Archivi del mese: novembre 2010

monicelli

mario, cristo. adesso ci tocca farla davvero la rivoluzione

martiri (laureati)

le mezze stagioni ormai non esistono più. gli zingari rubano i bambini. il nuoto è uno sport completo. la regimazione dei fiumi aumenta la sicurezza della popolazione. i sardi sono bassi. il partito democratico non ha un programma e non propone niente di nuovo. dov’era bersani quando [azione qualsiasi contro lavoratori/studenti/precari/minoranze etniche]?

il luogo comune è un’opinione o un concetto la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l’ovvietà o l’immediata riconoscibilità. si usano i luoghi comuni come tecnica empatica: affermando un’opinione condivisa non si comunica nulla, ma si ottiene la “simpatia”dell’interlocutore. scriveva flaubert, sull’uso dei luoghi comuni in società: « ci si troverebbe quindi, in ordine alfabetico, su tutti i possibili argomenti, tutto ciò che è bene dire in società per essere un uomo educato e apprezzabile.  » (wikipedia, vedi alla voce: “luogo comune)

forse il riscaldamento globale non scioglierà le calotte polari, forse nel 2012 non ci sarà la fine del mondo, ma sicuramente ci sarà ancora qualcuno che sosterrà in un pubblico dibattito che il pd non ha un programma, che il pd non propone niente, che bersani per favore no.

un riflesso incondizionato che colpisce chiunque abbia davanti un esponente del pd: piacere bonetti, perché il pd non fa un cazzo?

per cosa? come? dove? nessuno se lo domanda. si prende e si porta a casa.

spedisci in televisione gente che non tiene il ritmo, che non regge il confronto, come mandare l’acr in afghanistan. loro portano i dolci fatti dalla nonna, chiedono per favore, e quelli gli tagliano la gola sputandoci dentro. latorre, pover’uomo, è una persona perbene, si vede. ma ogni volta che mette piede in uno studio televisivo lo mangiano vivo. la cosa diventa estremamente imbarazzante quando a dirlo (che il pd non fa niente) non sono solo i giornalisti – che ormai lo usano come i discorsi sul clima per spezzare un silenzio imbarazzato -ma anche esponenti dello stesso partito, i membri di quel movimento interno chiamato “ggiovani”: i ggiovani che vorrebbero un partito di ggiovani e che sostengono di non poterne più di lotte intestine di potere, adesso è il momento dei ggiovani con le loro proposte. quali? sostanzialmente essere gggiovani

mai che nessuno risponda alla domanda: cosa dovrebbe fare il pd? cosa dovrebbe fare il segretario del principale partito di opposizione per risultare un efficace capo del partito di opposizione, più di quello che sta facendo?

silenzio. esterno giorno. rose di gerico. morricone.

cosa deve fare il capo del partito di opposizione se, ogni giorno che dio manda in terra, qualcuno all’interno del suo stesso partito si propone come la salvezza del partito e del paese, mentre bersani no? si candida alle primarie perché adesso è il momento di ridiscutere la leadership che deve essere eletta con una grande investitura popolare, mentre bersani no? si lamenta del fatto che la leadership è vecchia, che loro sono giovani, hanno un sacco di cose fighissime da dire e da fare, mentre bersani no?

dire che il pd non ha un programma è più facile. non costa niente, non costa la fatica di muovere flaccidi deretani e aprire, che ne so, il sito del partito democratico e scoprire che, sorpresa, i programmi ci sono, le alternative ci sono.

ma bersani è vecchio, è triste, non dice niente di nuovo. se vince bersani pioverà. sempre.

ma bersani va sui tetti con gli studenti, va con gli operai, scende in piazza con i terremotati, detta la linea, risponde colpo su colpo agli atti di governo, mette all’angolo il ministro della pubblica istruzione, propone alternative, e lo fa dall’alto della legittimazione più ampia che il leader di un partito possa avere, quella della base, e lo fa con un ex-segretario che rilascia interviste ogni due giorni su cosa si dovrebbe fare. la suocera più rompicoglioni non arriva a tanto. lo fa con un gruppo di giovani che rivendicano la loro giovinezza e il diritto a essere giovani, con il capello lungo. cos’altro deve fare il segretario del principale partito di opposizione?

ma l’avete visto bersani che sale sul tetto insieme ai precari, agli studenti, ai ricercatori? c’è andato per primo, gli sono andati dietro tutti. su quel cavolo di tetto lui c’è andato, non so cosa voglia dire, ma c’è andato.

