la storia siamo noi

Trovo assolutamente giusto cancellare un programma vecchio e polveroso come “La storia siamo noi”.
Un classico esempio di autoconservazione della Casta e della sua perpetrazione attraverso l’espediente della storia. Una truffa legalizzata sul canale pubblico, pagato con i vostri soldi, con l’intento, nemmeno troppo nascosto, di convincere la gente che sia utile spendere denaro del contribuente per vedere vecchi filmati in bianco e nero raffiguranti persone morte.
Sì, avete capito bene, morte. Decedute, sepolte. Sono zombie, gente che ha vissuto nel secolo scorso di questo paese pietrificato dove i giovani non hanno spazio, e sono sempre le stesse facce, non cambiano mai.
E intanto il paese va a pezzi, la crisi ci sta mangiando vivi, stiamo fallendo, e noi ci preoccupiamo di mandare sulla televisione pubblica, pagata con i nostri soldi, le storie di persone morte. Sveglia!
Altro che morti, a noi interessano i vivi!
Il programma sarà così sostituito da una serie di videobox sparsi per le piazze italiane, dentro i quali troverete un iPad e, grazie a un collegamento via Skype, tutti voi potrete raccontare la vostra di storia, i vostri problemi. E sarà la storia di persone vive e a costo zero.
Sì, non costerà niente, e così potremo utilizzare i soldi risparmiati per raccontare la storia di persone morte per fare micro-credito alle aziende in crisi, dove lavorano persone vive.

Basta con i soldi pubblici sprecati per ricordare il tempo che è passato, basta.
Gli etruschi sono morti. Tutti. E anche Amedeo Nazzari, nonostante fosse perfetto.

SVEGLIA!1 La storia siete voi!

e adesso twittateci tutti

L’era dei social network è connotata da una certa ebbrezza della libertà di parola, dall’illusione di un rapporto diretto con chiunque possieda un account e dalla certezza di non lasciare tracce del proprio passaggio.
L’azione combinata di queste tre convinzioni infondate è quella che ti porta a twittare a uno scrittore quanto poco ti sia piaciuto il suo ultimo libro, generando un’aspettativa di risposta che presupporrebbe un rapporto paritario che, nella realtà, non esiste. Un’aspettativa frustrante che conosce solo due possibili progressioni: la mitomania o Misery non deve morire.
Il punto di partenza di ogni discussione seria sull’uso che oggi viene fatto di internet non può dunque che essere uno: nessuno si è mai sognato di limitare l’uso del telefono a causa di quelli che ci ansimavano dentro.
 Ci sono certamente decine di libri, e centinaia di articoli, in grado di spiegarci la rivoluzione radicale introdotta dai social network nella comunicazione con i politici. Se ai tempi del pentapartito sentivi il bisogno di insultare un politico, dovevi assumertene la responsabilità e farlo di persona, oppure ripiegare sul lancio di oggetti contro un televisore.
Oggi lo puoi insultare con un reply.
Tutti i tuoi follower sapranno che l’hai insultato, o che gli hai fatto una domanda. E se non ti risponde (lui personalmente, o il suo stagista precario e sottopagato) gli potrai twittare tutto il tuo sdegno. La cosa più vicina a un “Hey, stai parlando con me?” che la nuova era ci abbia saputo regalare. La rivoluzione dei social network ci è servita per sostituire lo specchio con Twitter e le monetine con i retweet.
 Questa ebbrezza di libertà di espressione, unita a un certo spirito rivoluzionario che si manifesta nella sua ruggente sfrontatezza solo quando si è convinti di agire in forma anonima, genera mostri, mostri che nel nostro ordinamento giuridico si chiamano reati.
Ma la quantità di persone che non se ne rende conto è inquietante ed è disarmante la disinvoltura con cui si confonde una discussione su Twitter – uno spazio aperto al pubblico – con una qualsiasi discussione tra amici in un bar.
Il social network azzera le distanze, inducendo una confidenza tale da convincere individui meno equilibrati che un insulto via web sia un legittimo esercizio della libertà di espressione, e non un esercizio della libertà di violare il codice penale.
E così si confondono la libertà di violare la legge con la libertà di espressione, e l’abuso della libertà di espressione con il mezzo attraverso cui l’abuso viene perpetrato.

 E questo discorso non vale solo per gli insulti, ma anche per tutti gli altri reati che si commettono usando internet, come le minacce, lo stalking, le molestie.
Il presidente della Camera si è giustamente risentito a causa di minacce e insulti ricevuti via Facebook e attraverso internet, auspicando interventi per regolamentare la materia.
Già, ma quale?

