Jumanji

Schermata 2018-01-09 alle 12.40.45Ho paura che sia come Jumanji.

Solo che se clicchi ti ritrovi a Teheran.

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I danni della cronaca giudiziaria

Schermata 2018-01-07 alle 15.00.25Il racconto della giustizia penale e la cronaca giudiziaria sono narrazioni molto delicate, perché coinvolgono la pretesa di sicurezza e di punizione dei reati da parte dell’opinione pubblica, il riconoscimento dei diritti delle vittime, l’efficacia della legge e della sanzione.
L’impressione che la giustizia penale non soddisfi i nostri ideali di sicurezza e giustizia e che il sistema delle pene soffra di una debolezza endemica produce inevitabilmente insoddisfazione, sfiducia nel sistema e la pretesa di reazioni dure e punizioni più severe, che vengono poi intercettate dalla politica, che le declina nell’introduzione di nuovi reati o nell’inasprimento delle sanzioni.
Il racconto della cronaca giudiziaria, però, si rivolge spesso a un pubblico che manca di cultura giuridica e processuale – e non gliene si può fare una colpa – e un’informazione giudiziaria poco accurata, e sbilanciata sulle posizioni della Pubblica Accusa, invece di fornire strumenti adeguati per leggere la realtà, la distorce, contribuendo a rafforzare nell’opinione pubblica l’idea di una giustizia penale inefficiente, che lascia proliferare l’impunità.
La cronaca del processo è diversa dalla sua comprensione, così come la cronaca di un’operazione chirurgica è diversa dal suo esito. Non dico che indagini e processi dovrebbero essere raccontati nelle pagine scientifiche – anche se i meccanismi che stanno dietro alla cronaca immediata di un processo sono inevitabilmente quelli di una scienza – ma una maggiore accuratezza nel racconto impedirebbe reazioni scomposte, generando quell’idea completamente scollegata dalla realtà per cui, nel nostro paese, nessuno finisce in carcere, nessuno viene punito, servono nuove leggi, pene più severe, certezza della pena.
Pochi giorni fa, su quasi tutti i principali quotidiani, è comparsa una notizia che rappresenta piuttosto bene i termini del problema.
Gli articoli comparsi su La Stampa, Corriere, Repubblica parlano di “sentenza-choc”, con titoli come «Se le aggressioni non sono frequenti, non sono maltrattamenti in famiglia», «Una donna magistrato assolve un disoccupato di 41 anni: la compagna si era presentata nove volte in otto anni al pronto soccorso», «Se il marito picchia la moglie ogni tanto, non si può parlare di maltrattamenti in famiglia», «Calci, pugni, insulti, lanci di oggetti contro la moglie: ma il giudice lo assolve».
In questa avversativa il pregiudizio di ogni cronaca sul processo penale: l’assoluzione è un incidente del processo, la verità è sempre dalla parte dell’accusa.
Il racconto è quello del processo a un uomo accusato di violenze nei confronti della moglie, che a causa di queste violenze sarebbe finita otto volte in nove anni al pronto soccorso, secondo i referti prodotti nel corso del giudizio. L’uomo sarebbe stato assolto perché – questa la sintesi di un titolo, e il senso degli articoli – “picchiare ogni tanto la moglie non è reato”.
Davanti a questo racconto dovremmo chiudere i tribunali, bruciare le toghe in piazza e ricostruire un sistema processuale completamente nuovo. Se solo fosse vero. Perché non lo è.
Ci troviamo di fronte a un esempio di come un racconto poco accurato della giustizia penale possa avere effetti devastanti. I titoli e gli articoli sulla vicenda, infatti, raccontano una storia che, se non viene spiegata come si deve, distorce la realtà proprio a partire da quei titoli.
Prima di tutto, un buon servizio sarebbe stato ricordare che nel nostro ordinamento il reato di maltrattamenti (punito dall’art.572 del codice penale) è un reato diverso rispetto ai reati di lesioni (art.582 del codice penale) e di percosse,  (art.581 del codice penale), con caratteristiche precise che devono essere tutte presenti perché possa essere riconosciuto.
La parola “maltrattamenti”, insomma, è usata in senso tecnico, in quanto autonoma figura di reato, e non in senso generico, di uomo che maltratta una donna. Ma questo non viene mai detto.
Si può essere condannati per il reato di “Maltrattamenti in famiglia” solo in caso di condotta abitualmente violenta ai danni del coniuge e dei figli minori: il reato di maltrattamenti è infatti per la Corte di Cassazionenecessariamente abituale”, ed è definito da una serie di fatti commessi lungo un determinato lasso di tempo, che assumono rilevanza penale proprio perché sono reiterati e sistematici. Potrebbe trattarsi anche di fatti che, isolatamente considerati, non sono punibili (infedeltà, umiliazioni), o non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi, procedibili solo a querela), ma che acquistano rilevanza penale proprio per effetto della loro reiterazione nel tempo e del clima di vessazione che instaurano nei confronti della vittima. Il reato di maltrattamenti è un reato autonomo, e per la sua configurabilità deve essere raggiunta la prova di una serie di episodi, anche distanti nel tempo, che rientrino nel canone dell’abitualità necessaria – e saranno le prove portate nel processo, tra cui anche le dichiarazioni della presunta vittima, a convincere o meno il giudice dell’esistenza di questa abitualità.
