Archivi del mese: giugno 2010

quel sottile velo di tristezza che alcuni chiamano estate/II

caldo, carni che sudano sulla spiaggia, sabbia che gratta la schiena, prigioniero di un ombrellone che si è chiuso di scatto per il vento, i coloranti nei ghiaccioli, il cromo nell’acqua di mare e la birra calda. grida scarnificatrici di bambini abbandonati a se stessi, che ti sparano con un M16 pieno di un liquido verdastro che solo dopo, quando saranno lontani e al sicuro, scoprirai essere composto da una parte di acqua, una parte di piscio e una parte di bibita gassata da identificarsi, con l’aggiunta di una spruzzata di lime. quelli che parlano di politica e che, per una legge granitica dell’universo, avranno sempre libero o il giornale a inumidirsi sotto l’ascella, e ti chiederanno se anche tu ne hai le palle piene di qstie…et.fe..fe……

……..

[dormire. svegliarsi. colazione. caffé caldo. giornali. il vento. bambini assonnati che iniziano a muoversi nelle stanze. faccio un bagno che il mare è vuoto. andiamo a vedere il pesce. libri. musica. birre inesauribili]

“…..giudici comunisti. i giudici sono sempre stati comunisti, lo sa? io ero segretario di quartiere della diccì, una volta è venuto forlani e l’ha detto chiaro e tondo: c’è il rischio di una deriva comunista, state pronti!”

[ancora dormire]

“yaaaaaaaa! incantesimo di convergenza! yaaaaaaa! prendetelo”

[adesso, se ci riesco, faccio il bartezzaghi. portami un margarita]

“ci sono le bocce se vuole, o preferisce i racchettoni”

[la spiaggia che si scioglie, come lava, e inghiotte il bagnino che ha appena piazzato quattro lettini a un metro da te, sui quali si sdraieranno quattro sarcofaghi del millequattrocento avanti cristo con le sembianze della donna-caffettiera, e migliaia di pagine di star tv da commentare, e anche le donne-sarcofago vengono inghiottite, e resta solo star tv che brucia, lentamente, un altro margaritagrazie]

“sa che assomiglia a quel calciatore, come si chiama, lo zambrotta”

[signora, sono dieci giorni che ci vediamo, sono dieci giorni che mi dice che le sembro zambrotta. si leghi al collo quella corda che tiene fermo il remo del moscone, sì quella, ecco, brava. se la leghi al collo, e adesso stringa forte, così. sì. fa male, lo so. ma poi passa]

“e sono i suoi bambini? sembra così giovane”

[e un'invasione di cannibali e io sono il loro re, stringete più forte, addentate, smembrate]

“ah, l’estate. se potessi viverci sempre, nell’estate. peccato per la pelle che si stacca. mia figlia me lo dice sempre che sembro un serpente, ah, ma come fa bene il sole…”

[ah l'estate. muoio. un altro margarita. voglio. grazie]

quel sottile velo di tristezza che alcuni chiamano

estate.

???

fatemi capire.

secondo lui ci sono 150.000 telefoni sotto controllo. ipotizzando che ognuno di questi telefoni parli in media con cinquanta persone, possiamo dire che in italia ci sono 7.500.000 persone che usano il telefono che sono potenzialmente intercettate.

ohhhhh. cazzo. vedi? lo sapevo! scrivimi.

questa logica boscaiola, raffinata come un tronco smembrato con un’ascia, si chiama logica splendida, che è un po’ quella che segue l’idea che il numero di telefonini presenti in questo paese sia indicativo del fatto che siamo un popolo ricco e felice, e non del fatto che siamo un popolo in cui ci sono persone che pur di avere un telefonino si fanno venire lo scorbuto.

questo ragionamento non considera minimamente la possibilità che uno di questi 150.000 telefoni incroci, neppure per errore, una persona in comune con un altro numero intercettato, e neppure che una qualsiasi delle cinquanta persone che ogni telefono contatta sia anch’essa sotto intercettazione in quanto possibile delinquente.