 Molti dei messaggi e delle minacce ricevute provengono da autori che hanno indicato il proprio nome e cognome sulla pagina Facebook, altri potranno essere facilmente identificati attraverso banali attività di indagine e di tracciamento degli indirizzi IP.
Le impostazioni privacy di Facebook non sono Finnegan’s Wake, e ho l’impressione che la gente ci metta del proprio per fare così fatica a considerare la propria bacheca come uno spazio pubblico, libero e aperto a tutti, e a cui chiunque può accedere più o meno direttamente.
 Si passano le giornate a condividere status per denunciare la violazione di una privacy che non esiste, se non nel mondo fatato in cui, se scrivo uno status allusivo e insultante nei confronti di un collega ai miei duemilacinquecento amici, penso di avere inviato un messaggio sigillato con la ceralacca a un monaco trappista.
E lo stesso vale per l’uso di Twitter.
Il punto è che gli strumenti per intervenire in casi come quelli denunciati dalla Boldrini esistono già, e il codice penale è abbastanza flessibile da considerare la possibilità che certi reati vengano commessi in forme diverse. E una minaccia via Facebook vale quanto una minaccia su un pezzo di carta.
La “cultura della violenza e della sopraffazione” che viene denunciata non è provocata da internet e dai social network, così come i maniaci sessuali non lo sono diventati a causa del telefono. Sono semplicemente mezzi che trasmettono la realtà in modi diversi. La amplificano, portandocela dritta sotto il naso in quantità tale da farci venire il dubbio di avere fortemente sottostimato il numero di idioti pericolosi che popolano il pianeta. 
Ma non ha senso aprire una discussione per introdurre nuove forme di controllo o di regolamentazione, nuove fattispecie di reato, lasciando intendere che non ci siano rimedi a queste aggressioni. I rimedi ci sono, e non è certo con un’agenzia per il controllo di internet che si potrà impedire a una cultura sessista, violenta, e di sopraffazione di manifestarsi.
La sottocultura dell’impunità, mascherata da libertà di espressione, scomparirà quando le persone avranno acquisito la consapevolezza della completa pubblicità di quello che fanno, e che recuperare un indirizzo Ip è facile almeno quanto trovare un numero di telefono.
Non scompariranno gli idioti a mezzo stampa, via cavo, via internet, che non possono ancora essere aboliti per legge. Ma potranno essere identificati.

p.s.

E comunque dubito che Nanni Moretti, anche se l’avesse avuto, avrebbe twittato a D’Alema di dire qualcosa di sinistra.

 

back to the future

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*assessore alla cultura a Brescia.

decalogo di comportamento provvisorio per elettori/ex del pd

  1. Non uscite di casa.

  2. Se proprio dovete farlo, camminate rasente ai muri, evitando le ore di punta e i primi assolati giorni primaverili. In ogni caso portate sottobraccio un paio di numeri di Svegliatevi! e una cartelletta nera.

  3. Non riunitevi se non in casi strettamente necessari. Evitate comunque di frequentare luoghi affollati, raduni di massa, celebrazioni e anniversari, luoghi in cui possa nascere con naturalezza una discussione politica.

  4. Cercate di evitare i naturali luoghi di aggregazione di giovani e meno giovani (bar, circoli Arci/Acli, parchi, piazze, lavori stradali).

  5. In caso di contatto con gruppi di persone conosciute, o con quel vecchio amico ora militante del Movimento 5 stelle, mostratevi tristi e incupiti. Esordite parlando della primavera che tarda ad arrivare, della pessima situazione in cui si trovano le strade a causa delle basse temperature invernali e di quel vostro cugino condannato e imprigionato in Thailandia per pochi grammi di sostanza stupefacente.

  6. Se l’interlocutore/gli interlocutori insistono nel volere da voi un parere sulla situazione politica attuale, invitatelo alla veglia della vostra nonna appena defunta (c.d. Metodo Pomata)

  7. Nel caso nascessero discussioni a sfondo politico con altri avventori di locali pubblici simulate disinteresse assoluto per la politica, rimarcando la vostra passione per uno sport nobile che, purtroppo, va scomparendo come l’ippica. Aneddoti divertenti su Ascot e i cappelli.

  8. Nel caso vi sia impossibile astenervi dal commentare siate generici: cercate di simulare moderata soddisfazione per il risultato elettorale, come un elettore medio di un altro partito, oppure esprimete tutto il vostro disappunto verso l’attuale sistema politico (nota: nel manifestare disappunto sembra essere molto efficace roteare i pugni chiusi, e concludere la vostra perorazione con l’espressione “sveglia!”). In ogni caso alle primarie avete votato Matteo Renzi.