In questo caso il giudice ha ritenuto che questa abitualità mancasse, e l’imputato dovesse essere assolto dal reato di maltrattamenti. Ma questo non significa impunità.
Infatti, in un caso simile, l’imputato può essere chiamato a rispondere dei singoli reati che ha commesso e che, seppure non soddisfino i requisiti richiesti per il reato di maltrattamenti, continuano a esistere come tali:le lesioni personali, le percosse, le minacce.
Nelle cronache di questo processo vengono riportati diversi passaggi virgolettati della sentenza, che era evidentemente nelle mani degli autori, che ci forniscono qualche indicazione sulle ragioni di un’assoluzione che a loro appare scandalosa. È leggendo questi stralci che si scopre che i titoli e il tenore degli articoli potrebbero essere fuorvianti.
Cosa è successo nel caso che ha scatenato tutta questa indignazione, interpretando con cognizione di causa gli stralci della motivazione?
Come detto, i titoli riportano in modo distorto un principio consolidato della Corte di Cassazione: se manca l’abitualità nelle condotte non si configura il reato di maltrattamenti; quello che non fanno è spiegare le ragioni dell’assoluzione. O meglio, quei titoli sostengono l’eccezionalità della sentenza perché assolve – ingiustamente, per loro – un marito violento, ma quello che si legge negli stralci della sentenza sembra invece essere una storia diversa: un processo in cui l’imputato è stato assolto perché il fatto non sussiste.
Nove certificati medici rilasciati dai pronto soccorso in otto anni non contano per far condannare un marito violento, è la tesi di alcuni degli articoli, che poi aggiungono – come fosse un inciso del tutto indifferente – che “in alcuni casi le lesioni non c’entrano nulla con le botte o con il comportamento dell’uomo: una caduta, l’urto accidentale su una mensola, persino un incidente stradale”, “Non tutti gli episodi sono riconducibili ad aggressioni da parte dell’imputato”, scrive infatti il giudice nelle motivazioni della sentenza, parlando di episodi che “la teste ha ricollegato genericamente a una lite ma non è stata in grado di fornire, a parte per l’ultimo, una descrizione dettagliata”.
Insomma, sembrerebbe che l’uomo non sia stato assolto grazie a un giudice particolarmente generoso, a un cavillo o a causa di una volontà di minimizzare la violenza, ma perché per molti dei casi di lesioni riportati in quei nove certificati medici l’imputato non era responsabile.
La sentenza assolve l’imputato perché non c’erano prove a suo carico in relazione al reato di maltrattamenti, ma i titoli e il contenuto delle cronache lasciando intendere che invece, in questo caso, siano stati il giudice e la legge a essere completamente insensati.
Si dovrebbe sempre ricordare che il processo penale non è il luogo di distruzione progressiva di una verità portata dalla pubblica accusa, grazie alla scaltrezza del difensore e all’insipienza di un giudice; il processo penale è un processo di tesi contrapposte, che si scontrano davanti a un giudice che deciderà quale delle due risulti provata – o non provata, visto che l’onere della prova spetta al pubblico ministero.
«Il pm – si legge nell’articolo di Repubblica– aveva chiesto più di tre anni portando in tribunale un faldone di certificati medici per documentare le aggressioni dell’uomo nei confronti della compagna costretta a subire “continue aggressioni fisiche e  umiliazioni morali” che le avrebbero causato “uno stato di prostrazione fisico e morale”. Proprio su questo punto la giudice contesta le motivazioni dell’accusa e accoglie le tesi della difesa.»
Se lo leggiamo sapendo di cosa stiamo parlando, questa è la cronaca di un normale processo penale in cui il pubblico ministero sostiene un’accusa, l’imputato si difende, il giudice decide liberamente.
Leggendo gli stralci della sentenza riportati sembrerebbe essere successo questo: la tesi della pubblica accusa è stata sconfessata nel corso del processo, non tutti gli episodi sono stati ritenuti commessi dall’uomo, e per i pochi per i quali la prova ci sarebbe, non è possibile ritenere configurata l’abitualità necessaria a condannare per i maltrattamenti – che, va ripetuto, sono intesi in senso tecnico, come figura autonoma di reato.
Quali siano state le ragioni per le quali l’imputato è stato assolto dagli episodi di lesioni che gli venivano contestate le cronache non lo spiegano, ma dai brani citati della motivazione sembra che sia stato assolto perché mancavano le prove che quelle lesioni fossero opera sua.
“Non c’è collegamento tra i referti medici portati dall’accusa e le liti o le presunte aggressioni” era la tesi difensiva, che il giudice sembra avere fatto propria.
Nessuna impunità per un uomo violento a causa di una falla nel sistema penale, ma un caso in cui un processo non ha confermato le tesi della pubblica accusa sulla qualificazione del reato e, probabilmente, sulle prove dei fatti contestati. Ma se si leggono i titoli e le valutazioni dei giornalisti si ha un’idea completamente diversa, quella di un’assoluzione incredibile.
Perché è un processo raccontato male, che provoca “sconcerto e preoccupazione” proprio per come viene raccontato. 