come dire che in italia ci sono 150.000 possibili delinquenti onanisti che non si rivolgono la parola, ma hanno come hobby quello di parlare con almeno cinquanta persone normali, perbene, incensurate e assolutamente ignare del fatto che dall’altra parte del telefono ci sia un mafioso, uno stupratore, un trafficante di droga.

questo significa che, ipotizzando che per fare certe cose si debba essere almeno in due, ci sono almeno altri 150.000 telefoni che andrebbero intercettati, mentre in italia ci sono almeno 7.500.000 di persone che non sanno di essere potenziali favoreggiatori e concorrenti di probabili delinquenti.

rapina a mano armata

6. Un elicottero con il pieno di carburante.

7. Centomila euro in biglietti di piccolo taglio.

la coscienza di daniele

non era passato neppure un minuto da quando la sveglia era suonata che daniele era già in bagno, in piedi davanti allo specchio. la consueta osservazione della propria perfezione quella mattina sarebbe durata meno del tempo alla stessa usualmente assegnato, daniele aveva un brufolo sul naso. daniele non aveva tempo da perdere, avvicinò le dita all’escrescenza giallastra, gliele strinse attorno e pensò che fosse finita. l’escrescenza opponeva una resistenza strenua, inconsueta per essere solo un’escrescenza carnosa sul naso di un portavoce. provò con le unghie, provò a cambiare la posizione delle dita, alzò la testa, l’abbassò, trattenne il respiro, strinse il mento. niente. il brufolo se ne stava lì, brillava di luce propria, e pulsava in sintonia con il battito cardiaco del portavoce. il portavoce vedeva il suo naso, ma dalle terminazioni nervose arrivava solo un impulso: pezzo di carne caldo, pezzo di carne caldo. decise di alzare il livello dello scontro. decise di prendere un ago. dopo averlo disinfettato lo puntò contro l’escrescenza, che intanto sembrava cresciuta, e affondò il colpo. l’ago scivolò lungo la superficie liscia del brufolo e gli si infilò dentro una narice provocando l’improvvisa fuoriuscita di una bestemmia di cui aveva dimenticato il sapore, strizzato com’era ormai nel suo ruolo di portavoce. l’ago fallì, l’orologio correva, il portavoce perdeva il controllo. [ricordati, daniele, alzare sempre il livello di conflittualità trasmettendo comunque un senso di serenità e di superiorità]. con il sorriso sulle labbra afferrò un paio di forbici e le avvicinò al bozzo, che ormai sembrava respirare, e provò a tagliarlo di netto, prima con cautela e poi esercitando una forza direttamente proporzionale alla resistenza opposta.

il portavoce si tagliò di netto un bel pezzo di cartilagine vicino alla narice, e le lame delle forbici si ruppero.

“idiota”, disse una voce acida e stridula. si guardò intorno ma non vide nessuno. “sei un idiota”, ancora.

“sono qui”, disse il bozzo sul naso.

“non so cosa ti sia preso questa mattina, conoscendoti posso capire che tu possa avere pensato che io non sia una semplice escrescenza carnosa ma la metafora fisica e innervata di vasi sanguigni di quella cosa che un tempo chiamavi coscienza. beh, devo darti una pessima notizia, fratello. guarda più in basso”

“eh?”

“più in basso, là dove non batte il sole, se stai cercando un pezzo di carne che rappresenti il simbolo di quella che chiami coscienza, beh, quello sta nelle tue palle. quindi, se vuoi smettere di provare quell’indefinito e opprimente senso di angoscia, se vuoi smettere di sentire agnelli che piangono, o anche semplicemente quel fastidioso formicolio in testa, è là che devi tagliare”.

e fu così che daniele cominciò a fottersene della coscienza e a dedicarsi con dedizione alla dedizione.

ispirato da divara e wuming7 in questa discussione su friendfeed.