certo, c’è una cosa su cui devo dare ragione a tutti quelli che si lamentano, che protestano, che chiedono il cambiamento, che vogliono rottamare la dirigenza di questo partito; perché effettivamente c’è una cosa che il partito democratico non fa, non riesce a fare e si ostina a non voler fare, e di cui qualcuno deve rispondere.

avere la maggioranza parlamentare e governare. perché quella, se qualcuno non se ne fosse ancora accorto, ce l’hanno gli altri.

celebrazioni

mi piacerebbe che il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’italia potesse diventare l’occasione per far capire ai leghisti che, per quanto mi riguarda, buzzurri erano e buzzurri li faremo ritornare.

servono fabbri?

uso poco facebook. ho evidenti problemi. forse lo uso poco perché lo uso male, o forse lo uso male perché i miei “amici” lo usano peggio. ho rilevato i primi sintomi dei miei problemi con facebook quando, l’altro giorno, vista la bacheca piena di cartoni animati, mi sono sentito mancare. “è ora di fare un po’ di selezione”, ho pensato. uso poco facebook perché, nel novanta percento dei casi, lo apro e me lo trovo pieno di vaccate, facendo crescere in me la rassegnazione: il più grande risultato della più grande idea del secolo resta quello di avere rivoluzionato il nostro modo di concepire un campo di cipolle e di avere nobilitato la professione del fabbro. l’umanità adesso è molto più pucciosa.  veramente pensavo di avere risolto buona parte dei miei problemi eliminando farmville, eliminando i giochi e le minchiatelle che mi venivano notificati ogni trenta secondi. ma evidentemente mi sbagliavo. il problema non è farmville, il problema sono le persone.

così mi sono reso conto che la metà dei miei “amici” l’avevo già bloccata, e che avrei volentieri bloccato almeno la metà dell’altrà metà. mi sono chiesto se fosse sintomatico di frequentazioni sociali e intellettuali di scarsa levatura o di una sconsiderata presunzione. ma la mia scelta dei contatti di facebook, fino a quarantotto ore fa, era indipendente dalla frequenza con cui avevo rapporti e relazioni con una persona, e comunque la compromissione con i campi coltivati è trasversale, e colpisce anche individui insospettabili. dev’essere lo stesso meccanismo psicologico di caduta dei freni inibitori di quando uno va in vacanza a mykonos. ho quindi concluso che il mio problema è l’uso che tutte queste persone fanno di facebook: un grande, immenso social network, grazie a cui è possibile dominare il mondo inondandolo di variopinte e incommensurabili vaccate. cipolle, contadini, fabbri, gattini, cuccioli e tanta, tanta sincerità. cose che nella vita reale uno non si sognerebbe mai di condividere con gli altri, per non correre il rischio di essere considerato un irrecuperabile idiota.

così ho fatto una prima selezione, e ho individuato una serie di parametri che conducono automaticamente e immediatamente al blocco: chiunque abbia un aforisma di oscar wilde; chiunque abbia un aforisma che contiene la parola “sincerità”; chiunque abbia foto di gatti o cuccioli; la trimurti dell’amorevole ingenuo: max pezzali, biagio antonacci e fabio volo; farmville; zelig; chiunque nell’ultimo mese mi abbia invitato a guardare un certo filmato su youtube, usando la parola “incredibile” seguita da un punto esclamativo; chiunque mi abbia invitato ad aderire a gruppi che avessero nomi assimilabili, per chiarezza e profonde motivazioni, ai cartelli che si appendevano fuori dal liceo il sabato mattina per annunciare uno sciopero di solidarietà in favore delle formiche del kurdistan.

mi sono detto che era giusto scegliere, fare una selezione, e i parametri tutto sommato mi sembravano il minimo sindacale della presentabilità sociale.

sono rimasto solo.

nuove strategie oppositive

“presidente, è arrivata la lettera di una scrittrice tedesca, ci sono anche alcune fotografie”

“e cosa vuole da me? non sono il ministro della cultura, la passi a bondi”

“no presidente, la lettera è proprio indirizzata a lei”

“a me? cosa vuole? un contratto in mondadori? fammi vedere gianni…”

