Archivi del mese: marzo 2011

ristrutturazioni

“La deportazione è il trasferimento coattivo di un individuo o un gruppo di individui poi obbligati a risiedere in un luogo diverso dal proprio dove vi vengono condotti con la forza.”

nessun individuo dotato di un corredo minimo di cervello sarebbe disposto a dichiararsi pubblicamente a favore di una deportazione. perché è male. la mente umana, si sa, è fastidiosa, e le sinapsi maligne che popolano i cervelli della gente associano inspiegabilmente “deportazioni” a un pessimo ricordo di guerre, olocausti, nazisti con i baffetti.

nessuno, quindi, sarebbe disposto a correre il rischio di passare per un simpatizzante di metodi di risoluzione delle controversie così spiacevoli.

a meno che l’immagine di trasferire diecimila persone in un colpo solo sia associata a ripavimentazioni stradali, campi da golf, ville immerse tra gli ulivi, fioriere lungo le strade. in quel caso la si può chiamare ristrutturazione.

sfumature

il volto di jacques louis david portava i segni di una profonda ferita di arma bianca, probabilmente riportata in seguito a un duello o a un incidente occorsogli  mentra tirava di spada.

la ferita lasciò cicatrici profonde sul suo volto, provocandogli notevoli difficoltà nel mangiare e, soprattutto, nel parlare. cosa che per un pittore al centro della vita sociale parigina del diciottesimo secolo era la più grave delle offese.

gli storici ritengono che la profonda ferita gli avesse probabilmente reciso un nervo, causandogli difficoltà di movimento di tutta la parte sinistra del volto. sempre in conseguenza di questo incidente, pare gli fosse cresciuto in faccia una specie di tumore benigno, forse un granuloma, o un neuroma post traumatico. per questa ragione sembra venisse a volte amabilmente soprannominato “david il tumore”.

ricapitolando: jacques louis david era quasi sfigurato, probabilmente masticava rumorosamente a bocca aperta, faticava a mettere in fila frasi di senso compiuto, si sbrodolava quando beveva, portava in giro escrescenze attaccate alla guancia, che lo esponevano allo scherno dei suoi contemporanei. certamente una vita difficile.

difficoltà che il pittore avrebbe prontamente riconsiderato, se solo gli avessero rivelato che sarebbe stato ricordato come un famoso parrucchiere da taglio + piega a sedici euro.

 

 

gatte

[Maggie the cat is alive. I'm alive.]

diffide

visto l’utilizzo improprio, spiacevole, soprattutto su social network tipo facebook, in cui mi associate spesso a gatti, scrittori dai cognomi che rimandano a irrilevanti secrezioni nasali, ed essendo diventato rappresentativo di personalità eccessivamente banali, ed emotivamente insulse, ritiro tutto quello che ho scritto.

pacifici

il problema con gheddafi è quasi psicanalitico, una specie di proiezione.

gheddafi è sufficientemente vicino, pirla, pagliaccio e figlio di puttana, da portarci a una naturale associazione di idee: guardiamo lui, e pensiamo a Lui, bombardiamo lui, e pensiamo alla tenda beduina, alle amazzoni, alle conversioni, e a Lui che gli ha baciato la mano e che ha lasciato che si accampasse a villa pamphili.  ecco spiegato perché, questa volta, i distinguo, le discussioni sulla partecipazione attiva-passiva, le regole d’ingaggio, la difesa preventiva, l’intervento umanitario, e tutto l’armamentario erotico di ogni discussione bellica, tarderanno a manifestarsi tra gli strateghi militari nascosti nei bar e nelle piazze. partiranno con un certo ritardo. giusto il tempo di accorgersi che non stiamo bombardando arcore.

 

finzioni

hot pants

questa cosa della catastrofe nucleare piace molto ai giornali italiani, e non possiamo certo rimproverarli. a chi non piacerebbe poter aprire ogni giorno con titoli a nove colonne come: “rischio atomico!”, “nuvole radioattive!”, “piogge acide!”?

è subito millenovecentottantasette, un salto nostalgico negli spettacolari anni ottanta, gli anni della guerra fredda, dei missili a lunga gittata, del rischio nucleare, del medio oriente che esplodeva, del terrorismo internazionale, roba che ogni giorno avevi l’imbarazzo della scelta, non come oggi invece, nei noiosi duemila, con tutte queste prime pagine sulla politica interna e sulle peripezie erotomani di un povero vecchio.

tutto questo ha poi conseguenze inevitabili, come il fatto che siamo tutti qui ad aspettare di poter esercitare il nostro diritto al panico, assaltando supermercati, chiudendoci in casa a recuperare arretrati di serie tv, comprando scarpe con venti centimetri di suola pur di non entrare in contatto con la terra contaminata, mentre in giappone hanno bisogno dello stesso coinvolgimento che siamo in grado di assicurare per un terremoto nel terzo mondo. i giapponesi sono composti, i giapponesi erano preparati, ma questo non toglie che ora si ritrovino con un paese devastato (solo tokyo si può dire che abbia limitato i danni), e tutta questa corsa a sottolinearne il coraggio e la civilità, sembra nascondere un desiderio di non occuparsi dei problemi che avranno. sono un paese del primo mondo, ipersviluppato, se la caveranno da soli. come se avessimo paura di ammettere che tutta quella preparazione non è bastata a salvarli dalla tragedia.

il pericolo nucleare ha superato le conseguenze dello tsunami, va detto però che l’unico rischio concreto per noi, in questo momento, non è la contaminazione radioattiva, ma quello di trovarci improvvisamente costretti a indossare un paio di pantaloncini da ciclista e una bella fascia fosforescente sulla testa, in questa rievocazione storica del pericolo nucleare e di tutta quell’estetica catastrofica anni ottanta.

