Archivi del mese: aprile 2010

la vita secondo i like

la risposta è sì, vorrei che la mia vita fosse decisa da un algoritmo.

un algoritmo in grado di individuare e prevedere le mie scelte, di indicare quale alternativa sia migliore, in poche parole di eliminare alla radice questo sbattimento perpetuo verso la ricerca di qualcosa di indefinito.

anche perché sono assolutamente convinto che qualsiasi decisione presa sulla base dell’algoritmo sarebbe nettamente migliore di qualunque scelta io possa fare affidandomi alla razionalità o, che dio mi perdoni, all’istinto.

ieri ho scaricato da itunes un disco delle bangles e l’ho pagato 5,99 €. un minuto e trenta secondi dopo, le madonne.

l’ho fatto perché ho sentito alla radio una canzone che mi ha ricordato una cosa. ho sentito una canzone, ho ricordato un certo momento della mia esistenza, il ricordo ha attivato tutta una serie di complicati processi chimici che alla fine mi hanno convinto a cercare il disco e a cliccare su un tasto. acquista. così, senza neppure pormi il problema di cosa stessi facendo, di quanto un disco delle bangles fosse assolutamente inutile nel disegno d’insieme, di quanto questa cosa fosse senza nessuna possibilità di errore una cazzata.

ho speso del denaro per un disco brutto e inutile e per una canzone che, ascoltata con un minimo di attenzione, fa solamente pena. e tutto questo per cosa? per una sensazione. e senza che tutto l’ordinato insieme di neuroni e processi chimici, che sta lì solo per non farci fare cazzate, aprisse bocca.

riportando il caso in una scala dimensionale maggiore potete capire quali errori madornali potrebbe evitare un algoritmo che ci impedisse di prendere decisioni, uno di quelli che ti spiegano che se hai scaricato questo allora dovresti provare quest’altro. un amico algoritmo che ti consiglia, che ti guida senza supponenza, che ti indica la via migliore perché lui è l’unico che conosce i tuoi desideri più nascosti, le tue deviazioni inconfessabili. un amico algoritmo che ti impedisce qualsiasi divagazione istintiva, qualsiasi ricerca di diversità che si risolverebbe regolarmente in un fallimento.

l’algoritmo è un amico sincero, perché ti mette una mano sulla spalla e ti spiega che tutto questo tuo muoverti instancabilmente, tutto questo dimenarti, tutto questo volerti divincolare dal rigido abbraccio della prevedibilità è solo un’inutile e dannosa perdita di tempo.

l’algoritmo ti fa capire che tutta la tua libertà è un brutto disco delle bangles a cinque euro e novantanove.

la nostra esperienza, al vostro servizio

dice che ci pensa putin.

dice che si occuperanno anche delle scorie radioattive.

dice che hanno una certa esperienza nelle eliminazioni.

non so, mi sentivo più tranquillo quando si occupava solo di arredamento.

cose da venticinque aprile

accade che lo storico portatore del labaro dell’anpi di brescia, il Rosso, uno che lo porta da quarant’anni, un’istituzione in città, venga sospeso dall’associazione dei partigiani per una foto compromettente. questa.

la foto dello scandalo, scattata dal corriere della sera, lo ritrae fuori dal tribunale di brescia a braccetto con valerio fioravanti dopo la sua deposizione nel processo per la strage di piazza della loggia.

i partigiani, quando hanno visto il portatore del loro vessillo affiancato a un terrorista condannato per omicidi e strage, lo hanno subito sospeso.

lui si è giustificato, dicendo che si era avvicinato a fioravanti dentro il tribunale chiedendogli come avesse potuto uccidere così tante persone. poi ha detto che voleva dargli un po’ di conforto, visto che si temevano le contestazioni dei centri sociali. fatto sta che, una volta fuori, fioravanti si sarebbe fatto avanti e l’avrebbe preso sotto braccio con l’inganno. la presenza non casuale di un fotografo avrebbe chiuso il cerchio.

la morale di questa storia?

ancora non l’ho capita, però ho imparato cosa sia un labaro.

ventiquattro a febbraio

ogni tanto ci si ricorda di essere persone serie, anche qui.

questo il contributo minimo alla cosa bellissima di cui si diceva ieri.

il resto è tutto qui.

***

Il Natale del 2009 fu indimenticabile per alcuni membri della famiglia Gobetti.

Fu il Natale in cui il nonno inseguì mio padre intorno al tavolo con il bastone di palissandro, accusandolo di essersi venduto il futuro di questo paese per un paio di tette, e fu il Natale in cui mi mi raccontò una storia e mi fece fare una promessa.

Gianni aveva un albero. Era un albero bellissimo, con la corteccia bianca e un numero di foglie proporzionato e armonico. Il giorno in cui gli hanno sparato, Gianni aveva ventitré anni.

Non avevo mai capito queste storie che il nonno raccontava, storie di guerra e di soldati sulle colline; aveva combattuto e aveva sparato, forse aveva anche ucciso, però io finivo sempre per chiedere quanto fosse grande il fucile e quante pallottole tenesse un caricatore.