“no presidente, non vuole essere pubblicata, in germania è già molto famosa, ha scritto un libro dal titolo ‘zone umide’, non so se mi spiego. si offre per una notte di sesso con lei in cambio della rinuncia al nostro programma nucelare”

“nucleare cosa?”

il senso di walter per i buchi

il piccolo walter aveva qualche problema di vista, anzi, a dirla tutta era cieco come una talpa. i suoi genitori lo avevano portato da un oculista, il migliore della città e gli avevano commissionato un paio di lenti complicatissime, che potessero risolvere i suoi evidenti deficit visivi. tutti i precedenti tentativi si erano infatti rivelati un fallimento. walter sbatteva contro i muri, inciampava nei tappeti, prendeva nelle ginocchia tutti gli spigoli che aveva in casa.

la cosa a volte diventava preoccupante, perché spesso walter era pericoloso anche per gli altri. faceva cadere piatti, vasi, sbatteva contro le persone.

ma walter era un vanitoso, e questa cosa degli occhiali proprio non la sopportava. l’idea di mostrarsi agli amici con due fondi di bottiglia davanti agli occhi era inconcepibile, avrebbero pensato che uno con degli occhiali così non poteva essere una guida, e questo lo avrebbe fatto soffrire, perché non c’era cosa che il piccolo walter desiderasse maggiormente del diventare un piccolo leader. così, per prendere due piccioni con una fava, aveva cominciato a uscire la mattina per andare a scuola, indossando sempre i costosi occhiali che mamma e papà gli avevano regalato, rendendoli così felici e fiduciosi che il piccolo avrebbe ritrovato la strada di casa. ma walter, non appena girato l’angolo, li toglieva, e si presentava agli amici senza occhiali. la cosa era un problema, perché a quel punto tutto diventava complicato. walter, infatti, aveva un senso speciale per i buchi, e ogni volta che si toglieva gli occhiali ci finiva dentro. ogni volta lui cadeva, tutti si spaventavano, lo tiravano fuori, si assicuravano che non si fosse fatto male, e lo imploravano di mettersi quei benedetti occhiali, perché aveva rischiato davvero grosso. walter non aveva preferenze, qualsiasi buco era buono per finirci dentro. tombini, lavori stradali, fossi. bastava che ci fosse la lontana possibilità di cadere malamente che walter si precipitava, inspiegabilmente attratto da quell’assenza di materia.

ogni volta che capitava, walter si diceva pentito, e consapevole del rischio a cui sottoponeva amici e compagni ogni volta che metteva il naso fuori di casa; così prometteva che il giorno seguente, a malincuore, sarebbe arrivato con un paio di occhiali poggiati sul naso.

walter però faceva promesse da marinaio, e ogni santa volta accampava qualche scusa: “non avevo capito”, “non li ho trovati”, “me li sono dimenticati”. gli amici, dapprima sorpresi, e poi rassegnati, non sapevano più che pesci pigliare, anche perché la cosa iniziava a diventavare pericolosa; capitava sempre più spesso che walter, cadendo dentro al buco, si tirasse dietro uno dei suoi compagni. due passi. bam. dentro al buco. una faticaccia per tirarne fuori due. siccome spesso ci finiva dentro con goffredo, che non era proprio un fuscello, gli amici erano disperati.

qualcuno ogni tanto trovava il coraggio e lo sgridava:

“walter, rassegnati! non ci vedi! sei cieco come una talpa!”

ma walter si sentiva incompreso.

una, due, tre, quattro volte, alla quinta il malumore serpeggiava tra i compagni, che iniziavano a condividere la stessa preoccupazione: ”forse non è normale, ha dei problemi seri, e noi sbagliamo a sgridarlo, gli stiamo creando un blocco psicologico da cui potrebbe non riprendersi mai”, si dicevano. ”io ve l’ho sempre detto che è un idiota”, sosteneva massimo, sentendosi rispondere: “sei sempre il solito. lo dici perché sei cinico e cattivo!”.

la verità era che gli amici malsopportavano massimo perché era ricco e aveva le timberland.

non c’era verso, walter continuava a insistere e si presentava, ogni santa mattina che dio mandava in terra, senza i suoi occhiali; e ogni volta finiva dentro a un buco, tanto che qualcuno iniziava a chiedersi se non fosse uno a cui piaceva proprio infilarsi dentro ai buchi e farsi tirare fuori.