 

 

composti

a tutti quelli che ripetono di essere rimasti colpiti dalla compostezza dei giapponesi durante il terremoto vorrei dire due cose.

la prima è che, probabilmente, sono rimasti colpiti dalla estrema compostezza di un centinaio di giapponesi su circa centoventisette milioni.

la seconda è che i negri hanno il ritmo nel sangue.

coguari

l’eastern cougar, o leone di montagna, è stato dichiarato ufficialmente estinto dallo u.s. fish and wildlife service. negli ultimi trent’anni non se n’è avvistato uno e, a meno che non si sappia nascondere molto bene, questo significa che non ce ne sono altri.

il leone di montagna è estinto perché è sempre stato considerato dall’uomo come un animale pericoloso e “cattivo”, di quella cattiveria che porta ad attaccare uomini e bestiame non per un primitivo e animalesco istinto di difesa, o per fame, ma perché nel cuore della bestia alligna il demonio, perché il coguaro ama il sapore del sangue e rappresenta, probabilmente, l’incarnazione di qualche spirito malvagio. come i lupi, come gli squali, l’orca assassina, gli orsi, animali che si limitano a svolgere il compito che la natura gli ha assegnato (predatori), e che l’uomo invece giudica come creature nefaste, prigioniere di una ferocia inusitata.

uccidere un animale per il solo fatto che lo crediamo cattivo è, se ci pensiamo, una delle cose più stupide che si possano fare, perché non possiamo sapere se, a sua volta, il coguaro abbia aggredito e ucciso esseri umani credendoli pericolosi per la sua sopravvivenza, crudeli e sanguinari.

ma questa fissazione di attribuire a una categoria animale o umana una ferocia innata è sempre stata una notevole fregatura, perché ha impedito di riconoscere il  male quando questo stava lentamente prendendo forma.  la banalità del male, eccetera. un disegno fatto di mille pezzi che, presi singolarmente e isolati dal contesto, possono essere tenuti sotto controllo, ma una volta messi insieme, nel nome di qualcosa di più grande, si trasformano nel male perfetto.

vedendo conspiracy, un film per la tv americana del 2001, con kenneth branagh e stanley tucci, e che racconta la cronaca della famosa conferenza di wannsee, in cui una quindicina di gerarchi nazisti diede il via libera alla soluzione finale per lo sterminio degli ebrei, mi sono chiesto come si sarebbero potuti fermare i burocrati nazisti. in fin dei conti quella riunione è stato il momento in cui la furia e l’odio xenofobo verso gli ebrei hanno trovato un’applicazione pratica, ma è altrettanto evidente che anche se avessimo fatto saltare in aria quella villa, la soluzione finale sarebbe stata comunque adottata. altri burocrati, in un altra villa sul lago, avrebbero snocciolato numeri e statistiche, rivendicato le proprie prerogative, preteso la soluzione dei proprio problemi e difeso il proprio operato. l’obiettivo era già chiaro, si trattava di adottare le misure necessarie per realizzarlo.

il male assoluto che nasce sotto forma della soluzione più praticabile, meno costosa e impegnativa secondo la burocrazia. niente bava alla bocca, niente occhi iniettati di sangue, niente menomazioni fisiche orrende.

funzionari di un partito politico che cercano la via più pratica per ottenere il risultato finale.

lasciamo sospese le domande sulle quali centinaia di storici si sono esercitati – e che oggi non hanno più alcun senso – su quando e come il resto del mondo avrebbe dovuto decidere di intervenire. la verità è che ci sentiamo in colpa per non essere stati capaci di riconoscere un male così assoluto nella sua fase embrionale, perché avrebbe significato intervenire nel momento stesso in cui certe idee si sono manifestate. distruggere la pietra grezza prima che potesse trasformarsi in una scultura dalle forme definite.

attribuire ferocia incondizionata e pericolosità rende più facile anche il lavoro sporco, mentre resta difficile individuare il momento in cui certe idee, certi pensieri, superano la soglia di pericolosità tollerabile. disegnare i nazisti come feroci macchiette è servito, forse, a scioglierci dal senso di colpa che ci perseguita per non avere fatto nulla per evitarlo, ma non serve certamente a evitare che, in forme diverse, la cosa si possa ripetere.

spariamo al coguaro perché è cattivo, ma non riusciamo a riconoscere il pericolo vero, quello che quando si manifesta ti lascia lì, irretito, a domandarti come sia stato possibile.