Archivi del mese: agosto 2010

radici cristiane in quattro comode rate

le radici cristiane dell’europa non sono mai state un mio problema. ho assistito con molto interesse alle dotte e appassionate disquisizioni sull’opportunità o meno di inserire nella costituzione europea una riga, una parola, un motteggio, che indicasse esplicitamente il ruolo avuto dalla cristianità nella nascita del continente europeo; lo stesso interesse che ho dedicato al dibattito sulle competenze di federico moccia come compositore delle frasi d’amore dei baci perugina.

Continua a leggere

decalogo del buon disastro

1. non accadere in agosto;

2. non accadere in potenziali stati canaglia;

3. non accadere in paesi che non abbiano dato i natali almeno a un personaggio famoso, possibilmente un cantante, che possa lanciare una mobilitazione dello star system, magari scrivendo una canzone sulla cui bruttezza siamo disposti a sorvolare, consapevoli che si tratta di un semplice strumento per aiutare le popolazioni bisognose;

4. non accadere in posti in cui si praticano sport incomprensibili a un occidentale;

5. non accadere sotto forma di semplici inondazioni, la gente è convinta che tutto sommato sia sufficiente nuotare, e in fondo anche qui abbiamo avuto un’estate di merda;

6. non accadere in paesi i cui abitanti abbiano invaso le nostre città con le loro ridicole vestaglie, togliendo lavoro gli italiani, infastidendoli con il cricket e con quel continuo sfrigolare di cipolle e curry; anche se sarebbe l’applicazione letterale della regola ‘aiutiamoli a casa loro’;

7. molti bambini, molto rumore;

8. assicurarsi di accadere almeno a un anno di distanza dal precedente disastro, il buon cuore e l’empatia caritatevole dell’uomo occidentale tollerano solo un disastro naturale all’anno e quest’anno, cari i miei pakistani, era già toccato ad haiti (che tra l’altro rispondeva a tutti i canoni sopra elencati, quindi non è colpa nostra);

9. accadere in paesi, e nei confronti di popolazioni, per i quali gli occidentali provino un irrisolto senso di colpa, o con i quali abbiano intrecciato fruttuose relazioni commerciali;

10. e perdio, farsi fotografare con facce molto più tristi;

e dopo aver letto queste quattro cazzate:

MEDICI SENZA FRONTIERE

[versione balneare] le sultane

su certe spiagge della riviera ligure puoi incontrare alcune donne a cui bastano soltanto l’espressione del viso abbronzato, uno sguardo, e quattro parole pronunciate mentre rispondono al telefono, tra una crema solare e una sorsata d’acqua, per farti capire in un istante, con una precisione sconcertante, l’esatta quantità di ore al giorno in cui hanno rotto i coglioni ai rispettivi mariti/uomini per ogni singolo accessorio che indossano.
al contrario, puoi incontrare alcuni uomini a cui basta una stretta di mano, e la frase di circostanza con cui provano a conquistare immotivatamente la tua simpatia, per farti intuire tutta la loro pesantezza e provare un improvviso moto di solidarietà per le donne che li accompagnano, che meriterebbero tutti gli accessori di questa terra.

dieci inverni

dieci inverni è un bellissimo film italiano uscito nel 2009.

dieci inverni riesce a farti salire un’angoscia mostruosa, perché racconta di due persone prigioniere della propria insipienza, della propria debolezza, di parole che non hanno trovato la forza di dire al momento giusto, soffocate da una qualche forma di orgoglio o di testardaggine, dalla timidezza. dieci inverni è uno di quei film bastardi, e forse un po’ ruffiani, che ti sfidano sul piano dell’immedesimazione e così, anche senza volerlo, ti ritrovi a ripercorrere i momenti cruciali della tua vita, quelli in cui hai dovuto fare delle scelte, e quelli che cruciali probabilmente avrebbero potuto esserlo, se solo avessi messo da parte l’orgoglio e avessi chiesto scusa, se avessi avuto il coraggio di prendere una decisione, suonare un campanello, dire una parola o scrivere una lettera.

un film che ti racconta una vita come un battito sordo di un tamburo, che non esplode perché ci teniamo sopra un cuscino e, per mille ragioni, non riusciamo a toglierlo, una vita vissuta con un grido che ti resta strozzato in gola.

è vero, nel film i due protagonisti, dopo dieci interminabili inverni, finalmente si incontrano.

ma quello è un film. nella vita reale non ti vengono concessi dieci inverni, al massimo un paio, e così magari finisce che ti ritrovi a passare il resto dei tuoi giorni al freddo, riparandoti da un vento gelido, che ti soffia addosso senza dare tregua.

lettere d’amore

walter veltroni ha deciso di scrivere una lettera al proprio paese, per spiegare quello che farebbe:

“caro guatemala…”

pausa estiva

un disturbo nella forza

c’è qualcosa di meravigliosamente sublime nel fatto che in italia ci voglia l’antitrust per stabilire che un braccialetto, che promette di portare la frequenza del proprio campo magnetico al livello SRF (Schimann Resonating Frequency) di 7.8 hertz, equilibrandolo e  consentendo una risposta più rapida dei muscoli e una concentrazione superiore, forse,  il condizionale è d’obbligo – sono necessarie alcune verifiche - ma esiste la remota possibilità che sia una cagata.

se il nero vince

sedici anni dopo è naturale chiedersi “dove abbiamo sbagliato?”, “come è stato possibile non capire che questo avrebbe fatto tutto questo casino?”. sono passati sedici anni, adesso lui traballa per l’ennesima volta, e noi ci ritroviamo in un paese bloccato, in crisi industriale, economica e sociale, e ci accorgiamo improvvisamente che in questi sedici interminabili anni lui non ha combinato sostanzialmente niente. ha parlato, parlato, parlato e straparlato. ci ha storditi di chiacchiere.

non ha trasformato questo paese in un paese conservatore, lo ha solo rovinato come si potrebbe rovinare qualcosa usandola male, e non trasformandola in qualcosa che non ci piace. non siamo diventati gli usa dopo reagan, la gran bretagna dopo la thatcher, la romania dopo ceausescu. siamo la stessa italia di prima, più cattiva e molto più stupida e più povera.

sono passati sedici anni e sono stati il nostro vietnam, il paese è stato trasformato in una palude inestricabile in cui l’unica opzione possibile era quella di mantenere le posizioni, e l’unica sua posizione è stata salvare il proprio culo. sono sedici anni che questo sta rinchiuso in una casamatta di avvocati, manco fosse kurz, e finge di governare. sedici anni in cui si sarebbe potuto cambiare il volto al paese, se veramente fosse stato governato da una coalizione liberale. invece sono rimasti a grattare le pulci al premier, nonostante maggioranze bulgare. sedici anni di questioni televisive, giudiziarie, e di ordine pubblico. adesso siamo a un nuovo capolinea, siamo a una cosa da rosso o nero alla roulette: se perde ce lo siamo verosimilmente levato dalle balle, se vince, torna e rade al suolo tutto quello che è rimasto da radere.

capire come sia stato possibile non accorgersi subito dei problemi che ci avrebbe creato sarebbe interessante, e sarebbe utile capirlo in fretta. perché, così come gli scimpanzé imparano dalle madri a pescare le termiti sottoterra, sarebbe il caso che anche noi, razza evoluta, fossimo in grado di capire in tempo chi o cosa sarà il nostro prossimo, enorme problema. e magari smettere di coltivarlo.

trentanni

e sul palco del ricordo per le ottantacinque vittime della strage alla stazione di bologna oggi non ci sarà nessun rappresentante del governo a confessare.

grazie imma

per non essere diventata alfredino.