il tempo passò, walter diventò adulto, e iniziò a portare occhiali con lenti posticce per tranquillizzare i suoi genitori, restando comunque cieco come una talpa. l’età adulta non lo cambiò, e crebbe con lui questa vocazione inspiegabile nel finire dentro ai buchi, farsi del male, costringendo amici e compagni a tirarlo fuori.

fino a quando la sua passione passò dai buchi alla vocazione maggioritaria, e nonostante i consigli e i rimproveri degli amici, continuò a cascarci dentro come un pirla.

manifesto elettorale

l’aria fredda dell’autunno, le foglie lasciate a macerare sui marciapiedi, il vento affilato che scende dal nord. il governo sembra affondare come un vecchio nel cappotto, un senso di smarrimento ci pervade, come se vedessimo il ponte sospeso davanti a noi sul punto di crollare, e sapessimo che è questo, e solo questo, il momento di mettersi a correre. ma aspettiamo qualcuno che ci dia l’ordine: “andate correte!”. ma nessuno lo fa.

serve una partenza lanciata, serve lo scatto fulmineo per arrivare ad azzannare la caviglia dell’animale ferito, seminando il terrore e disperdendo il branco.

serve una parola, una frase che raccolga le forze di buona volontà di questo paese intorno a un leader, un uomo possente e bonario che ti dia l’impressione di poter spazzare l’avversario con il solo movimento di una mano.

il campo di battaglia è la misura con cui confrontarsi, la guerra è qui, adesso, non a centinaia di chilometri di distanza; conoscere quel campo in tutti i suoi anfratti, in tutti i suoi avvallamenti, sapersi adattare al campo di battaglia è un passo decisivo verso una guerra vinta.

e allora basta con tutta questa presunzione, basta con tutta questa incertezza, bisogna vincere questa paura di affondare le unghie nelle carni, tuffarsi in questo mare di fango e lanciarsi nella battaglia. come? quale può essere la parola, la frase su cui costruire un’alternativa politica? come superare la critica, consunta ma sempre efficace, di chi accusa che non ci sono programmi, ma solo tentativi di abbattere un uomo scuotendo la poltrona sulla quale riposa?

la risposta adesso c’è, ed è nelle parole del direttore del giornale, alessandro sallusti, in un’intervista a luca telese:

“Bersani secondo il gossip è uno scopatore leggendario.”

i manifesti, le magliette, gli aerei con attaccato lo striscione. è la volta che si vince.

sacrifici umani

oggi mi annoio. quindi compilerò un elenco degli scrittori italiani che avrebbero potuto tranquillamente lasciarci prematuramente, in cambio di altri trent’anni di italo calvino.

a naso direi camilleri, de carlo, veronesi, tamaro, maraini, baricco, scurati, bevilacqua, de crescenzo, mazzantini, forattini e vespa (che non sono propriamente scrittori ma la cui prematura scomparsa sarebbe stata cosa gradita), alberoni (entrambi).

caricate!

non vedo la gru dalle mie finestre, è coperta dalla chiesa. devo scendere per strada, camminare per una cinquantina di metri e me la trovo lì.

a quel punto mi devo fermare, perché davanti a me ci sono una trentina di carabinieri in tenuta antisommossa, e un paio di camionette, che impediscono l’accesso. la strada porta all’università, ai negozi. ma qualcuno, qualche genio, ha avuto l’idea demenziale di chiudere un intero quartiere per evitare che la gente potesse avvicinarsi alla gru, e portare sostegno ai sei (adesso cinque) ragazzi che ci si sono arrampicati.

il carmine è un quartiere del centro storico, con un’alta percentuale di stranieri. inutile dire che è il quartiere più bello e vivo di brescia. non che ci voglia molto a stonare in un concerto di tonalità di grigio, asfalto e nebbia.

uscire di casa, trovarsi a passare uno, due, tre, dieci poliziotti mentre accompagni i bambini a scuola, ti fa incazzare. perché ti rendi conto che sembrano messi lì solo ed esclusivamente per romperti le palle, per esasperarti e farti maledire quei sei poveri cristi sulla gru. usare la forza come succedaneo di un’intelligenza che non c’è, perché non si riesce a capire che non è solo una questione di ordine pubblico; mostrare i muscoli per nascondere la propria incapacità ad affrontare una questione così complessa, perché non si va oltre la rozza equazione “clandestino=criminale”, “straniero=pericolo”.