alla fine nemo muore

Ha ragione Enrico Letta, il Pd e’ come Nemo. Piccolo, con una pinna sola, chiuso in una vasca di vetro e senza alcuna speranza di sopravvivenza, a meno che qualcuno dall’esterno non arrivi a salvarlo.

tre minuti di (sigla) intercettazioni

se qualcuno avesse dei dubbi, qui di seguito un riassunto delle principali normative europee sulle intercettazioni telefoniche. c’è solo da sbizzarrirsi: in francia per esempio si possono disporre intercettazioni per reati con pena minima due anni (praticamente tutti i reati di media gravità), in germania la pena per i reati è più elevata (cinque anni), ma possono essere disposte se esiste anche solo il “sospetto” dell’esistenza di un reato.

azzerata la fuffa varia sulla necessità, indispensabilità, impossibilità di utilizzare con successo altri mezzi (tutti presupposti che poi, nei fatti, spesso si trasformano in un clausole di stile), quello che resta e che segna la differenza sono i tempi.

otto mesi in francia (4+4), sei mesi in spagna e in germania (3+3). oltre a eventuali proroghe in casi eccezionali.

due mesi e quindici giorni in italia, con l’eccezione dei reati di particolare gravità (associazioni mafiose, terrorismo). nessuna deroga è prevista nel caso in cui dalle indagini su un reato minore (ad esempio il favoreggiamento) si possa risalire all’accertamento di un reato o alla cattura di un latitante.

la legge che potrebbe essere approvata è, senza dubbio, la più restrittiva tra quelle dei principali paesi europei. niente male per un paese in cui quattro regioni sono nelle mani della criminalità organizzata.

certo, poi ci sarebbe tutta la parte sulla pubblicazione delle notizie relative alle indagini, ma su quelle lasciamo che siano i giornalisti ad occuparsene. magari qualcuno spieghi loro che la privacy, in caso di commissione dei reati (che è poi il presupposto per la disposizione di intercettazioni, anche nella normativa attuale), non esiste.

qui una volta era tutto mandela

sudafrica nella mia testa vuol dire solo una cosa, nelson mandela. e se penso a nelson mandela penso ai simple minds, e al “free nelson mandela concert”, passato alla storia come il Mandela Day.

era l’11 giugno del 1988, avevo tredici anni e avevo un respiro, un grande respiro.

il c.d. mondo libero si riuniva sul palco di wembley per condannare l’apartheid e chiedere la liberazione di un uomo (it was 25 years they take that man away), il simbolo della segregazione razziale in sudafrica (held behind four walls all through night and day), e per dieci ore il mondo tenne gli occhi puntati su quel palco, e da quel palco partì un messaggio potentissimo. almeno per me, un adolescente non molto inquieto che viveva ai confini del mondo.

c’erano i simple minds, che avevano scritto una canzone appositamente per quel palco, mandela day (jim kerr poi racconterà che per un equivoco avevano capito che ogni artista avrebbe dovuto scrivere un pezzo originale per il concerto, ma non avevano capito un cazzo, e così i simple minds furono gli unici a portare materiale originale dedicato a mandela).

mandela day poi uscì nel 1989, contenuta in uno di quegli album che, se sei un adolescente mediamente interessato a quello che ti sta intorno, ti aprono un mondo (and I know what’s going on right through your land). street fightin’years.

il titolo lo prendeva dalla prima canzone, dedicata a victor jara, un musicista cileno ucciso dal regime di pinochet. una sola canzone, e già quattro cose da capire: regime – pinochet-victor jara-ucciso. e quel disco era tutto così, ogni canzone parlava di qualcosa che non conoscevo, o che conoscevo molto poco, e che cominciai a cercare di capire; c’erano l’ira, il muro di berlino, l’apartheid, l’africa devastata. quel disco era il mondo che si presentava, grande, complicato, e con un sacco di cose da fare, da conoscere, da leggere. credere che lo si potesse in qualche modo rendere migliore, o comunque interessarsi in qualche modo al fatto che qualcuno, da qualche parte, potesse un giorno renderlo migliore, era un bel modo di sopperire alle tempeste ormonali e di attraversare l’adolescenza.