Una cronaca accurata, competente, equilibrata avrebbe tolto ogni dubbio sul fatto che la giustizia penale, in questo caso, non ha minimizzato la violenza contro le donne, la pretesa di giustizia, le istanze di tutela delle presunte vittime. Nessuno si è sognato di affermare che non sia reato picchiare una donna “una volta ogni tanto”, e il giudice ha applicato correttamente la legge, affermando un principio consolidato sul reato di maltrattamenti. Tutto questo, però, non viene raccontato, e così restano una sentenza, sintetizzata in un titolo approssimativo e in poche righe, che racconta l’impunità assicurata dal sistema penale a un uomo violento. 

 

L’oltraggio

Il reato di oltraggio a pubblico ufficiale è punito dall’articolo 341 bis del codice penale: chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone, offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio, e a causa o nell’esercizio delle sue funzioni, è punito con la reclusione fino a tre anni. Insomma, se insulto un vigile che mi ha appena multato (ingiustamente, come sempre), dovrò rispondere di oltraggio. L’articolo 341 bis, però, prevede che se l’imputato, “prima del giudizio, ha riparato interamente il danno, mediante risarcimento, sia nei confronti della persona offesa, sia nei confronti dell’ente di appartenenza, il reato è estinto”. In questo caso non si celebrerà nessun processo, e la mia incensuratezza sarà salva.
In un’interpretazione completamente arbitraria della norma, la polizia municipale di Roma ha ritenuto – come si legge in questa circolare  – che l’unica forma di risarcimento accettabile per considerare riparato il danno fosse una confessione pubblica con pentimento e scuse alla Polizia Locale di Roma Capitale, da pubblicare on line, condividere, moltiplicare. Una prassi che il Tribunale di Roma deve avere ritenuto adeguata, spettando al giudice dichiarare l’estinzione del reato.
Al di là della legittimità di questa forma di risarcimento, che implica un obbligo di confessione del reato da parte dell’imputato, obbligo che nessuna norma del nostro ordinamento può imporre perché violerebbe la Costituzione, questa forma di contrizione pubblica alla orientale è perfettamente in sintonia con la società dell’esposizione della colpa che siamo diventati, in cui la ricomposizione è sottratta allo Stato e alle sue leggi, per essere sottoposta al giudizio dei nostri pari, considerati tali non più sulla base di diritti di cittadinanza, sociali e civili, ma solo per il fatto di avere un accesso a internet.