Ma lui non si stancava, continuava a raccontare. La memoria, ci diceva, è tutto quello che vi posso dare.

Lo chiamavano “capitano Jordan” sulle colline, era la leggenda degli Euganei, e girava sempre da solo, preceduto dalla fama e armato del suo nome.

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schegge di liberazione

questo paese è pieno di persone bellissime, non solo di sindaci leghisti.

il many è il capo di tutte le persone bellissime, e ne ha coinvolte un sacco che si sono messe a fare cose bellissime che sono state raccolte in un e-book bellissimo.

al many gli si dovrebbe fare una cripta tutta d’ora come a padre pio, ma è meglio di no, perché non sarebbe proprio un buon augurio.

quindi basterà arrivare al suo cospetto, inginocchiarsi e leccargli le suole delle scarpe, in segno di ringraziamento per il lavoro che ha fatto.

schegge di liberazione

come in tutte le cose bellissime, c’è sempre qualcuno tenta di sabotarle.

quello ero io.

il pupazzo mario

se si potessero produrre su scala industriale dei pupazzi stupidi, ma veramente stupidi, così’ stupidi da diventare il simbolo indiscusso e riconosciuto della stupidità, come babbo natale lo è del natale,  sarebbero mario balotelli.

il calcio è uno sport meraviglioso ma è una fucina inesauribile di idioti. i miei preferiti sono quelli che parlano a gesti con il pubblico mimando le frasi, tipo io-maglia-prato-mani giunte, oppure tu-maglia-prato-dito medio alzato, io-ninnare bambino- trenino. ma sono idioti sopportabili, perché in fondo fanno spettacolo, rispondono a logiche che ritrovi anche nei campetti di provincia e tra i bambini che giocano all’oratorio.

ma se metti uno di questi idioti a giocare una semifinale di champions league, sarà comunque consapevole che sta vivendo un momento probabilmente unico nella sua carriera, un momento che potrebbe esserne l’apice, da cui poi scivolare inesorabilmente verso posizioni in classifica sempre più basse, stadi sempre più piccoli, sempre meno interviste, qualche capello che comincia a cadere, quello che corre più veloce di te, il ginocchio che quando ti alzi la mattina fa un male boia, domani smetto. non tutti sono pietro vierchowod.

essere idioti giovani e stupidi, in questo caso, non aiuta. perché pensi di avere tutta la carriera davanti, di essere fortissimo e sottovalutato, e che siccome sei forte, sicuramente di semifinali di champions ne giocherai altre, in squadre migliori. in fondo se marco pacione ha giocato i quarti di finale con il barcellona, tu, quello che tutti vogliono ai mondiali, avrai quello che ti meriti.

allora entri in campo a dieci minuti dalla fine e fai i capricci, non corri, sei svogliato, sbagli i passaggi per fare dispetto al mister che non ti ha messo in campo dall’inizio, finisci la partita, vinci tre a uno contro la squadra più forte del mondo e la finale non è lontana e, invece di gioire, fai il bambino incazzato e butti la maglia per terra.

vedi balotelli e pensi a baggio, uno che ha giocato gli ultimi anni della sua carriera nel brescia con le ginocchia fracassate, soffrendo ogni partita solo per la soddisfazione di continuare a giocare a pallone, e facendo comunque i numeri. avere visto roberto baggio, a trentacinque anni suonati e con una gamba sola, tornare a coprire in difesa è un’esperienza mistica.

balotelli è bresciano, e probabilmente avrà visto giocare baggio allo stadio, ma evidentemente non gli è servito a niente.

ma c’è invece una cosa che servirebbe a balotelli.

uno come balotelli dovrebbe infortunarsi. uno di quegli infortuni lunghi e penosi che ti costringono a una dolorosa riabilitazione. uno di quelli che ti costringono a vedere decine di partite dalla tribuna, facendoti soffrire come un cane e impazzire dal desiderio di tornare a calciare un pallone. quegli infortuni che ti fanno tornare in campo, una partita e poi ancora in infermeria, stagioni tormentate che finiscono con tre misere presenze sul tabellino delle figurine.

poi finalmente guarisci e vai a giocare nella cavese. e fai la panchina.

e poi hanno il ritmo nel sangue

domenica. appena smesso di piovere lava e cenere. la città sembra essere sopravvissuta, e le mie premonizioni pompeiane si sono dissolte in un timido sole che ha inaspettatamente ripreso a funzionare.

faccio un giro al campetto di calcio del mio quartiere, per cercare della roba che ho dimenticato la sera prima negli spogliatoi. appena varcato il cancello d’ingresso mi ritrovo precipitato a yamoussoukro.  partita tra ragazzi di origini ivoriane e ghanesi, una quarantina tra quelli in campo e quelli ammassati nei pressi delle panchine e pronti per le sostituzioni, tutti tra i diciotto e i ventidue anni.