nonostante fossi un ragazzo con pochi problemi di acne, e nessun pensiero lacerante, di quelli che ti impediscono di interessarti a gente che sta a millemila miglia di distanza (o forse proprio per quello), avevo compreso che c’era un mondo là fuori, e che quel mondo bisognava capirlo, quel mondo alimentava delle speranze, c’erano dei simboli, c’era qualcosa che adesso non riesco a definire, anche perché a tredici anni non lo definisci; sono scariche elettriche automaticamente generate dall’attività cerebrale, meccanismi bio-chimici e neurologici che il cervello decide autonomamente di attivare, dai neuropeptidi ai recettori. poi la chiamerai passione, emozione, impegno, ma a tredici anni la vivi e basta. e sono i soliti discorsi, sei giovane, sogni un mondo migliore, e forse è un bel modo di crescere, pensavo.era vero.

mandela oggi è libero (and now the world come down say Nelson Mandela’s free), l’ira non uccide più, il muro di berlino è crollato, e in sudafrica ci fanno i mondiali di calcio.

mentre io sono qui, a rodermi il fegato e a preoccuparmi di un ridicolo settantacinquenne borioso e megalomaniaco soffocato dal cerone.

e non so, ma ho il fiato corto, cristo. ho.il.fiato.corto.

non drammatizziamo, è solo una finestra.

qualcuno mi avverta quando devo veramente iniziare a preoccuparmi. no, perché capisco che non stia bene alzare la voce, che siamo tutti la prova del fatto che la libertà in questo paese ecc., ma datemi un punto di riferimento.

certo, se hai vissuto per cinquant’anni chiuso in una scatola di cartone, al buio, nutrendoti essenzialmente di scarafaggi, anche un piccolo foro all’altezza degli occhi può essere considerato un passo avanti nella tua personalissima concezione di “libertà”. ma se abiti in un monolocale con due finestre, il giorno in cui te ne chiudono una dovresti incazzarti, almeno un po’, per tutta la luce che perderai.

in questi casi restiamo persone educate, intelligenti e socialmente gradevoli anche se protestiamo sobriamente. [reductioadhitlerum-on] il cinico disincantato non è il mio punto di riferimento nelle situazioni complicate, i cinici disincantati sono quelli “ma in fondo, ma è solo la polonia” “figurati se può essere incinta, non capita mai” [reductioadhitlerum-off]. il fatto che tu sia un uomo di mondo ti consente di osservare con una certa sufficienza i muratori che chiudono la finestra, ostentando tutta la tua serenità perché, comunque, ti resta pur sempre un’altra finestra, e in fondo da quella finestra non entrava tutta quella luce, e poi stiamo parlando di una finestra non di un omicidio, e forse un giorno ti sposterai in un bilocale.

tutte considerazioni giustissime e equilibrate, che però dovrai impegnarti a mantenere ferme anche quando realizzerai che l’altra finestra, quella che ti è rimasta e che ti ha permesso di guardare con distacco, senza inutili drammatizzazioni, le operazioni di muratura, la benedetta finestra su cui hai fondato il tuo equilibrio e la tua cinica baldanza, gode di un meraviglioso affaccio sulla fossa della acque nere del tuo vicino di casa. a cielo aperto.

a quel punto potresti considerare come un netto miglioramento della tua condizione esistenziale, quello di andare a vivere in una scatola di cartone, al buio, nutrendoti essenzialmente di scarafaggi, con un piccolo foro all’altezza degli occhi da cui entra un’aria buonissima.

pericolosità autopercepita

“pinaaa!”

“ciao tina”

“hai preso quelle robe là che ti avevo detto?”

“ssssst, non parlare! non vorrai mica farci scoprire!”

“ma chi vuoi che ci senta!”

“ma non lo sai?! la nostra praivaci è in pericolo, i p.m. ascoltano tutto quello che diciamo al telefono”

“oh cazzo, allora il nostro traffico di asparagi selvatici è scoperto!”

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