Felici i sicuri

Ieri su Repubblica c’era una bella intervista al Ministro della Giustizia sulle carceri: da una parte il tema era il rischio di radicalizzazione negli istituti di pena, dall’altra i decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario, che giacciono da settimane a Palazzo Chigi, e che puntano a rafforzare le misure alternative alla detenzione e superare l’idea di una detenzione passiva e disumanizzante, che fa di tutto per impedire il reinserimento dei detenuti e la loro rieducazione, scardinando la cultura del tutti dentro di cui siamo ormai impregnati. Una cosa che mi ha colpito, però, è stata un piccolo riquadro in fondo al pezzo, in cui si danno alcuni numeri sulle carceri italiane: 56.919 detenuti su 50.241 posti disponibili. 11.000 detenuti provenienti da paesi musulmani, di cui circa 8.000 praticanti. Di questi 8.000, 506 sono i detenuti sottoposti al monitoraggio per il rischio di radicalizzazione islamica, ma solo 240 sono considerati ad alto rischio. Nel rapporto squilibrato che oggi esiste tra sicurezza e diritti, il titolo erano i 240 detenuti monitorati per l’ipotetico rischio di radicalizzazione, e non il ritorno del sovraffollamento carcerario, non i 6.678 detenuti che, stando ai numeri, non si sa dove vengano messi.

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La lingua e la miniera

Il grisù è un gas incolore e inodore, caratteristico delle miniere di carbone e zolfo, dove si trova spesso in sacche isolate, e per questo è chiamato anche gas di miniera. Combinato con l’aria crea miscele tossiche, infiammabili ed esplosive, e per questo è stato responsabile dei più grandi disastri minerari della storia.
Prima che venissero inventati i moderni sistemi di rilevazione della presenza del gas, i minatori portavano con sé dei canarini in gabbia. Ogni sintomo di affaticamento del canarino, ogni stranezza nel suo comportamento poteva indicare la presenza di grisù, e così i minatori uscivano dalla miniera.
Tra le varie funzioni della parola c’è anche quella del canarino in gabbia: saper leggere il modo in cui le parole penetrano in una società e si adagiano sul fondo del linguaggio consente spesso di presagire la direzione in cui le società si muovono. Le parole anticipano le azioni. Ma non succede spesso, e non sta succedendo adesso, in un momento in cui le parole e le azioni muovono grandi cartelli luminosi con scritto “pericolo”, “neofascismo”, “xenofobia”, ma fingiamo di non vederli, li ridimensioniamo,  assegnandogli un significato diverso.
Giovinezza, disagio, esasperazione, indignazione, “rabbia social”, sono le parole con cui definiamo una realtà che rifiutiamo: il terreno fertilizzato su cui crescono le ideologie xenofobe e neofasciste che in alcune zone d’Europa si sono fatte movimento politico e di governo.
Una (ri)lettura utile, in questo momento in cui ci scontriamo con il potere mimetico delle parole, e con la normalizzazione di linguaggi e ideologie, e su come le parole penetrino la società anticipando le azioni, è Viktor Klemperer, LTI – La lingua del Terzo Reich, un diario filologico accurato delle crepe che il linguaggio del nazionalsocialismo ha aperto nella società tedesca, e di come la distorsione del significato delle parole, la loro manipolazione abbiano contaminato la società tedesca, “come un fluido colato dall’alto che percola nel terreno sabbioso, aprendosi i primi rivoli inizialmente, bagnando solo alcune sacche superficiali, poi lentamente scendendo e improvvisamente iniziando a correre negli strati profondi come una reazione a catena, inondando e contaminando l’intero terreno.”
Leggendo i giornali, guardando certe trasmissioni televisive, in generale vedendo le reazioni alle manifestazioni concrete di questa ondata intollerante, e la capacità di mimetizzarsi di certe ideologie, l’impressione è che il canarino sia già bello che andato.