affrontare sei disperati sulla gru come se fosse la battaglia di stalingrado -”generale! interrompiamo approvvigionamenti e comunicazioni!”, senza rendersi conto che si sta giocando con qualcosa che prima o poi ti esploderà tra le mani.

la giunta comunale che dimostra tutta la propria incapacità a gestire la complessità, e sposa la linea della fermezza, scambiando autorevolezza con autoritarismo, fermezza con chiusura mentale.

poi arrivano i nostri, quelli che dovrebbero proteggerci, quelli che dovrebbero vegliare sui nostri sonni tranquilli, si trovano davanti dieci persone, e qualcuno, forse pensando al barone di munchausen, grida “caricate!”, e loro hanno caricato il vuoto. chissà cos’avranno  pensato quelli sulla gru. “caricano nel vuoto, sono pazzi?”. invece qualcuno c’era, una decina di facinorosi che attentavano alla sicurezza dello stato. manganelli. le immagini parlano chiaro.

adesso ci sono dei ragazzi sulla gru, sono soli ma non sono stati abbandonati, gli hanno fatto terra bruciata intorno ma hanno il sostegno di quelli che li vedono da terra.

a stalingrado i tedeschi li hanno annientati. qui dovrebbero annientare l’ottusità che la lega diffonde, e una legge disumana. questa piccola stalingrado purtroppo non finirà con l’annientamento dei geni che l’hanno creata, e che si devono assumere la responsabilità di quello che succede. nel dubbio, ogni mattina, quando passo davanti ai poliziotti e faccio un giro infinito per poter uscire dal mio quartiere, non mi incazzo. sorrido. guardo la gru, e spero che sia la mattina in cui potranno scendere, non da vincitori, ma da esseri umani con dei diritti. non mi incazzo, non voglio dargliela questa soddisfazione.

e se ci impiccassimo più in alto?

un egiziano, un indiano, un marocchino e due pakistani sono abbarbicati da due giorni sulla gru di un cantiere della metropolitana a brescia. sono a duecento metri da casa mia. il più giovane ha venticinque anni, il più vecchio trentadue. il marocchino e un pakistano sono in italia da quattro anni. l’egiziano da cinque. l’altro pakistano e l’indiano da sei. lavorano tutti. da sabato stanno sulla gru per chiedere una sanatoria per chi, come loro, non ha un regolare permesso di soggiorno nonostante abbia un lavoro (in nero).

il senso della protesta dovrebbe essere quello di sottoporre un problema a chi deve occuparsene, e chi deve occuparsene sono le persone cui è stato affidato il compito di governare. il problema sollevato da quelli della gru dovrebbe essere oggetto di una certa considerazione, in un senso (trattare, cercare una soluzione politica al problema) o nell’altro (mettere cariche esplosive alla base della gru, addormentarli con narcotici per elefanti, semplicemente dimenticarli, e costruire un’altra gru accanto a quella occupata); sarebbe normale che un politico se ne occupasse, magari un presidente del consiglio, un ministro, un sottosegretario.

se ce ne fosse in giro uno. il punto non è la linea politica del capo del governo, dei membri del suo governo, della maggioranza parlamentare; ma che ci sono almeno diciassette gradi di separazione tra quello che il presdelcons dichiara in giro per l’italia, e una qualunque linea politica su qualunque tema. prima di poter lasciare intendere di averne una (di linea) il presdelcons deve superare il momento ruby, il momento dimissioni, il momento telefonate in questura, il momento lodo alfano, il momento fini, il momento elezioni ancitipate, il momento mills, il momento dell’utri. nell’agenda politica di b. ci sono almeno otto argomenti più urgenti di una qualunque cosa che abbia a che fare con il governo. “ma io l’attività di governo la delego ai ministri!”, disse. peccato che i ministri passino le loro giornate a cercare di tappare i buchi, a dichiarare solidarietà al perseguitappo, e a guadagnare medagliette di bronzo esternando sul momento ruby, telefonate in questura, lodo alfano, elezioni anticipate, meglio amare le donne che essere gay.

qualcuno li faccia scendere. qualcuno avverta quei cinque ragazzi sulla gru di tenersi buono quel poco di salute che gli è rimasto per il prossimo governo (se mai ce ne sarà uno), perché a meno che non abbiano storie di cugine dalla gamba lunga e dalla carta d’identità incerta, niente in questo momento merita la sua attenzione. nemmeno il minimo dovuto per educazione.