li osservo e mi impressiono. sono un insieme incredibile di muscoli, velocità, agilità e spessore tecnico.

riproduco mentalmente una partita di calcio al mio liceo, e mi passano davanti guglielmi e pisano, gente che a diciotto anni aveva già la panza che arrivava prima delle ginocchia, sfondati com’erano di alcol; ferrini, bonetti e caldana, i tre nani, che ce ne volevano due per farne uno basso; bertoni, che stava in piedi grazie a delle sfere di metallo che si metteva in tasca per stabilizzare l’equilibrio e giulietti, il bertoni tascabile, identico in tutto al suo epigono, sfere di metallo comprese, ma in scala 2:1. poi c’erano francheschetti e moroni, magri e nervosi, che sembravano mangiati dalle camole, franchi e assoni, che avevano cominciato a perdere i capelli in quinta elementare.

il paragone mentale è stato impietoso, dieci anni di differenza ma il materiale umano era di qualità nettamente superiore, quelli che avevo davanti erano tutti più forti, più veloci, e con un’incredibile naturalezza nel calciare il pallone. chiedo al ragazzo che fa la manutenzione, e mi dice che li conosce, sono quasi tutti nati in italia da genitori stranieri. sono italiani, penso, tra dieci anni vinciamo tutto: la tecnica e l’estro calcistico integrati in macchine da guerra, forti e veloci, naturalmente dotate per il calcio. il giocatore perfetto.

mi fermo per una ventina di minuti e li guardo giocare, e in quei minuti ho avuto l’epifania verde, ho pensato come un leghista. ho intuito che avevo davanti quello che terrorizza chi scrive sulla scheda elettorale “renzo bossi detto trota”. li guardavo e pensavo che quei ragazzi hanno già tutto quello che serve per spazzare via la gloriosa e zoppicante razza padana, con le sue belle faccione rubiconde e quelle pance gonfie e sode, figlie della terra e del vino.

ragionando in una prospettiva darwiniana di lungo termine, anche alla luce di queste nuvole di cenere che non lasciano presagire nulla di buono, io ho già scelto da che parte stare.

salamandre

b. spara su scrittore e dice che è colpa del suo libro se il nostro paese viene considerato mafioso.

reazioni indignate, raccolta di firme, gruppi su facebook, intellettuali che ne prendono le difese, dibattito.

figlia di b., editore di scrittore, scrive una lettera difendendo il padre e dicendo che si è trattato soltanto di critica, nessuna censura.

marea sale, caso monta, ancora reazioni, raccolta di firme, gruppi su facebook, intellettuali, dibattito.

tutti parlano ancora di scrittore e suo libro.

passa qualche giorno e scrittore riprende carta e penna, e risponde su eminente quotidiano nazionale che ospita spesso i suoi interventi. in prima pagina. sotto, ben visibile, la pubblicità del libro di scrittore criticato da padre di editore, pubblicato nella nota collana economica di editore, che ha evidentemente pensato agli effetti sulle vendite di tutta la faccenda.

padre di editore è ormai come mostro che trae linfa vitale da qualsiasi colpo sferrato da nemico, anche da quelli che si autoinfligge, una cazzo di salamandra che sopravvive tra le fiamme, un vampiro che diventa più forte al sorgere del sole, vegeta.

se questa non è la locura.

delfini

immancabile post sulla morte di raimondo vianello

raimondo vianello è morto. la cosa mi dispiace, ma è quel dispiacere di circostanza che accompagna i morti di vecchiaia, per avere qualcosa da dire che non sia “beh, era ora”. sono quindi dispiaciuto per la morte di raimondo vianello come potrò esserlo per quella di rita levi montalcini o di andreotti.

quello che dispiace veramente è che se ne sia andato lasciando come ricordo pressing, crociera vianello e “io voterò per il nostro presidente”. quando penso a raimondo vianello penso a un’occasione persa, a un artista che ha probabilmente espresso una piccola percentuale del suo potenziale, relegandosi a un ruolo minore (la risposta è sì, la televisione italiana è stata sempre un mezzo minore rispetto al cinema). se penso a quello che avrebbe potuto fare al cinema, in mano ai registi che c’erano in quegli anni, mi vien male. quando faceva casa vianello aveva quella tristezza angosciata che solo il leone allo zoo riesce a trasmetterti, l’animale che ha assaporato la savana e il sangue della gazzella ma che si rassegna a passare il resto della sua vita in una gabbia quattro per quattro allo zoo di falconara marittima. un talento sprecato per reggere una coppia televisiva divertente, che è stata la sua eterna palla al piede. non conosco le ragioni che l’abbiano portato a scegliere la televisione, resta il fatto che aveva tutto per diventare un grande attore di cinema, e il cinema avrebbe potuto consentirgli di esprimere tutte quelle sfumature della personalità che in televisione si sono potute soltanto intuire. come accadde per tognazzi. avremmo potuto avere una specie di buster keaton, e invece abbiamo avuto sbirulino.