ho lasciato le ante aperte, così questa mattina la luce pallida di novembre mi ha svegliato prima di tutti. sono andato in cucina, ho aperto il frigorifero e ci ho infilato dentro le mani, pescando a caso tra i ripiani. ho preso del burro e della pancetta affumicata e li ho gettati in una pentola. ho acceso il gas, e mentre il grasso si scioglieva e sfrigolava ho preparato il caffè e strapazzato un paio di uova. ho mangiato lentamente, leggendo un libro sulla politica estera spagnola nel ventesimo secolo. mi sono vestito, sono uscito di casa e ho sbattuto contro un freddo incivile. così sono fuggito dall’ombra gelida e autoritaria dei palazzi, per camminare lungo una piccola striscia di sole che costeggiava la strada. sono arrivato in un piccolo parco del centro, deserto. un paio di vialetti in cemento. un giardino di terra dura e spelacchiata come la gobba di un elefante. ho scelto una panchina, l’unica che- secondo i miei calcoli – dovrebbe restare al sole per tutta la mattina, mi ci sono seduto e mi sono detto «oggi questa panchina è mia, e nessuno ci si potrà sedere, fosse solo per il fatto che non mi sposterò prima di questo pomeriggio».
#occupypanchina
dopo dieci minuti morivo di freddo, così sono tornato a casa.
lei ha del talento, se lo lasci dire
hai fatto bene a tornartene al caldo,
con tutta la roba indigesta che avevi ingerito a colazione, tra pancetta e uova e sfrigolii di libri impossibili, rischiavi una congestione.