 

 

 

 

 

Non ci resta che carcere

Sulla Lettura di oggi trovate due pagine di visual data sulla situazione di sovraffollamento nelle carceri italiane, che sta rapidamente tornando ai livelli che si registravano al momento delle condanne subite dall’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: capienza, numero di detenuti, presenza di donne e stranieri in tutti gli istituti penitenziari italiani. La capienza delle carceri italiane è di 50.511 unità, mentre oggi siamo  già tornati a 58.115 detenuti, con l’affollamento in salita dal 2015, dopo un breve periodo in cui era stato contenuto, mostrando ancora una volta – se fosse necessario – che l’Italia non ha un problema strutturale di criminalità, tale da giustificare una condizione di sovraffollamento cronico delle strutture di detenzione, ma una cronica incapacità – sociale, culturale, di politica penale – di considerare pena tutto ciò che non è carcere, detenzione, reclusione.

La Lettura

La Lettura2

Nota a margine del “90% di denunce false”

Nel nostro sistema processuale perché una denuncia possa essere considerata “falsa” è necessario che il contenuto di quella denuncia venga valutato da un magistrato.
Nel caso in cui la denuncia risulti evidentemente falsa – falsità che però presuppone una valutazione del contenuto della denuncia, dell’attendibilità della presunta vittima, quindi un minimo di attività di indagine – il Pubblico Ministero potrà chiedere l’archiviazione del procedimento che dovrà essere disposta da un Giudice.
In caso contrario, la falsità di una denuncia può essere accertata solo attraverso l’intervento di un altro Giudice – con la celebrazione di un’udienza preliminare o, addirittura, di un processo vero e proprio in cui questa “falsità” possa emergere.
Insomma, l’affermazione da parte di una misteriosa fonte del dato secondo cui  “a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso” finito su alcuni giornali – e spiegato molto bene qui – oltre ad apparire lunare a chi frequenta con una certa assiduità Tribunali e Procure della Repubblica – ma Firenze potrebbe essere un mondo a parte – appare un dato molto complesso da ricavare, perché sarebbe necessario seguire l’iter processuale di ogni singola denuncia per violenza sessuale presentata ogni anno a Firenze, e vedere quale ne è stato l’esito. Per stabilire con certezza la falsità o meno del contenuto di una denuncia per un reato così grave serve comunque un certo lasso di tempo: immaginando che non tutte le denunce palesemente “false” seguano la stessa strada, si dovrebbe distinguere tra quelle che sono state quasi immediatamente archiviate e quelle per cui, invece, si è dovuta celebrare un’udienza preliminare o si è andati a processo (nel pezzo si parla di “assoluzioni”).
Non va poi dimenticato che, se la denuncia risulta evidentemente falsa, chi ha denunciato può rispondere di calunnia (quanti procedimenti per calunnia in seguito a false denunce di violenza sessuale sono attualmente aperti alla Procura di Firenze?). La Questura di Firenze ha già precisato che “nel 2016 in provincia di Firenze ci sono state 51 denunce per violenza sessuale. Non possiamo al momento fare una casistica delle vittime, italiane, straniere, americane. Per noi sono tutte violenze in ugual modo”, come si può leggere in questo pezzo.
Insomma, la statistica appare sorprendente, e potrà essere confermata dalla Procura della Repubblica di Firenze e dal Tribunale, ma un giornalista minimamente dotato di senso critico, che si senta riferire da una fonte informativa ritenuta attendibile che “(…) su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso (…)”, e che conosca il funzionamento del processo penale italiano, di fronte a un’affermazione simile dovrebbe quantomeno chiedere alla propria fonte “In che senso?”.