnare scenari, e noi siamo tanti piccoli Machiavelli, e quando entriamo in cabina elettorale lo facciamo con una cartina del Sud America per essere sicuri che non ci sfuggano tutte le implicazioni della nostra scelta. Votare è un’attività complessa che richiede settimane di riflessioni, di analisi, di confronti e di introspezioni, è importante e difficile e serve tutto il nostro impegno sociale e intellettuale, quasi come un’asta del fantacalcio.
Votare non è solo votare – viene da sorridere – perché se fosse così basterebbe leggere i programmi dei due candidati, i loro curriculum, e poi scegliere quello che ci convince maggiormente, o che si avvicina di più alle nostre sensibilità, alla nostra idea di città.
Come se votare per un sindaco servisse per trovare qualcuno in grado di coprire le buche, razionalizzare il traffico, migliorare il trasporto pubblico e far raccogliere l’immondizia.
Se non fosse stato per noi, se non avessimo ogni volta riflettuto, soppesato, calibrato e con sofferenza scelto, se fosse stato per quelli che votano per votare, così, con leggerezza, chissà dove saremmo finiti.

i due miranda

Oggi è stato il giorno di due Miranda.
Ernesto Miranda veniva arrestato il 13 marzo del 1963 perché sospettato di rapimento. Due poliziotti lo interrogarono per ore, ottenendo una confessione scritta. Al processo la confessione venne usata come prova a suo carico e Miranda fu condannato. Nel giudizio di appello, la Corte Suprema dell’Arizona stabilì che i suoi diritti erano stati violati. Ne nacque il giudizio davanti alla Corte Suprema Americana che si concluse con una sentenza storica, la Miranda v. Arizona, che ha introdotto quelle formule che abbiamo imparato a memoria in ogni serie tv americana e che sono il totem delle garanzie previste dal Quinto Emendamento.
Era il 13 giugno del 1966 quando la Corte Suprema pronunciò la sentenza Miranda v. Arizona e dichiarò l’obbligo di avvertire ogni arrestato del suo diritto di restare in silenzio.

“You have the right to remain silent. Anything you say can and will be used against you.”

Lin-Manuel Miranda è un attore, compositore e autore di “Hamilton” il musical ispirato alla vita di Alexander Hamilton, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America che, dopo il Pulitzer, ha vinto undici Tony Awards. Miranda stanotte ha fatto un discorso di ringraziamento straordinario, trovando parole, per ricordare (in sonetto) le vittime di Orlando, che sono destinate a essere rilette, ascoltate, condivise per il prossimo milione di anni.

“And love is love is love is love is love is love is love is love cannot be killed or swept aside”

 

 

criminal intent

Non ci lasciamo più nemmeno il tempo di conoscere i fatti, che subito cerchiamo di definire ogni evento secondo gli schemi che ci sono più adatti. Abbiamo smesso di fare analisi per raccogliere pacchetti di figurine, e così, pochi minuti dopo la notizia del massacro del Pulse, era già una rincorsa a individuare il movente: terrorismo islamico, omofobia islamica, omofobia della supremazia bianca, terrorismo interno, spesso confondendo piani non sovrapponibili, perché dare un nome preciso alle ragioni della violenza consente il conforto della definizione e un racconto che può essere piegato alle proprie convinzioni politiche, o anche solo editoriali.
In questo momento sappiamo molto di Omar Mateen, ma non sappiamo – l’F.b.i. non lo sa – se abbia agito da solo, se abbia agito di propria iniziativa o se l’attacco fosse stato organizzato con supporto logistico interno o internazionale. Il suo legame con la radicalizzazione islamica sembra molto probabile, ma le indagini sul movente attraverseranno la sua vita privata, il suo computer e il suo telefonino, in cerca di una traccia che ne riveli il “criminal intent”.
Che il massacro di Orlando sia un atto terroristico non è però in discussione, anche se la definizione non è sempre così scontata, ed è la ragione per cui non tutti i mass shooting possono definirsi atti terroristici.
La legge federale americana definisce “terrorismo interno” ogni azione violenta o pericolosa che violi la legge federale o statale, e che sia finalizzata a intimidire o a esercitare pressioni sulla popolazione civile, influenzare le politiche del governo con intimidazione o coercizione, colpire l’azione del governo attraverso distruzioni, omicidi o rapimenti di massa.
Nessun dubbio sulla violenza dell’azione, ma è sulla finalità che si gioca la definizione di “atto terroristico”: non tutti gli omicidi di massa costituiscono necessariamente atti finalizzati a intimidire un intero gruppo di persone che possano essere identificati come “popolazione civile”. Quello che manca in molte di quelle stragi – che hanno come obiettivo provocare il numero di morti più grande possibile, indifferentemente dall’appartenenza delle vittime a un preciso gruppo etnico, sociale, politico – lo ritroviamo però a Orlando, perché non ci sono dubbi che il massacro di Orlando avesse l’obiettivo preciso di colpire e intimidire un intero gruppo: la comunità LGBT.
Le ragioni di questo massacro sono legate all’omofobia e a un odio legato all’orientamento sessuale, e quale che sia il detonatore di questo odio – la psicopatia, il fanatismo religioso, una vera e propria affiliazione all’Isis – questo non può offuscarne l’obiettivo, né spostare alcuni punti fermi di questa strage: ovunque nel mondo, che tu sia uno psicopatico violento o un radicalizzato americano, sono due le cose che ti servono per poter mettere in atto un piano, e queste cose sono un’arma e un obiettivo. Ma non sono gli obiettivi quelli che si trovano dietro i banconi dei supermercati.