  9. Aprite sempre la porta ai venditori di Lotta Comunista, compratene almeno una decina di copie e portatele sempre con voi. Vi scambieranno per un venditore di Lotta Comunista. E vi eviteranno.

  10. Nel caso tutte le nove regole precedenti non dovessero funzionare, fingetevi morti.

esercizi di 25 aprile

Alle elezioni politiche del 6 aprile 1924 il “Listone Mussolini”, una grande coalizione di forze politiche chiamate a raccolta da Mussolini “al di fuori, al di sopra, e contro i partiti”, prese 4.305.936 voti (pari al 60,09%) e 355 seggi in Parlamento.
Pochi giorni dopo, a risultati acquisiti, i giornali titolarono così:

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suicidi di massa

Prima di questa elezione presidenziale associavo i fenomeni di isteria collettiva principalmente al calcio, alla musica e alle sette religiose. Da qualche giorno invece ho dovuto aggiungere a queste categorie dell’intrattenimento umano anche la politica.
L’elezione del Presidente della Repubblica, e il disastro politico cui il Partito Democratico sta andando incontro, vengono affrontati sui vari social network – e di riflesso sui giornali – con la lucidità di un hooligan inglese ubriaco della fine degli anni ottanta.
Il panico si diffonde istantaneamente, rimbalzando di tweet in tweet, e bastano pochi minuti per ritrovarsi davanti a un muro di grida terrorizzate. Le reazioni sono sempre scomposte, ed è un aggiustamento continuo, minuto dopo minuto, del proprio stato d’animo. I giornalisti si lanciano in analisi politiche da 140 caratteri che dopo dieci minuti sono costretti a cambiare, in un susseguirsi di ipotesi che alla fine coprono tutte le combinazioni consentite dalla teoria dei giochi, oppure dissimulano il loro non capire più niente di quello che sta succedendo rifugiandosi nel confortevole
duplex del sarcasmo. Tanto alla fine qualcuno che si fa male ci sarà comunque.

La fine della democrazia, la fine della Repubblica e, ovviamente, la fine del Partito Democratico. Non che una di queste ipotesi non sia fondata ma, come sempre, nelle cose della vita le doti che si richiedono in circostanze drammatiche sono essenzialmente due: la capacità di analisi e un minimo di autocontrollo. Evidentemente la prima non può esistere in assenza del secondo.
E invece si ha l’impressione che tutta questa trasparenza, tutte queste informazioni in tempo reale siano insostenibili e provochino una reazione scomposta e incontrollabile, un desiderio insopprimibile di mettere al corrente tutto il proprio universo di amici/follower che il mondo sta finendo e l’ombra dello scorpione incombe. Le nostre home page di Facebook sono invase da plotoni di punti esclamativi, morte e disperazione.

Con questo non voglio dire che la situazione non sia effettivamente inedita e grave – un’intera era politica si sta dissolvendo – ma mi chiedo come reagiremmo oggi davanti agli eventi drammatici che portarono all’elezione di Scalfaro.
 Forse era un altro mondo, sicuramente era un’altra epoca, ma si sono eletti presidenti della Repubblica dopo ventitré scrutini e hanno tranquillamente retto sia il sistema democratico che quello nervoso di chi apprendeva dell’esito della votazione solo grazie al telegiornale delle otto di sera. E poi continuava a vivere la propria vita abbastanza serenamente, in attesa che gli Einaudi, i Saragat, i Leone gli Scalfaro prendessero possesso delle scrivanie in noce del Quirinale. Adesso sembra che di quelle vite non sia rimasta traccia, schiacciate dal peso insostenibile delle notizie in tempo reale, dai commenti in tempo reale, del panico e della fine del mondo. 
L’immediatezza delle informazioni ci ammazza, e forse non abbiamo il fisico e gli strumenti per reggere il peso della politica della verità, ma non abbiamo ancora trovato il nostro Nathan R. Jessup che venga a gridarcelo in faccia.

Intanto, nel paradiso del pentapartito, vecchi uomini in grisaglia osservano la scena dietro le lenti spesse di un paio di occhiali e pensano: “Ma guarda ‘sti pezzenti”.

Video

maggie, what have we done?

“Tell me true tell me why was Jesus crucified.
Is it for this that daddy died?
Was it for you? Was it me?
Did I watch too much t.v.?
Is that a hint of accusation in your eyes?
If it wasn’t for the nips
being so good at building ships
the yards would still be open on the clyde
and it can’t be much fun for them
beneath the rising sun
with all their kids committing suicide.
What have we done, Maggie what have we done?
What have we done to England?
Should we shout, should we scream
“What happened to the post war dream?”

Oh Maggie, Maggie what have we done?

(Pink Floyd, The Post War Dream, 1983)